lunedì 9 febbraio 2015

Io sono di legno di Giulia Carcasi e Gli sdraiati di Michele Serra

Anarchia letteraria.
Oggi voglio parlare non di uno, ma di ben due romanzi (o forse sarebbe meglio dire "racconti lunghi", o meglio ancora "novelle", se quest'ultimo non suonasse troppo di boccacciana e/o dannunziana memoria).

Comunque, oggi mi gira così, perché appena ho finito di leggere il secondo titolo, quello di Serra, avevo già fatto il parallelismo mentale con la novella della Carcasi.
A chi ha letto entrambi i libri, il paragone sembrerà ovvio in un paio di secondi: sono due libri che parlano della stessa cosa nella stessa maniera. Solo che nel primo è una madre che parla alla figlia, nel secondo (indovinate un po'?) un padre che parla al figlio.
Stessa età per tutti e quattro i personaggi e stesso ambiente borghese medio-alto italiano.
E la difficoltà a parlare con il proprio figlio/genitore che la fa da padrona.

Una piccola differenza tra i due è che mentre nel primo noi abbiamo anche stralci di punti di vista della figlia (diciamo che fanno metà e metà tra lei e sua madre), nel secondo è unicamente il padre che parla.

Vediamo i punti in comune: i due genitori sono in un limbo critico del rapporto con i rispettivi figli, con i quali molto semplicemente e spartanamente non parlano. Sono muti gli uni con gli altri, creatori e creature non riescono a trovare un linguaggio comune, in nessun modo, e forse nemmeno lo cercano realmente o nel modo giusto.
Ma esiste un modo giusto?
Quando i genitori erano ancora solo figli, il problema non si poneva proprio: non si poteva parlare con mamma e papà ma solo stare zitti e ascoltare e fare tutto quello che dicevano loro.
Oggi invece, vuoi perché gli "ex-figli" non vogliono ripetere l'esperienza di "terrore" subita, vuoi perché vedono in troppa tv troppi personaggi ambigui che parlano di un sano dialogo tra genitore e figlio, quasi una sorta di amicizia parentale, bisogna assolutamente parlare con i propri figli, per capirne i bisogni e non traumatizzarli.

Vabbè, lasciamo perdere quello che penso io della faccenda, perché altrimenti qualcuno chiamerebbe i servizi sociali nonostante io non abbia prole a carico.
I due genitori in questione trovano catartico scrivere al (o comunque fare un monologo con il) figlio.
Ma la differenza di contenuto è evidente già dalle prime parole. Le due donne parlano di se stesse, della propria vita, delle proprie vittorie e delle (numerose) sconfitte. Si, anche Mia, la figlia diciassettenne, che parla come una della sua età di cose che sono forse un po' più grandi di lei. Non c'è ironia in nessuna di quelle parole, solo una vita spezzata (quella della madre) e una che sta per spezzarsi ma forse è ancora in tempo (quella di Mia, appunto), tutto è preso più sul serio che mai.
Invece, di contro, leggere il monologo del padre divorziato che tenta in ogni modo di stabilire un contatto (perlomeno visivo, se non verbale) con suo figlio diciottenne, è divertente, ironico, quasi spensierato, nonostante si capisca che sta disperatamente cercando un appiglio con lui. E' scanzonato, forse. E per questo è più riuscito del "patetico" caro diario della donna.

Una cosa molto divertente del libro di Serra, e anche piuttosto profonda, è una sorta di racconto nel racconto, in cui il padre immagina di essere uno scrittore e di scrivere la storia della Grande guerra finale, ossia una battaglia tra vecchi decrepiti e giovani uomini, nata per stabilire chi delle due fazioni erediterà il mondo. Ovviamente non possono essere i vecchi, altrimenti dopo pochi anni l'umanità si estinguerebbe senza possibilità alcuna, per cui alla fine i Giovani vincono. Ma, compassionevoli, non fanno cadaveri né prigionieri, semplicemente relegano i Vecchi nella fascia temperata del pianeta, a vivere quel poco che resta loro in santa pace. Un giorno anche i Giovani saranno Vecchi e che questo sia da monito.

Altra differenza, forse fondamentale, è che le due donne non si parlano mai direttamente: la madre scrive una specie di lettera-confessione che chissà se finirà mai nelle mani della figlia e Mia, di rimando, tiene un diario, che la madre legge di nascosto (o forse è Mia stessa che le permette di leggerlo, lasciandolo in vista, non si sa), ma tentativi di parlarsi faccia a faccia non ce ne sono, perlomeno non nel racconto.
I due uomini invece hanno scambi verbali iniziati sempre dal padre e portati avanti a monosillabi perlopiù del figlio, ma il finale tra loro è più esauriente: finalmente il padre riesce a portare il piccolo uomo, ora diciannovenne, a fare la scalata di un monte, così come lui l'aveva fatta con suo padre.

Mi sembra che il rapporto tra due uomini sia molto meno cerebrale o meglio, voglia essere meno cerebrale, pur essendo molto profondo lo stesso, rispetto a quello tra due donne. Mi è sembrato che tra i due non ci fosse bisogno di molte parole, alla fine il padre si accontenta dei fatti, del semplice acconsentire (anche se forse di malavoglia) a fare una scarpinata in montagna. Mentre invece tra le due donne, Mia e sua madre, rimane tutta una serie di sospesi nonostante forse si siano riuscite a capire un po'.

Ma allora è vero che le donne sono complicate? Che pensano troppo e con le sole chiacchiere non arrivano a nulla? E' forse meglio la concreta superficialità (solo apparente in realtà) dell'uomo?

In apparenza, queste due novelle sono molto leggere, si leggono in due ore l'una e, almeno in quella di Serra, si ride anche. In quella della Carcasi ci si commuove un po', ma forse a un certo punto scade troppo nel patetico per piacere realmente.
Però entrambe hanno centrato, a modo loro, il punto e il punto è l'incomunicabilità tra due generazioni che sembrano stare su due fronti opposti, ognuna con il suo particolare modello di mitra: rimproveri da una parte e indifferenza dall'altra.
Uno scrittore contemporaneo (Alessandro Baricco, se volete) in un suo saggio ha chiamato le nuove generazioni "barbari" perché, giusto o sbagliato che sia, distruggono con la loro sola presenza il passato o almeno quello che, fino a che non sono arrivati loro, era "presente". E non si può nemmeno dare la colpa a loro: sono destinati a fare così, a distruggere quello che trovano quando nascono e crescono, sono quasi geneticamente programmati. E non vuol dire che non possa nascerne un qualcosa di buono. Quindi bisogna solo sapersi adattare, da entrambe le parti, ma specialmente da parte delle generazioni più vecchie, perché purtroppo o per fortuna loro il mondo lo stanno lasciando ai giovani. Dovranno comunque arrendersi, quindi meglio cercare di comprendere le nuove generazioni per guidarle senza darne l'impressione.
D'altro canto, i giovani dovrebbero imparare a tenere a freno la lingua, a volte, ad ascoltare anche quando sono palesi scemenze ad essere dette ed a cercare di essere gentili. Forse alla base di tutto sta solo la riscoperta della gentilezza.

In chiusura, posso consigliare entrambi i libri alle donne, mentre agli uomini ho paura che piacerebbe solo Gli sdraiati, proprio perché è uno di loro che parla.

Anarchic Rain

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