sabato 15 novembre 2014

Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice

Vampiri.
Sento già le vostre grida di dolore, ansia, rabbia. E mi piacciono.
Moltissimi autori nel corso dei secoli si sono cimentati con i vampiri, adattandoli via via a stili di scrittura e mode del tempo. Tra i maggiori e più conosciuti, vi posso ricordare Il vampiro del dottor Polidori, Carmilla di Le Fanu (stupendo, fatevi un favore e leggetelo), La vicenda della dama pallida di Dumas, Dracula di Stocker (c'era bisogno di ricordare il "vecchio irlandese"?). Arriviamo poi al 20° secolo e cominciano i dolori (di qui le vostre grida, suppongo). Vampiri fluorescenti, vampiri innamorati, vampiri che si muovono alla luce del sole come se niente fosse. Oh god. Vi capisco. Perso qualsiasi pathos, qualsiasi elemento gotico, qualsiasi sensualità che non sia per dodicenni in piena tempesta ormonale.

Ebbene no.
Perché nel 1975 una splendida signora di New Orleans ha preso la sua penna e dato alle stampe un piccolo capolavoro del genere.
Interview with the vampire.
Un libro destinato a rimanere volume unico, finché dieci anni dopo ecco uscire un sequel, che non è un vero sequel, ma un prequel in realtà. Ed è subito Mito.
Da lì, fino ad oggi, sono stati sfornati da quella bella signora undici volumi delle Cronache dei vampiri e due delle Nuove cronache dei vampiri. L'undicesimo è uscito il 31 ottobre e devo confessare che ancora non l'ho letto.
Forse sarebbe meglio aspettare l'ultimo prima di cominciare a parlare di questa saga, ma alla fine direi che c'è abbastanza materiale. Anzi. Chissà che non debba scrivere una parte II a questo post, considerando quanta carne al fuoco ho.
La storia a grandi linee la conoscete, altrimenti andate su wikipedia se siete pigri o leggetevi giusto un paio di migliaia di pagine per completezza.
E, giusto per completezza, voglio avvisarvi che per me le vere Cronache sono i primi tre libri, il quarto e il quinto lo sono in parte, forse più il quinto, mentre gli altri cinque......be'.....dai, non mi fate sparare sulla croce rossa.

Intervista col vampiro è nato, come dicevo, per rimanere figlio unico, quindi ha una storia che inizia e finisce, ma racchiude già in sé la possibilità di infinite storie. Partiamo dalla narrazione: un vampiro che racconta la sua storia ad un giornalista freelance umano. Già una cronaca, quindi, una cronaca lunga duecento anni, da parte di una creatura che umana non è, ma che da umano ha sofferto più della media, che non ha dimenticato i suoi affanni mortali, ma li ha trascinati con sé nella sua nuova forma immortale. Una forma magnifica, ammettiamolo, perché se c'è una cosa che la nostra cara Anne Rice sa fare è disegnare con le parole un bel figliolo. E anche una bella figliola, a onor del vero.
Comunque, Louis de Point du Lac, con ormai due secoli di vita alle spalle, è un bellissimo personaggio, malinconico, con gli scuri occhi sempre tristi. Il suo linguaggio è un po' arcaico, i suoi vestiti sono sempre lisi, i suoi poteri sempre al minimo, come se non volesse vivere in pieno.
Ed infatti non vuole. Perennemente tormentato dai ricordi, la sua "malattia mortale" sembra prendere anche un po' il lettore.
Il primo libro è decisamente molto tetro (se riuscite a togliere ogni connotazione negativa al termine).
Sono occorsi dieci anni alla Rice per rendersi conto del potenziale del libro. E le Cronache iniziarono.
Giuro che sono indecisa se parlare del secondo libro a questo punto. Sono così di parte che rischierei di non essere obiettiva. E' in assoluto il mio preferito della serie.
Ma sapete che vi dico? Sti cavoli. Io ne parlo.

Lestat de Lioncourt.
Coprotagonista dell'Interview, anzi direi antagonista di Louis, da lui dipinto come un diavolo senza sentimenti, un nuovo Lucifero che ama solo divertirsi col dolore degli altri.
Adesso invece è lui che parla. E' da lui che ascoltiamo la storia, la vera storia, quella che Louis non poteva conoscere perché gli era stata tenuta nascosta (per il suo stesso bene, che ironia). E dalla sua voce emana un fascino istantaneo, che subito ci cattura (oh, che vi devo dire, A ME MI ha catturato...si, non dirò mai "famigliare" ma "a me mi" suona rafforzativo del concetto) e ce lo fa amare. Quello che colpisce per prima cosa è il suo linguaggio: diretto, sincero e presuntuoso. Come poi impareremo a conoscerlo, lui è e sarà sempre il "brat prince", ossia il "principino viziato", convinto di essere il dio del suo mondo.
Tra parentesi, io credo che lo sia sul serio, ma ovviamente questo è solo il mio modestissimo parere.
Non a caso il titolo del suo libro è The vampire Lestat (non come quella roba italiana che come al solito poco c'azzecca e molto confonde).
Se la storia di Louis ci coinvolge perché sentiamo quasi fisicamente la sua sofferenza, quella di Lestat ci travolge con la sua carica, la sua vitalità, il suo inesauribile buon umore. Persino e soprattutto con il suo amore. Ebbene si, persino lui non è quel mostro senza cuore che abbiamo solo intravisto nella storia di Louis, anzi, proprio per i suoi "inconsapevoli errori di valutazione" come li chiama Lestat stesso è nato il secondo libro. Lestat ci teneva a raccontare la storia così com'era, vera, cruda, ma pulsante e calda come un cuore umano. La cosa che più ho amato di questo libro è stata la storia con Nicolas de Lenfent, ossia Nicki, una storia d'amore così tenera e così bella come poche ce ne sono. Sono ancora convinta che sia stato lui il solo amore di Lestat e che abbia cercato Louis solo per ripiego. Lestat stesso ci dice che si era innamorato di lui perché nella sua autodistruzione gli ricordava intensamente Nicki. Poi cerca di indorare la pillola al povero e sensibile Louis aggiungendo che, al contrario di Nicki, Louis accendeva in lui tenerezza anche nei momenti più bui, ma......andiamo, Lestat, a chi lo vuoi far credere? Ti sei scordato le innumerevoli notti nella locanda? E le notti di Parigi? Ma vabbe', questo è ancora solo e soltanto il mio parere.
Andiamo avanti, va', che è meglio.
Naturalmente, avendo ormai preso il via l'idea delle Cronache, la cara signora Rice ha aggiunto ingredienti fondamentali. Nientepopodimenoche i Progenitori, signori e signore, ossia gli Adamo ed Eva dei vampiri. Coloro-che-devono-essere-conservati. Che meraviglia. Nonché altri personaggi che saranno importanti nelle Cronache successive.

E passiamo al terzo, The queen of the damned.
Il cuore delle Cronache, se vogliamo. Tutti i personaggi principali si incontrano e si scontrano (si, quasi come Mirko e Licia, lo so che c'avete pensato, signorine), si fa vera luce sui Progenitori ed in più un nuovo input per storie future: fa il suo ingresso il Talamasca. Già il nome è misterioso e bello: un'associazione che sarà abbastanza fondamentale nello sviluppo della trama delle Cronache, ma molto meno che in quella delle streghe Mayfair. Che comunque alle Cronache sono molto legate, perché negli ultimi tre capitoli (escluso l'undicesimo, vi ricordo) le due saghe si intrecciano in maniera inaspettata e, a mio parere, forzata e risparmiabile. Ma va be', capisco che quando si amano molto i propri personaggi, cosa che sicuramente fa la nostra autrice, si vuole stare con loro il più a lungo possibile (come capita a noi lettori anche) e, se si può, si vuole anche farli incontrare e conversare tra loro delle rispettive storie.

Questo è quello che succede nei volumi sette (Merrick), nove (Blackwood farm) e dieci (Blood canticle). Tre volumi fondamentalmente inutili, semplici filler, secondo me.

Il quarto invece, ossia The body thief è necessario (più o meno, insomma) per guarire (o quasi) Lestat dalla sua "malattia della mortalità", per togliergli cioè lo sfizio del voler essere di nuovo umano.

Il sesto e l'ottavo, rispettivamente The vampire Armand e Blood and gold, sono la storia di Armand e Marius e sono abbastanza interessanti. Personalmente non ho mai trovato questi due personaggi troppo degni di nota, nonostante il loro ruolo a volte fondamentale nella vita di Lestat (specie Marius) e Louis (Armand, vedi l'annientamento di Claudia). Ma c'è chi li ama moltissimo e comunque le loro storie si lasciano leggere. Il linguaggio dell'autrice è sempre incantevole e sontuoso, ti trascina sempre nel cuore della storia, anche quando non vuoi.

Il quinto libro per me è un mistero. Memnoch the devil. Confesso (a dio onnipotente e) a tutti voi (fratelli) che non l'ho capito. Insomma, non è che non l'ho capito sul serio, ma mi sfugge un tantino il senso. Insomma fin dal secondo volume della saga, abbiamo l'impressione che Lestat voglia essere buono il più possibile, nonostante gli sberleffi di Nicki (e le vere litigate, spesso e volentieri) e nonostante lui stesso sappia quanto questo desiderio sia un ossimoro rispetto a quello che è diventato. Come può un succhiatore di sangue essere buono? Come può aspirare al bene?
Be'. Questo libro ce lo spiega.
Non solo.
Ci spiega persino uno dei misteri cattolici più insondabili: cosa ha a che fare Dio con la creazione del Diavolo?
Si, insomma, altro che filosofia. Mrs Rice si addentra nei territori profondi, poco esplorati e anche abbastanza pericolosi della teologia. Eppure il risultato non è scarso. Anzi. La descrizione del "vero" lavoro del diavolo è davvero affascinante, così come la concezione del bene e del male, la struttura del paradiso e dell'inferno. Grandiose.
Eppure.
Eppure c'è qualcosa che non mi ha convinta per niente: la reazione di Lestat.
Intendiamoci: era chiaro che mandasse a quel paese Memnoch, in fondo il nostro principino viziato non lavora per nessuno, quindi era perfettamente logico come sarebbe andato a finire. Non mi sarei aspettata di meno da lui in quell'occasione.
Ma allora, scusa, perché farlo sprofondare in quella specie di coma etilico da troppa conoscenza?? No, questo proprio non dovevi farmelo, Anne, cara. Lestat era l'unico che poteva sopportare le conseguenze di quelle visioni, di quell'esperienza con Cristo in persona (qui ci siamo fatte prendere la mano cattolica, eh? Ma ti perdoniamo, tranquilla).
Non mi è piaciuto quel suo sonno da cui nemmeno sua madre è riuscita a svegliarlo. Che poi ci sia riuscita una ragazzina suonando il piano questo è un altro paio di maniche che non ho voglia proprio di affrontare. Si, l'ho preso come un fatto personale... se ci fosse stato Nicki lo avrebbe risvegliato di sicuro! Gli sarebbe bastato prendere il suo violino e vedi tu come si sarebbe rialzato immediatamente, sorridendo con quel suo modo affascinante e trascinando Nicki nella "loro conversazione".

Eh no, cari miei, non ho mai digerito la morte di Nicki. Voglio dire, sono vivi dei personaggi totalmente inutili e Nicki no? Non è assolutamente giusto. Mi ribello.

Ma lasciatemi alle mie ribellioni sterili e veniamo alla domanda fondamentale. Perché le Cronache sono così belle? Cos'hanno di speciale?
Ammazza, che domandona. Prima di rispondere, vorrei esaminare un'ultima cosa: il vampiro così come è concepito fino a quando è arrivata la signora di New Orleans e il vampiro concepito dalla signora stessa. Prendiamo ad esempio il vampiro più riuscito di tutti finora: Dracula.
Il conte Vlad è un vampiro che non può vivere alla luce del sole, può dormire solo se sepolto nella sua terra (non intesa come terra natia, ma proprio come elemento, che infatti quando si trasferisce a Londra fa trasportare in molte casse, chi ha letto il libro sa di cosa parlo), non si riflette negli specchi, può diventare fumo o bestia a piacimento e deve nutrirsi di sangue spesso e abbondantemente. Inoltre per trasformare qualcuno in vampiro è necessario morderlo. Questo a grandi linee.
Da brividi, eh?
Il vampiro della Rice invece è sempre bellissimo, non si trasforma in niente, ama il lusso (perlopiù), si riflette negli specchi, non si smaterializza, è molto ricettivo, ossia ha tutti e cinque i sensi molto sviluppati, può dormire ovunque, anche in un letto, volendo. Per creare nuovi vampiri bisogna mescolare il sangue del vampiro creatore con quello della nuova creatura. Non è necessario, tranne all'inizio, nutrirsi ogni notte e non è nemmeno necessario uccidere sempre. Nemmeno lui però sopporta la luce del sole, a meno che non abbia bevuto il sangue dei Progenitori (o dei loro successori, alla loro morte).
Le differenze sono poche e comunque non le chiameremmo fondamentali, giusto?
Però, qualcosa deve esserci.
Io penso che sia la completezza che la Rice è riuscita a dare ad ognuna delle sue creature, la forza che traspare da ciascuna di esse, ognuna a modo suo, ovviamente, ma sempre qualcosa di molto abbagliante. Come dice Lestat a Nicki, una luce a volte cupa, ma sempre bellissima.
Io penso che siano queste atmosfere, insieme alla bellezza esteriore dei personaggi (quella non guasta mai, non facciamo i moralisti da quattro soldi), a rendere questi libri molto speciali.

Credo di avervi annoiato abbastanza. Scusate, amanti della serie, se ho tralasciato cose che magari per voi sono importanti, ma leggo le Cronache da quando ho 12 anni, quindi ne sono passati esattamente venti e non ho tutto fresco in mente.

Se invece non avete ancora letto questa saga magnifica, sbrigatevi e se questo mio post (un po' lungo, lo ammetto) non vi ha fatto venire voglia, bè, che dire, siete proprio dei cuori di pietra, ecco.

Scherzo.

Forse.

Anarchic Rain

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