giovedì 5 marzo 2015

Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson

Quasi duecento pagine per questa storia gotica.
Quando si comincia a leggere, l'autrice sceglie volutamente parole misteriose e frasi ambigue per descrivere protagonisti e azioni e quindi ci ritroviamo, nostro malgrado, in mezzo alla storia quando ancora non ce lo aspettiamo.
Storia che, se posso esprimere il mio parere (e mi pare chiaro che posso), è deliziosa. Ma non proprio deliziosa, direi d-e-l-i-z-i-o-s-a.
Protagoniste sono due sorelle, Mary Katherine (Merricat) e Constance Blackwood, uniche sopravvissute, insieme allo zio Julian, alla tragedia che ha colpito tutta la loro famiglia: una sera, dopo una cena apparentemente normali, sono morti tutti.
Tutti tranne loro.
Un paesino piccolo, tutti si conoscono, è normale che le chiacchiere si gonfino a dismisura. Specie se la sorella minore, Constance, è stata accusata (e poi prosciolta) a proposito di quelle morti improvvise e inquietanti.

Questo libro mi è piaciuto molto, il linguaggio è molto semplice e le situazioni sono raccontate con schiettezza e senza fronzoli, forse perché è stata usata la prima persona. E' proprio Mary quella che racconta la loro storia e, nonostante la semplicità delle parole, il libro è un crescendo di "tensione" (non è proprio la parola esatta, forse è meglio dire emozione) fino al drammaticissimo finale.
Non mi sarei aspettata una fine diversa, mi sembra in assoluta coerenza con tutta la storia.

Una delle cose che mi è piaciuta di più è il rapporto delle due sorelle: a volte può sembrare un tantino morboso, ma l'affetto profondo che le unisce è innegabile, sia nei gesti quotidiani che nelle parole e negli sguardi che si rivolgono, che soprattutto nell'enorme segreto che condividono.
Loro due sono a conoscenza di quello che successe ai loro familiari, l'una perché ne è stata l'artefice, l'altra perché conosce troppo bene la sorella.

Lo zio Julian sta scrivendo la storia della famiglia, con particolare minuzia (e oserei dire, pignoleria) riguardo quell'ultimo fatidico giorno, come se ricostruire le loro ultime ore di vita potesse servire a qualcosa. Forse a dar loro pace per sempre.
Quindi il libro è un continuo riferirsi (in termini freddi, quasi giornalistici) a tutto ciò che i membri morti della famiglia hanno detto e fatto dalla mattina di quella che sarebbe stata la loro ultima giornata sulla terra.

In paese la gente si divide in quelli che prendono in giro le due sorelle apertamente, quelli che lo fanno di nascosto, quelli che le credono due assassine spietate, quelli che cercano di mantenere le apparenze andandole a trovare e che, allo stesso tempo, sono terrorizzati di mangiare qualsiasi cosa esca dalla loro cucina.
Devo ammettere che è stato abbastanza esilarante vedere le due ragazze (e lo zio Julian) mettere in imbarazzo ignare signore con il racconto di quello che successe quella sera fatale. Sembrano prendere in giro non solo loro, ma anche il fatto stesso. Come se non fosse importante.
La freddezza nei confronti della morte dei familiari è qualcosa che forse dovrebbe sconvolgere, più che divertire, ma penso che ci sia di mezzo un bel po' di humor inglese (anche se l'autrice è americana).

Purtroppo, ad un certo punto, si insinua un bug nel sistema perfetto che le ragazze hanno creato nella loro routine quotidiana: arriva il loro cugino Charles. Un essere abbastanza odioso.

Ora, quello che voglio dire è che fin dall'inizio noi lettori capiamo che qualcosa non quadra, che le due sorelle hanno qualcosa di strano, ma non possiamo fare a meno di provare una sorta di empatia per loro. E quando Charles fa il suo ingresso, tutto tronfio e ovviamente interessato, l'inevitabile è che iniziamo anche noi a fare il tifo per Constance e Merricat perché uccidano anche lui.

Il culmine del libro arriva al penultimo capitolo, con l'incendio di Blackwood farm, con le sue inevitabili conseguenze. Le due sorelle si salvano (e noi veniamo a sapere finalmente cosa realmente è successo la sera dell'omicidio) ma non lo zio Julian. Sconvolte, ormai sapendo di poter contare solo su loro stesse, le due ragazze decidono di barricarsi per sempre nel "castello", senza più parlare con anima via.

Questo è uno di quei libri che lasciano senza fiato pur non essendo un libro d'azione, anzi, tutto il contrario. Sono sospesi in un limbo, lievemente altalenanti, poi ad un certo punto è come se si fermassero (trattenessero il fiato) per poi tornare di nuovo a dondolare.

D-e-l-i-z-i-o-s-o.

Anarchic Rain

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