sabato 20 dicembre 2014

La Torre Nera di Stephen King (parte I)

Ci sono altri mondi oltre questo.

Accidenti, ragazzi miei, ma chi me l'ha fatto fare di parlare proprio di libri? Di libri che mi piacciono? Di libri che adoro? E' molto più facile parlare di libri da demolire, sarebbe così divertente parlare di Cinquanta sfumature, Cento colpi di spazzola, dei libri di Danielle Steele. Sarebbe così piacevole sgretolarli parola dopo parola.
Ma non posso parlare di questa roba, almeno non senza prima dare spazio alle pagine che mi hanno folgorata.
Questa chiacchierata sarà molto lunga e il primo avviso che metto è che al momento sono al 30% dell'ultimo libro, quindi non ho ancora completato la serie.
Inizio a scrivere ora perché ora mi è venuta un minimo di ispirazione o forse solo quell'incoscienza minima necessaria ad avere la convinzione che posso scriverne.
Ho letto davvero tanti libri di King. Ne ha scritti circa sessantatré e non credo di esagerare per eccesso se affermo di averne letti almeno quarantacinque.
Eppure, nonostante sia uno dei tre autori viventi che amo di più (insieme a Murakami e Baricco, lo so, lo so, una strana mescolanza), ho sempre lasciato indietro il suo capolavoro, l'opus magnum, la serie che raccoglie in sé tutto l'universo creato dal Re.
Ebbene, il 16 agosto di quest'anno, ho deciso che non potevo più rimandare, per cui ho preso in mano The gunslinger-The Dark Tower #1.
E sono stata risucchiata dal suo incipit, ormai famigerato, direi.

The man in black fled across the desert and the gunslinger followed.

Per dovere di cronaca, riporto anche la versione italiana, che per fortuna non ha molto da invidiare all'originale, riuscendo a mantenerne l'impatto:

L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.

Ora, devo aprire una piccola parentesi sul perché ho sempre rimandato questa lettura. Se andate su wikipedia o anche se sentite qualche pagano parlare di questa serie (e per pagano intendo un non appassionato di King, un non "constant reader"), essa viene classificata come genere fantasy/horror/western. I due terzi di questa definizione non sono proprio il mio genere preferito, quindi ho sempre pensato che non l'avrei gradito molto, nonostante la scrittura sempre magnifica del Re e non volevo rovinare l'opinione che avevo di lui.
Ecco. Non solo posso affermare di essermi ricreduta, anche perché incasellarlo in un genere mi sembra alquanto riduttivo, ma è diventato il mio libro preferito di King e uno dei miei libri preferiti in generale (si, è un unico libro, uscito separatamente solo per la mole).
Spiegare il perché sarà difficilissimo, non so davvero se ne sarò in grado. Ma spero almeno di darvi un'idea generale.
L'unico motivo per cui posso essere felice di averlo letto solo ora è, appunto, che posso leggerlo per la prima volta. Un piacere, come voialtri lettori sapete molto bene, che viene solo una volta per libro.

Possiamo tornare al primo, The gunslinger. King lo scrisse giovanissimo, non sapeva ancora che sarebbe diventata una serie, anche se in boccio l'idea c'era. Voleva aspettare e vedere quel che ne sarebbe uscito. Di solito, è il meno preferito dai fan, perché la scrittura è un po' criptica e alcune cose sono buttate lì senza spiegazione, sembrano proprio campate in aria.
Be', posso affermare che (almeno finora) è il mio preferito. E' un inizio stupendo, si, a tratti confusionario, forse, un po', ma intrigante, mi ha fatto venir voglia di leggere il seguito. Il fatto che, a livello di azione, sia povero (non succede granché, se non la battaglia di Tull e la prima e seconda "morte" di Jake) non significa che non sia interessante, anzi. Il personaggio di Roland Deschain di Gilead, della stirpe di Eld, il pistolero, l'ultimo della sua specie, prende forma a poco a poco, come una figura che cominciamo a vedere da lontano e man mano che si avvicina si scrolla la polvere di dosso, ma non tutta, tutta è troppa, non ce la fa in un solo libro. Infatti di Roland continueremo a scoprire segreti a poco a poco, di libro in libro. Sono all'ultimo e ancora non si è rivelato totalmente, anche se ormai il grosso sembra fatto.
Ma ci sono volute migliaia di pagine.
Se dovessi scegliere un aggettivo per definire questo primo, meraviglioso, azzeccatissimo volume, senza lontanamente sfiorare un genere letterario, direi "polveroso". I granelli di sabbia del deserto in cui troviamo Roland ci impediscono la visuale del contesto generale e sua propria, dando al tutto un aspetto sfocato e a noi la sensazione di avere qualcosa negli occhi. E' una gran bella sensazione, in realtà, perché sappiamo benissimo che abbiamo altri sei volumi per chiarirci le idee. Qui, possiamo solo lasciarci cullare dal suono del vento sulle dune e dalla roca voce (che raramente si fa sentire) di un uomo che cammina da tempo (forse da mille anni, chi può saperlo) in un posto che non ha più niente da offrire all'uomo, che è l'ultimo del suo mondo, che ha perso qualsiasi cosa uno può perdere. Tranne il suo orgoglio di pistolero. Che è esattamente la cosa che lo sosterrà in tutti questi anni, insieme al desiderio di vendetta. E, soprattutto, alla bramosia di arrivare alla Torre Nera.

Che cos'è questa Torre Nera? E' "semplicemente" il centro dell'universo, anzi di molti universi. Anzi, di tutti gli universi. Intorno a lei, ruota tutto quello che è vita, compreso il nostro mondo, compresi tutti i mondi possibili, sorretti da sei Vettori e dodici Guardiani.
Come in ogni libro che si rispetti, c'è chi vuole distruggere questo equilibrio e far crollare la Torre. In questo caso è il Re Rosso, che si serve di numerosi sottoposti di ogni genere, che siano vampiri, frangitori, mutanti, robot, umani, maghi, per distruggere i Vettori e decretare così la fine del mondo (dei mondi) come noi lo conosciamo.

Il genio di King non sta solo nell'aver concepito un progetto così ampio, ma anche di aver collegato alla Torre tutte (ok, non proprio tutte, ma la maggior parte de) le altre sue opere, chi più chi meno. Per esempio, il libro che più può classificarsi come crossover è Le notti di Salem. Addirittura uno dei personaggi principali di quest'ultimo diventa un membro del ka-tet di Roland. E poi c'è IT, ovviamente. Con il rito di Chud, la Tartaruga (uno dei due ultimi Vettori a sorreggere la Torre) e i pozzi neri.

E veniamo ad un altro dei pregi fondamentali del libro: come King stesso ha dichiarato, lui voleva fare di questa saga il suo personale Lord of the rings.
Quindi perché, oltre ad inventare il mondo parallelo (in cui si riconoscono Entro-Mondo, Medio-Mondo e Fine-Mondo), non inventare anche una lingua a parte? Roland sembra capire l'inglese, che è la lingua più diffusa nel Medio-Mondo, mentre lui, nell'Entro-Mondo, nella sua Gilead perduta, parlava la Lingua Eccelsa, una specie di inglese modificato.
E perché non inventarsi anche un insieme di dei e credenze particolari? Roland è in cerca della Torre, continua ad andare avanti nonostante tutto, ad accettare tutto quello che gli capita, giustificandolo con una parola: Ka.
Ma che cos'è il Ka? Un modo semplicistico di spiegarlo è con la parola Destino. Tutto quello che accade, di bello e di brutto, è dovuto al Ka, che decide per noi.
Una parola stupenda da esso derivata è ka-tet: identifica Roland e i suoi compagni, alla fine del secondo libro "The drawing of the three", quando si ritrovano in quattro, ossia lui, Jake, Eddie e Susannah. Oh, scusate, in cinque, non scordiamoci Oy (un bimbolo, ossia un animale del Medio-Mondo che somiglia a un incrocio tra un cane e un procione). Ka-tet vuol dire "uno da molti" cioè un gruppo di persone che perseguono lo stesso obiettivo, in ogni senso. E' un termine che comprende quelli di amico, amante, comunità, comprensione, rispetto e altri in questo senso. A me è piaciuto molto come significato. Mi sembra una parola "piena".
E poi ci sono tutti i modi di dire che Roland usa, ricordandoli da un mondo che ormai è scomparso, la Gilead che fu. Uno tra tutti "Ricorda il volto di tuo padre", come a dire "Ricorda chi sei, cosa stai facendo e perchè".

E' bellissimo vedere crescere tutti i personaggi pagina dopo pagina, da semplici neonati (in senso morale) a uomini (e donna) con uno scopo e una volontà abbastanza forte per sognare di raggiungerlo. A partire dal secondo libro conosciamo i personaggi principali.
Come prima persona incontriamo Eddie Dean, di New York degli anni '80. Eddie è un drogato a cui si danno davvero poche speranze di sopravvivere, l'eroina lo sta uccidendo, non meno del fratello maggiore che l'ha trascinato nel tunnel, ma Eddie è quello che compie il percorso più bello durante la lunga strada verso la Torre. Persino Roland deve riconoscere che non solo è riuscito a disintossicarsi (non senza problemi, comunque) ma anche a crescere più di tutti. Era quello che ne aveva più bisogno, ed è quello che probabilmente l'ha fatto meglio. Si capisce che mi piace un casino? Bene.
Poi c'è Susannah Dean, di New York degli anni '60. Susannah ha avuto i suoi demoni da affrontare e non provenivano solo dall'esterno, ma anche da dentro di lei: personalità multipla. Il suo vero nome era in origine Odetta Holmes, nera benestante che lottava per i diritti civili nell'America del tempo. Dentro di lei nacque Detta Walkers, creatura maligna e sospettosa, crudele ed egoista. Il suo problema psicologico sarà un bel casino quando diventerà Mia, figlia di nessuno e madre di uno, nel quinto e sesto libro della serie, rispettivamente Wolves of the Calla e Song of Susannah. Nello specifico, madre di Mordred, figlio di Roland. Susannah è una donna straordinaria, una delle poche donne che forse King ammira sul serio, si capisce dalle sue parole quando parla di lei. Secondo me ne è un po' innamorato (ahahah). Ah, ho già detto che non ha le gambe?
Siamo a Jake Chambers, di New York degli anni '70, lo stesso Jake che Roland ha lasciato morire nel primo libro, non senza dolore, certo, ma comunque rimane il fatto. Jake è un ragazzino di 13 anni, molto maturo/troppo precoce, che sembra avere meno problemi degli altri ad inserirsi nel mondo di Roland. Probabilmente perché essendo giovane manca di molte delle sovrastrutture che un uomo (come per esempio Eddie) ha già, ma io penso sia grazie al loro dihn, ossia Roland. Jake, che non ha mai avuto un padre degno di questo nome, si è aggrappato a Roland con tutte le sue forze, nonostante sappia per esperienza che lui non esiterebbe a lasciarlo indietro se fosse necessario.
Grazie a Jake, nel tet si stabilisce anche una creaturina simile a un cane (anche se io lo immagino di più come un grosso procione) chiamata Oy, ossia un bimbolo, che si rivelerà fondamentale in più occasioni.
In ultimo, a chiudere il cerchio, ci sarà Pere, ossia Padre Callahan, uno dei personaggi di Le notti di Salem, che entra nella storia nel quinto libro e ci lascia le penne nel sesto. Un personaggio inutile, direte voi. Invece no, perché grazie a lui entra in gioco nientepopodimenoche King in persona.
Si, avete sentito bene. Stephen King, autore di molti libri e nello specifico della Torre Nera, entra in "inchiostro e mente" nella sua creazione come personaggio chiave. In realtà lui è proprio Roland. O Roland è lui, tanto è la stessa cosa.
Arriviamo alla domanda difficile. Perché vale la pena leggere questo libro?
Come ho già accennato, a me piacciono i libri lunghi e questo lo è.
Il mondo in cui noi ci troviamo a essere mentre leggiamo esiste davvero in quel momento. Siamo proprio lì con Roland e il suo ka-tet, soffriamo con loro delle perdite e siamo felici di ogni piccola vittoria. Ogni singola persona che inizi a leggere quelle pagine entra nel ka-tet e non può farne a meno, perché la Torre Nera è la serie di libri più coinvolgente che esista.
Quando il Re ha cominciato a pensare alla Torre, in adolescenza, ha capito che avrebbe contenuto tutti gli universi di cui lui avrebbe narrato. Ha capito che tutto sarebbe girato intorno a questa costruzione fragile, ma potente, custodita e attaccata, resistente e violata. Non so voi, ma io che ho letto molto dello zio riesco a percepire l'amore per la sua creatura, amore che forte in questo modo finora l'avevo sentito solo con IT e forse The stand (ma non sono certa di quest'ultimo).
Credo che ogni vero fan debba leggere questa storia, magari alla fine di tutte le altre o andando in ordine cronologico (forse la cosa più saggia) perché, oltre a ritrovare molti dei personaggi che già si è amati (per quanto mi riguarda, sia padre Callahan che Ted Brautigan erano tra i miei preferiti senza sapere che facessero parte della Torre) o odiati (tipo Flagg, non so se mi spiego!), ci si potrà meravigliare ancora una volta (e stavolta per sempre) del genio di King, della sua abilità nel raccontare storie e nel renderti partecipe di esse.
E concludo qui, con un'ultima citazione, tra le migliori della serie, la dedica dell'ultimo libro, La torre nera:

He who speaks without an attentive ear is mute. Therefore, Constant Reader, this final book in the Dark Tower cycle is dedicated to you. Long days and pleasant nights.

O, se preferite:

Colui che parla senza un orecchio attento è muto. Perciò, fedele lettore, quest'ultimo libro del ciclo della Torre Nera è per te. Lunghi giorni e piacevoli notti.

Probabilmente non sarà l'ultima volta che parlerò della Torre, ma per ora mi fermo.

Anarchic Rain

domenica 7 dicembre 2014

1984 di George Orwell

LA GUERRA E' PACE.
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'.
L'IGNORANZA E' FORZA.

Questo è uno dei libri della mia vita.
Anzi, diciamo che è nella top 5 dei libri della mia vita.
L'ho letto tardi rispetto ai più, perché il fatto che me lo diedero a scuola è stato un deterrente. Non perché lo snobbassi, ma perché all'epoca l'antipatia che provavo per la prof d'inglese si riversava anche sulla letteratura che insegnava (perché la insegnava male).
Quindi, quando mi è capitato sottomano in libreria, anni dopo, ho deciso che era arrivato il momento di leggerlo. Ancora non sapevo che era arrivato anche il momento in cui la mia vita sarebbe cambiata.

Come al solito, con un classico, la storia la conoscono tutti: Eurasia, Estasia, Oceania sono i tre superstati che guerreggiano tra loro a schieramenti alterni. In Oceania, con capitale Londra, è al potere il Grande Fratello. Winston e Julia si incontrano, si "innamorano" e vengono separati per questo.

Qual è lo shock di questo libro? Che questo libro può essere reale, può diventarlo e forse, in piccola misura, lo è già. Questo fantomatico Grande Fratello, che sembra costruito ad arte, un concept universale per sottomettere le deboli menti del prolet, ossia del popolino, è il simbolo di un governo totalitario, che riesce a rimanere al potere grazie al brainwashing, a campagne militari (probabilmente fittizie) e soprattutto al continuo rimaneggiamento della storia. Colui o coloro che hanno in mano le redini della cultura possono davvero fare il bello e cattivo tempo con gli altri, specie se questi altri sono ridotti alla fame sia spirituale che fisica, usandoli unicamente come forza lavoro.
Quello che penso io (e non solo, ma vabbè, qua è il mio pensiero che conta) è che il Grande Fratello in realtà sia solo un'idea che nasconde un governo oligarchico, che le guerre con Eurasia ed Estasia non esistano e che la ricchezza sia talmente tanta che gli oligarchi non hanno la minima intenzione di spartirla con altri. Quindi meglio instaurare un regime terroristico e controllare le menti deboli e far loro credere l'esistenza di guerre e nemici politici. Questi ultimi, nella figura di Emmanuel Goldstein, sono il bersaglio dell'odio più feroce del popolino. E qui sta la genialità: gli oligarchi hanno creato un personaggio sicuramente fittizio (ne sono certa, così come è fittizio il suo antagonista, Big Brother) contro cui sfogarsi durante i Due minuti d'Odio, ossia centoventi secondi durante i quali i prolet erano istigati a infierire contro immagini dei "nemici" proiettate sui teleschermi, soprattutto contro l'immagine di Goldstein.
Incanalare la rabbia repressa. Sfogare tutti i sentimenti cattivi e assassini in un preciso tempo e verso precise persone/immagini. Il popolino, nella sua indotta ignoranza, si trattiene inconsciamente dal ribellarsi contro questo governo (che invece è la vera causa del loro più che infimo livello di vita) perché sa che può sfogarsi ogni tot tempo e soprattutto sa che può sfogarsi senza conseguenze! Nessuno li riprenderà mai per quello che succede durante i due minuti, anzi, sono incoraggiati a fare sempre peggio.
Altra genialità pura è facilmente intuibile: qual è l'altro motivo per cui i prolet non provano nemmeno ad alzare la testa? Perchè il governo di folli usa i loro stessi figli contro di loro: bambini privati di qualsiasi innocenza, usati come occhi e orecchie ed educati come selvaggi nella giungla: mors tua, vita mea. Questa è veramente la cosa che mi ha scioccato di più del libro. Usare bambini e trasformare la loro "ingenua" crudeltà (di nuovo, non ce la stiamo a raccontare, i ragazzini sono capaci di infilzare una lucertola su uno stecchino dalla bocca alla coda e dire che volevano solo vedere quello che sarebbe successo, come se non lo sapessero) in crudeltà "asservita" al Grande Fratello, addirittura contro i propri genitori. Questo perché ogni forma di amore è abolita: fin da neonati loro non ne ricevono, dunque non lo imparano da nessuno, dunque la loro crudeltà innata non è mitigata da nulla. Di qui il mio termine di prima "selvaggi". Questione di sopravvivenza, alla fine, poco importa se per sopravvivere bisogna mentire, inventare cospirazioni o addirittura mentire a se stessi inventandole.
E in mezzo a tutto questo caos come può nascere un sentimento sincero?
Mi riferisco a Winston e Julia. In mezzo al nulla, possiamo davvero considerarlo come un fiore sbocciato nel deserto emozionale in cui si trovano?
Mi dispiace moltissimo rispondere che secondo me no, non possiamo.
Vi riporto parola per parola quello che scrissi sul solito forum che frequento, in risposta alla domanda "Did Winston love Julia?":
"I think in this book it's not a matter of love. Better, not only. I think their love is not the kind of love we use to dream about. It's a love built up with hate, desperation, hope, human rights. It is a love born in necessity and it helps the characters going on living, even if for a short time. I think they have to believe in it and when Big Brother destroys their dream, nothing's left behind. Final results are the same of every sad lovestory, so maybe we can say it's true love. But to me it's irrelevant to try and define it."
Non possiamo parlare di amore, ossia di amore come noi lo conosciamo e concepiamo. Per fare un paragone un po' azzardato è come l'alcol durante il proibizionismo: gli uomini lo vogliono, perché è illegale e perché non è giusto che lo sia. Non è che non ne farebbero uso se fosse legale, ma il fatto che non lo sia lo rende molto più attraente.
Cos'è che attrae Julia in Winston? Di certo non il suo aspetto emaciato e "vecchio". E' il fatto che capisce istintivamente che la pensano allo stesso modo su quello che è diventato il loro mondo e non vogliono accettarlo passivamente. Sanno che non porterà a nulla ("Noi siamo i morti" dichiarano un attimo prima di capire di essere stati scoperti), ma devono farlo per affermare la loro libertà. Perchè dentro entrambi sono ancora liberi, anche solo perchè si rendono conto dello schifo che li circonda. Il loro amore è anche un atto politico. E poi il tradimento finale: una volta scoperti e torturati, i due sovversivi non hanno solo tradito l'altro, ma principalmente se stessi, subendo in pieno il brainwashing che avevano evitato fino ad allora e arrivando ad amare il Grande Fratello.


Questo libro ha lasciato una traccia veramente profonda in me perché, nonostante l'estremismo di alcune situazioni e la freddezza emotiva del mondo in cui si svolge l'azione, non penso che siamo così lontani dall'Oceania di Orwell. Non mi credete? Non è difficile, serve solo un piccolo sforzo ed elasticità mentale: la televisione spazzatura che, sì, c'è sempre stata, ma negli ultimi anni sembra strabordare dalle tv, la politica, che cambia così velocemente che non abbiamo il tempo di memorizzare tutti i nomi e tutti i decreti emessi, le tasse che continuano solo ad aumentare, ma solo per la gente che già paga abbastanza, i tg che danno solo notizie standardizzate ed enfatizzano quelle meno pericolose per indirizzare l'attenzione della gente verso argomenti di secondaria importanza. A me non sembra che la direzione verso cui stiamo andando sia così lontana da quella dipinta in 1984. Ovvio (spero) che non arriveremo mai a quegli estremi, ma perché dovremmo pensare solo che potrebbe andar peggio?

Anarchic Rain