giovedì 12 marzo 2015

Memorie di una geisha di Arthur Golden

Eh si, devo ammetterlo. Ho visto prima il film e poi ho letto il libro.
In alcuni casi è una svista che può essere fatale. Questo è uno di quei casi.

Piccola, solita premessa: io amo il Giappone (lo so, lo so, sembra diventata una moda di 'sti tempi, ma io lo amavo da prima, ma vabbè, chissenefrega) e quindi, come ogni rispettato (e rispettoso) topo di biblioteca, ho sempre cercato di leggere/vedere cose che lo riguardassero, da ogni punto di vista. Ma la cosa che mi attira di più è sicuramente la sua cultura.
Una cultura che va al di là del manga (che comunque leggo in abbondanza), delle solite immagini dell'incrocio di Shibuya, di Hachiko e dei pendolari che dormono appena di appoggiano in metropolitana.
Una cultura che comprende cose che ancora ci sono perlopiù sconosciute o tenute nascoste, in un certo modo, con la tipica riservatezza degli orientali.
Una di queste è proprio il mondo delle geisha.

Tornando a noi, quando uscì il film, per i motivi di cui sopra, non potei non vederlo. Una volta al cinema, nei titoli di testa, scoprii che era stato tratto da un libro.
Inutile dire che il giorno dopo mi fiondai in libreria a comprarlo.
E lo lessi d'un fiato.

Se il film era stato grandioso (per fotografia e colonna sonora, se non altro), il libro è davvero ben scritto. In parte biografico, scritto dopo varie interviste ad una ex-geisha di Kyoto ormai naturalizzata americana, in parte romanzato.
E' questa la prima cosa che mi ha dato fastidio.
Insomma, speravo che il libro mi aprisse uno spiraglio sul mondo segreto e misterioso delle geisha, queste "artiste" istruite e raffinate, per le quali ogni gesto doveva esprimere perfezione, ma non solo ogni gesto, ogni respiro, ogni più sottile capello, e invece sono rimasta un po' delusa.
Come ho detto, il libro è scritto bene, scorre veloce e la storia è dolce, a tratti avvincente, ma purtroppo è davvero troppo americanizzata. Magari è davvero andata così, a grandi linee, ma non posso fare a meno di pensare che se avesse scritto la storia vera, senza abbellimenti da scrittore, il libro stesso ne avrebbe giovato e la lettura sarebbe stata più bella e istruttiva.

Insomma, se io voglio leggere qualcosa che mi parli del Giappone, preferisco che vengano usate parole e metafore ed espressioni tipiche giapponesi. Non mi piace di certo che uno scrittore occidentale esprima gli stessi concetti adattandoli a lettori occidentali. Non c'è verità altrimenti. E al libro manca questo. Verità, freschezza, malinconia. Tutte qualità di cui invece la letteratura giapponese  è piena.
Non starò qui a fare il paragone con gli autori nipponici, ma è lampante come il sole che questo libro non è stato scritto da nessuno di loro.
Forse avrebbe venduto di meno, ma sarebbe stato sicuramente più bello...

Però devo ammettere che, quando ho letto l'ultima parola, ho chiuso la copertina e mi sono sentita bene. E' raro che legga libri che finiscono con "e vissero tutti felici e contenti" e ogni tanto mi dimentico che anche un lieto fine può essere appagante. Diciamo che quando tutto si aggiusta, quando veniamo a sapere che Sayuri e il Presidente sono stati insieme tutta la vita (nonostante lui avesse comunque la moglie ufficiale), sentiamo che ogni cosa è come doveva essere e che le deviazioni che uno prende nella vita possono allontanarlo dalla meta ma non per sempre.
Un pensiero confortante, converrete con me.

In definitiva, se avessi una scala da 1 a sei, direi che questo libro si colloca a 3. I latini dicevano che In media virtus stat, poi vai a capì se è vero, ma pare che perlopiù c'azzeccassero.
Quindi il mio consiglio è "leggetelo", perché non vi farà male, ma ricordate che i libri che vi fanno veramente bene sono altri.

Anarchic Rain

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