domenica 1 febbraio 2015

Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig

"La bellezza delle piccole cose".
Una frase che ben si adatta all'argomento di questa chiacchierata.
Un libretto di meno di 90 pagine, che si legge nel tempo di un respiro. Ma quanto dolore racchiude.

Stefan Zweig è un autore viennese, non ne ho mai sentito molto parlare, ma un giorno, uno dei mille giorni a zonzo in libreria, mi capita sotto gli occhi il titolo di questo racconto.
Amo il romanzo epistolare, ho adorato I dolori del giovane Werther e Le relazioni pericolose, per non parlare di Dracula. Quindi l'ho preso a scatola chiusa, senza saperne niente, pensando che al massimo avrei perso due ore. Quanto male può fare un libretto di 82 pagine? Niente, pensavo.

E invece.

Si tratta di un'unica epistola, recapitata ad uno scrittore famoso nel giorno del suo compleanno. Fin dalle prime parole entriamo nel vivo della vita del mittente: una donna che per tutta la vita è stata innamorata dello scrittore, da cui ha avuto persino un figlio, ma che è già morta all'inizio del racconto.
Dalle sue parole appassionate lo scrittore (chiamato quasi ossessivamente "amore mio") conosce i particolari della sua vita, una vita che gli è stata donata per anni e di cui lui non si rendeva nemmeno conto. Viene a conoscenza di aver avuto un figlio, che però ora è morto, e di essere stato amato senza riserve per anni, da una sconosciuta.
Il dramma vero della poverina è proprio questo: non è mai riuscita a farsi riconoscere da lui per quella che era, nemmeno nelle quattro notti di passione che c'erano state, neppure quando si incontravano per caso in una Vienna fin troppo piccola. Lui è sempre stato cieco all'amore che lei sperava di donargli con tutta l'anima e alla fine l'ha persa per sempre.

Quello che sconvolge del libro è la crudeltà del destino che costituisce sempre la base dei loro incontri: la prima volta, perché lui si trasferisce nell'appartamento di fronte a quello di lei (all'epoca tredicenne), la seconda, quando lei gli fa le poste sotto casa e lui si accorge della bella ragazza che è e se la porta a casa, la terza, quando per caso si incontrano in un locale e di nuovo lui la porta con sé. In tutte queste occasioni però lui non si rende conto di avere davanti la stessa persona che lo ama e che gli manda le rose tutti gli anni, nel giorno del suo compleanno.

E' questo l'unico rimprovero che lei sembra muovergli, anzi, non è neppure un rimprovero. E' semplicemente la constatazione del non riconoscimento. E lei continua a giustificarlo, dicendo che è naturale che lui non si ricordi di lei, in fondo ha avuto mille donne, perché dovrebbe pensare ad una più che ad un'altra. E d'altra parte lei non gli ha mai detto nulla, non ha mai provato a fargli capire chi fosse, l'ha preso così com'era, sempre. Un donnaiolo impenitente.

La lettera mi sembra in crescendo, come se man mano che si avvicina alla fine il tono di voce si facesse più appassionato, più rapido ed anche più stridulo. Lei continua a ripetere "amore mio" e "mio figlio, anzi nostro figlio" e "non mi hai mai riconosciuta" in modo piuttosto ossessivo, e forse anche un po' patetico, ma non si può fare a meno di provare il suo stesso dolore, perché le sue parole ti ci portano proprio dentro e non ti lasciano scappare.
A leggere quelle poche pagine davvero ti si stringe il cuore, ti si costruisce l'immagine della miserabile vita di quella donna e, anche se lei non lo fa, non puoi fare a meno di odiare e maledire lo scrittore che mai, nemmeno di sfuggita, si accorge di chi ha veramente davanti.
Quando gli giunge la lettera, lui la legge e noi non sappiamo qual è lo stato d'animo con cui affronta parola dopo parola, perché la voce di lei cattura tutta l'attenzione, ma alla fine sembra succedere qualcosa in lui: il narratore ci dice che lui trasale come se fosse entrata una ventata d'aria gelida e lui sente che qualcosa gli si è spezzato dentro. A quel punto noi siamo quasi soddisfatti, della serie "bè, meglio tardi che mai". Ma poi, crudelissima, c'è la chiusura: lei, che lui non ricorda mai chiaramente, è al pari di una "musica lontana" a cui si può rivolgere solo un "incorporeo e appassionato" pensiero.
Nemmeno dopo morta ha ottenuto lo sperato, agognato, disperato riconoscimento.

Anarchic Rain

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