sabato 21 febbraio 2015

Castelli di rabbia di Alessandro Baricco

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.

Il mio primo Baricco.
Quand'è stato? Al liceo, ne sono certa. Mia madre ha comprato tutta la collezione dei classici italiani (non mi ricordo se era proprio questo il titolo della collezione), quelli che uscivano con repubblica (mi pare). Si, ok, non mi ricordo niente.
Ma ricordo questo libro, non molto grande (ma la bellezza è ovunque, no?), con la copertina celeste, rassicurante.
E le prime parole. Il primo dialogo.
Non potevo crederci.
Qualcuno scriveva come io avevo sempre desiderato saper fare (e non so ancora fare, quindi mi limito a cercare qualcuno che possa).
E poi, all'improvviso, nel mezzo del discorso affannato, lei. Jun Rail. La persona per cui è stato scritto questo piccolo gioiello.

"La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente. Ti impiastricciava i pensieri. Un giorno dio disegnò la bocca di Jun Rail. E' lì che gli venne quell'idea stramba del peccato".

Il libro è stato scritto per lei. Per forza.
In secondo luogo, è stato scritto per il paese inesistente di Quinnipack, popolato da molti strambi abitanti, dal signor Rail, che impazzisce per una locomotiva, passando per Andersson, il cui unico amore è il vetro, Mormy (ok, cittadino acquisito), figlio del signor Rail ma amante di Jun, Pekisch, che vive per la musica (e la suona in modo del tutto originale, con gli esseri umani), fino a Pehnt, il mio preferito. Un ragazzino che scrive su un quaderno qualsiasi, con una matita quasi consumata, una verità al giorno. Perché per crescere anche solo una verità al giorno è sufficiente in alcuni casi. E in quello di Pehnt probabilmente è così, visto che riesce a crescere in modo decente, a diventare un brav'uomo.

Castelli di rabbia è un libro che sembra parlare di niente, specie alla fine, quando scopriamo che le storie che abbiamo appena letto sono tutte inventate, da una donna che si prostituisce per arrivare in America via nave e, per resistere allo schifo, "se ne va a Quinnipack", come gli è stato insegnato tempo prima. Oppure quando non scopriamo il mistero di Jun e questo ci fa arrabbiare (perlomeno a me si).
Eppure ha parole che, se ascoltate attentamente, insegnano a vivere. E se non insegnano proprio a vivere, almeno ti indicano una strada, un sentiero, che puoi percorrere anche con i tuoi tempi.
Per esempio, ti insegna a guardare con attenzione le piccole cose, come un tramonto o la prima pagina di un libro. Ti insegna a credere nei sogni, anche quando gli altri non li capiscono, perché essi possono essere il punto di partenza per costruirti la tua felicità. Ti insegna ad imparare dai tuoi errori, senza sentirti in colpa per averli commessi, perché anche quelli fanno parte della tua vita.

"Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo vita...non sono quelli gli errori...quella è vita...e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca".

Non trascura nessun particolare del mondo intorno. Baricco scrive per noi cose che dovrebbero essere ovvie, come il tramonto, o la pioggia. Ma non lo sono. Sono speciali. Sono piccoli miracoli che accadono e a cui noi assistiamo, troppo indifferenti.
Ma a Quinnipack nessuno è indifferente. E, per quanto non siano santi e niente del genere, sono felici, in un loro modo...strambo.

Ogni volta che rileggo qualche passo di questo libro, il che succede spesso, in varie occasioni, è sempre un'emozione ritrovare tutti loro, constatare che non sono cambiati e che sono sempre lì, con la loro assoluta meraviglia e genialità. E' uno dei pochi libri che mi fa stare bene, che non sono mai troppo triste per (ri)leggere e che a volte ha il potere di risollevarmi il morale.
Ecco, già questo penso sia abbastanza, penso sia quello che un buon libro debba fare.

Eppure c'è qualcosa di più. Perché, se è vero che Castelli di rabbia mi fa sorridere, mi fa anche piangere, mi prende a schiaffi con la sua brutalità. E mi ricorda, ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che nella vita si soffre anche. Non per guadagnarsi un paradiso che forse nemmeno c'è, ma semplicemente perché non si può essere felici tutto il tempo. C'è bisogno di crescere e solo la sofferenza è in grado di farti fare il "salto di qualità".
E la sofferenza non insegna solo a crescere, ma anche ad apprezzare appieno la felicità che ci piove addosso.
Quando il signor Rail perde Jun, la sua sofferenza deve essere grande, immensa. Ma io non credo che cercherà mai di ritrovarla (e sarebbe facile, visto che sa benissimo dove si trova), perché ormai sa che quella parentesi (lunga, più del previsto) si è chiusa e lui deve andare avanti. Per quanto impossibile sembri. Ma non è mai impossibile.

Perché leggere questo libro?
A parte tutto quello che ho detto finora, posso dire solo: perché si.

Anarchic Rain

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