venerdì 30 gennaio 2015

Perché i miei autori preferiti sono i miei autori preferiti (part III)

Benvenuti alla seconda metà delle curiosità non richieste di cui probabilmente non vi frega una mazza.
Siamo arrivati a parlare dei viventi. Per la precisione di romanzieri viventi.
Ho trovato molto più semplice pensare a questo elenco piuttosto che a quello dei romanzieri morti, probabilmente perché avendo letto più libri "datati" la scelta è stata più ardua. E distinguere tra "libro" della tua vita e "scrittore" della tua vita non è semplice.
Ma comunque, veniamo subito al dunque. Stavolta, visto che proprio non so in che ordine metterli, vado con quello temporale.
Elenco secco: Stephen King, Alessandro Baricco, Haruki Murakami e Ian McEwan.
Piccola postilla: McEwan ho cominciato di recente a leggerlo, quindi ho letto solo quattro dei suoi libri, quindi mi dispiace se sarò poco esauriente su di lui. Diciamo che è un work in progress.

Stephen King è arrivato per me all'età fatidica già menzionata di 12 anni. Era Natale 1994. L'horror (insieme al gotico) era un genere affascinante oltre ogni dire e non so più dove avevo sentito parlare di questo scrittore americano. Così come regalo chiesi un suo libro. Ne ottenni due. Amore. Perché mi piace King? Cos'ha di tanto speciale? In realtà di questo ne ho già parlato abbondantemente nelle singole discussioni sui suoi libri, ma ok, lo ripeterò qui a beneficio dei pigri: King non sa solo raccontarti una storia. Sa portartici dentro, sa fartela vivere sulla tua pelle e, soprattutto, sa meglio di tutti come farti soffrire di più. Sa dove colpire insomma. E lo fa, puntuale come un orologio. Al di là delle storie chiaramente irreali che racconta, lui ti mostra sempre quel lembo di realtà in cui ti riconosci ed è per questo che gli orrori che descrive alla fine diventano così reali. In On writing dice: scrivete quello che sapete. E lui lo fa. Scrive quello che sa, sulla realtà e sugli incubi che nascono da essa. Ma si ricorda sempre che a volte la realtà stessa è più spaventosa di ogni fantasia.
Quindi: King perché sa come farti attraversare la magia per arrivare al cuore della verità.
Alessandro Baricco è uno scrittore contemporaneo chiacchieratissimo. La cosa più frequente che sento dire alla gente su di lui è che è snob. Uff. Si, mi viene da sbuffare quando sento ste cose. Mi viene da dire, si, vabbè e allora? Mica te lo devi sposare.
Di Baricco ho letto tutto, tranne un paio di saggi e l'ultimo testo teatrale. Mi sento di dire che lo conosco (non lui, ma almeno in parte la sua poetica) e lo adoro. Come persona non so affatto chi sia, se snob o classista o generoso o altro, ma come artista so che è lieve. Non c'è altro aggettivo per me per descriverlo ed anche questo non è farina del mio sacco, ma del suo: l'ho preso in prestito da uno dei suoi libri, Oceano mare, e da uno dei suoi personaggi, Bartleboom, che forse è proprio lui stesso.
Baricco ci dice che Bartleboom è un uomo lieve e che il mondo ha bisogno di uomini come lui per rimanere sospeso nella sua orbita e non affondare nelle profondità vuote dello spazio. Ecco, io penso esattamente la stessa cosa dello scrittore. Penso che se non ci fosse lui a raccontare di città che non esistono, a costruire locande in riva al mare o circuiti di una vita, o semplicemente di uomini e donne che vivono come sanno e come possono, questo mondo sarebbe un posto più grigio e più triste.
Quindi: Baricco perché aiuta a tener su la baracca.
Haruki Murakami è una scoperta incantevole. Autore giapponese contemporaneo che, al contrario di Mishima, non permea i suoi romanzi di pessimismo. Nonostante non si possa certo dire che scriva commedie, lui in un certo senso fa quello che fa King: permea i suoi romanzi di magia. Ma è un tipo di magia diversa e questo è ben comprensibile considerando che King è occidentale in tutto, mentre Murakami è chiaro come il sole che sia orientale fino al midollo. Con questo non voglio assolutamente dire chi è meglio o peggio, anche perché se li ho nominati entrambi vuol dire che sono entrambi sullo stesso livello per me. Voglio solo dire che lo spirito con cui scrivono è diverso e che in King non ritroviamo, anzi, non possiamo ritrovare quella malinconia, quella nostalgia e quella sottile tristezza (ma non in senso negativo) che invece costituisce parte fondamentale della poetica di Murakami. Ora, lo so che per un occidentale è dura immaginare il termine "tristezza" senza la sua accezione negativa, ma vi prego di provarci. I giapponesi (non so gli altri orientali, ma loro di sicuro) fanno della malinconia, del ricordo, della nostalgia uno stile di vita. Per loro è così che va il mondo, le cose succedono, le cose si trovano e le cose si possono perdere. Se non avete mai letto nulla di un autore giapponese (persino nei manga è presente questa qualità) non potete capire, quindi non sforzatevi. Cercate di credermi sulla parola.
Quando qualcuno mi chiede da dove cominciare con lui io dico sempre: da dove vuoi ma non da Norwegian wood. Non perché non sia bello. Ma è un romanzo scritto a unico beneficio dell'occidentale. Nessuno mi toglierà mai quest'idea dalla mente. Se dovete cominciare cominciate da Sotto il segno della pecora (e poi il suo seguito ideale Dance dance dance) o da La fine del mondo e il paese delle meraviglie oppure da Kafka sulla spiaggia. Se invece non vi fidate, se volete andarci piano, niente di meglio che una raccolta di racconti e se non vi piace amen.
Quindi: Murakami perché ti colpisce dritto al cuore senza farti male.
Last but not least, Ian McEwan è un autore britannico e, come tale, ha uno stile quasi brutale. Mi piace proprio per questo. Ti butta in faccia quello che pensa, anche le cose brutte, te le mette nero su bianco e tu non puoi farci niente, sono lì, le devi leggere. Se ti fanno male, problemi tuoi. Nei suoi romanzi (quelli che ho letto sono Espiazione, L'amore fatale, Il giardino di cemento e L'inventore di sogni), lui parte da un elemento apparentemente banale che però si amplifica in modo esponenziale e poi si sgonfia come un pallone bucato: lentamente ed inesorabilmente.
Quindi: McEwan perché ti lascia i graffi che vuole.

For now, that's all folks. See you sometime soon.

Anarchic Rain

Perché i miei autori preferiti sono i miei autori preferiti (part II)

Eccoci subito, senza quasi interruzione (a parte la mia cena, grazie) alla seconda parte della nuova chiacchierata alla scoperta dei perché di un'assidua e appassionata lettrice. Me.
Concludiamo in questa prima metà la carrellata sui defunti, quindi avrete indovinato che si parla un po' di Poesia.
Impossibile definire cos'è la poesia e come agisce dentro ognuno di noi. "M'illumino d'immenso" a me pare semplicemente un'iperbole buttata lì come per caso e alcuni c'hanno scritto libri interi sopra. Insomma, non c'è sacro e profano in senso assoluto. La poesia tocca corde segrete dentro di noi e ognuno si fa toccare da parole e stili diversi. Quindi in poesia non c'è niente di universale.

Prima di farvi il mio solito elenco, voglio parlarvi di un poeta che non rientra in quest'ultimo ma che ha scritto una poesia che mi segue fin da quando ho 12 anni. Mi segue nel senso che io ho sempre avuto un diario, un'agenda o un quaderno per scrivere i fatti salienti del giorno e dentro ognuno di questi, fin dalla seconda media, c'è una copia scritta a mano della suddetta poesia. Ovvero Questo amore, di Jacques Prevert. Perché proprio questa poesia, forse vi chiederete, oziosamente incuriositi. Perché la prima volta che l'ho letta non sono riuscita a togliermela dalla testa. Mi risuonavano tutte le parole (e chi la conosce sa che non è facile, visto che è di una lunghezza scoraggiante), tutti quei brevi versi (a volte solo una parola, a volte lunghi interminabili elenchi di verbi) per descrivere una cosa sola, un sentimento, l'amore. L'unica emozione che nessuno è mai riuscito a descrivere in maniera soddisfacente. Dopo aver letto questa poesia, un paio d'anni dopo, in un mercatino della mia città trovai un suo libro di poesie (non esisteva internet a quel tempo e non sapevo nulla più di quello che c'era scritto sull'enciclopedia di casa, ed era molto poco) e lo comprai subito (era uno di quei volumi arancioni della Newton se non mi sbaglio, a 4.900 lire).
Lessi le altre sue poesie e rimasi malissimo. Una delusione. Dov'era tutto il lirismo, tutta la poeticità della prima insuperabile poesia? L'aveva infusa tutta in quell'unica? L'aveva finita?
Tutto questo po' po' di roba per dire che nel mio elenco ufficiale ci sono solo i poeti che non mi hanno mai fatto provare quella delusione.

Iniziamo. Elenco nudo e crudo: Edgar Allan Poe, Arthur Rimbaud, Giacomo Leopardi e Walt Whitman.
Precisazione: metto Poe nei poeti e non nei romanzieri per due motivi: non ha mai scritto un vero e proprio romanzo e la prima cosa che ho letto di suo è stato The raven, subito seguito da The tell-tale heart (di poco, ma è venuto secondo).

Iniziamo proprio da Poe, questo triste, solo (perlopiù) e disperato ragazzo che, mentre si autodistrugge con l'alcol, riesce a creare alcune delle opere più belle mai scritte. Chi ha letto Poe solo in italiano forse non può capire in pieno quello che dico, perché purtroppo/per fortuna uno scrittore e in particolar modo un poeta lo si capisce solo leggendolo nella lingua madre. L'inglese di Poe è ostico, non solo per me che non sono inglese/americana di nascita, ma anche per i suoi compatrioti. Ma i suoi versi originali sono cadenzati, musicali e ricchi. Ogni parola è densa di significato, ogni metafora o similitudine o sineddoche o sinestesia ha dietro tutto un mondo di significato. Solo una mente prodigiosa e piena di cultura poteva scrivere certe parole.
Oltre al linguaggio usato, fatali per me sono le atmosfere. Ho "scoperto" Poe a circa 12 anni, quando allo stesso mercatino dove ho comprato Prevert, ho preso anche un altro Newton a 4.900 lire, che comprendeva tutte le poesie di questo americano a me ancora sconosciuto, di cui avevo letto una sola strofa della sua poesia più famosa, quel "Corvo" che non se ne andrà "mai più" dal mio cuore. In quel periodo avevo appena cominciato a leggere di vampiri e avevo appena visto il film Dracula di nascosto. Insomma, ero in piena fase "gotico-adolescenziale". La nebbia, l'umidità, il buio in cui le sue poesie sono immerse fece scattare un interruttore dentro di me, facendomi scoprire le stanze nascoste che c'erano già dentro di me.
Quindi: Poe perché mi ha spinto dentro il buio e me l'ha reso confortevole.
Oh, gioia immensa. Arthur Rimbaud: sono finalmente arrivata a parlare di lui. Ero davvero impaziente. Rimbaud ha rappresentato la svolta nella mia vita di adolescente. San Valentino 1998. Quinto ginnasio. Quindici anni e 5 mesi. Io e alcune mie amiche (tutte single, ovviamente) eravamo a casa mia a vedere un film. E quel film era Poeti dall'inferno, una pellicola biografica su un poeta diciassettenne alle prese con la vita (e con il suo primo disastroso amore). Rimbaud. A quell'epoca l'unica cosa che potevo fare era andare in libreria a cercare ogni cosa scritta da lui. Trovai Una stagione all'inferno e Le illuminazioni. Le lessi d'un fiato. Non mi bastava. Andai in biblioteca e presi l'opera omnia. Lessi anche quella. Non mi bastava. Presi saggi su di lui, libri con la corrispondenza tra lui e Demeny o Verlaine (l'amore disastroso di cui sopra) e altri. Non mi bastava ancora. Cominciai a scrivere quello che per me significavano le sue opere. Forse quello cominciava a bastarmi. Ma lasciate che vi confessi una cosa: non mi basta ancora. Ogni tanto devo assolutamente leggere per l'ennesima volta di quella "bellezza amara" o di quella "cattedrale" che sprofonda nelle sabbie mobili o la sua straordinaria lettera del veggente. Se Poe mi ha spinto nel buio, Rimbaud mi ha fatto esplodere di amore.
Quindi: Rimbaud per Credo in unam.
Giacomo Leopardi è stato il mio primo. Il primo poeta che io ricordi di aver letto in vita mia, ma anche il primo per sentito dire (da mia madre, che ne parlava spesso ai suoi alunni). Leopardi è definito da tutti un pessimista cosmico e magari è anche vero, ma ora so, dopo più di 20 anni che ne sento parlare, che non era solo quello, che era in grado di scrivere cose come Il diario del primo amore (se non lo avete letto mai, vi prego, fatelo, perché è esilarante), cose come alcuni dialoghi delle operette morali che sono assolutamente facete, alcuni brani dello Zibaldone che sono inni di speranza. E' il poeta con il numero maggiore di poesie imparate a memoria a scuola. Con lui è cominciato il mio amore per la poesia.
Quindi: Leopardi perché ha fatto della tristezza un'arte sublime.
Walt Whitman è, in ordine temporale tra i quattro, l'ultimo che ho conosciuto. A costo di sembrare ripetitiva, a onor del vero devo dirvelo: anche il suo primo libro mi è capitato in mano a quel mercatino di cui sopra che, sempre a onor di cronaca, era quello che c'era prima davanti al campo sportivo nella città dove sono nata e che non so se fanno ancora, ma non credo. Comunque, di lui avevo sentito parlare in uno dei film più belli di sempre (per me), ossia Dead poets society. "Oh me, oh vita" e naturalmente "Oh capitano, mio capitano!". Walt Whitman apre il suo Leaves of grass con una preghiera: che il corpo non sia asservito all'anima, che entrambi gli aspetti dell'uomo sono ugualmente importanti e nessuno dei due va mortificato, qualunque sia la ragione. Un concetto splendido, se ve ne rendete conto, visto che ai cattolici di solito viene insegnato a sacrificarsi nel corpo per innalzare lo spirito. E, ci crediate o no, io a quell'epoca ero convinta che avessero ragione. Invece qualcuno stava dicendo ora che non era così. Qualcuno spiegava con parole belle e ragionevoli che noi siamo essere umani e che siamo fatti di carne e sangue oltre che di spirito e che tutto in noi va nutrito con amore e devozione. Un concetto strabiliante.
Quindi: Whitman perché mi ha liberata.

So cosa state pensando, maligni miei: e Shakespeare?
Bè, una domanda ve la faccio io: vi pare che Shakespeare sia un romanziere? Direi di no. Vi pare che Shakespeare sia un poeta? Se rispondete di si, siete degli sciocchi superficiali.
William Shakespeare è al di sopra delle parti in causa, ragazzi, perché altrimenti non ci sarebbe storia.
Quindi ingoiate le vostre assurdità e aspettate di sentir parlare del bardo quando va a me.

Buonanotte.

Anarchic Rain

giovedì 29 gennaio 2015

Perché i miei autori preferiti sono i miei autori preferiti (part I)

Mi sembra venuto il momento di parlare un po' direttamente con voi di alcuni perché.
I perché che si chiedono sempre a un lettore sono abbastanza standardizzati e al momento me ne vengono in mente due fondamentali: perché leggi? Perché proprio quell'autore?
Quanto al perché leggo, l'ho spiegato in parte, nel primo post di questo blog, e si riassume nella frase un po' iperbolica "io leggo come tu respiri, per vivere".
Quanto ai motivi sui miei autori preferiti, sono tanti e forse anche comuni a tutti gli altri lettori (mentre non sono comuni gli autori stessi).

Per iniziare a rispondere a questo perché, devo fare due divisioni necessarie.
Prima: i miei autori preferiti vivi e i miei autori preferiti morti.
Ho detto "necessaria" perché se parliamo di geni indiscussi a livello mondiale avrei davvero difficoltà a fare una scelta, soprattutto perché quelli "morti" hanno avuto più tempo per sedimentarsi nelle nostre coscienze, ci pervadono fin da piccoli (per alcuni tipo me è davvero così) e quindi non riusciamo molto a capire quanto è il "piacere" e quanto l'"affetto".
Seconda: classificare a parte poeti e romanzieri. Il motivo è molto semplice: poesia e prosa sono due forme di espressione artistica molto diverse e cercare di paragonare Rimbaud a Jane Austen mi sembra davvero una forzatura e un sacrilegio. Come quando ti chiedono se preferisci la prosa o la poesia stesse. Ma che razza di domanda è?? Andiamo, su, non fate gli sciocchi.
Il problema principale, quando si tratta di "preferiti" è definire il campo: non parliamo di "libri preferiti", ma di "scrittori", il che vuol dire che nella lista ci sarà anche qualcuno di cui non ci sono piaciuti tutti i romanzi o qualcuno di cui ci manca ancora qualcosa da recuperare, anche se il grosso è fatto. Una volta definito questo, il lavoro è (o almeno sembra) un tantino più semplice.

Per inciso, ogni volta che parlo di "classifica" mi viene in mente la scena del film Dead poets society in cui Robin Williams fa strappare l'introduzione del libro di letteratura ^_^ naturalmente non intendo quel genere di classifica, ma solo qualcosa che si basa sui miei gusti e sulla mia analisi personale.

E allora cominciamo.

Questa prima parte (se fate i conti, capirete subito che è la prima di quattro) è dedicata ai romanzieri morti.
Spariamo subito i nomi e leviamoci il pensiero: Fedor Dostojevski, Herman Hesse, Jane Austen, Lev Tolstoj, Italo Calvino e Yukio Mishima. Ovviamente in ordine sparso.
La Russia domina.
Come potete vedere da soli, sono sei autori molto diversi tra loro, sia per temi che per linguaggio, ma nel corso della mia breve carriera di lettrice sono quelli che mi hanno colpito di più.

Dostojevski è semplicemente il genio della letteratura russa. Cupo, tormentato, pessimista, dilaniato tra fede e paganesimo. Trovo che i suoi libri siano puro piacere da leggere. Partiamo dal "basso" e facciamo qualche esempio: Delitto e castigo. Già vi vedo, alcuni che storcono il naso, altri che leggono ironicamente la parola "basso" e pensano che io sia stupida. A quelli che storcono il naso, non rispondo nemmeno perché vuol dire o che non l'hanno letto, e quindi non meritano risposta, o che l'hanno letto superficialmente. Coro di "che palle, ancora co sto superficialmente!" a parte, voglio dire che, anche se ovviamente un libro non può e non deve piacere a tutti per forza (in fondo i gusti son gusti e blablabla), comunque questo è un libro scritto in maniera superba e psicologicamente profonda. Bisogna riconoscerne la grandezza a prescindere. Idem per gli altri (giusto per citare, I fratelli Karamazov, Memorie dal sottosuolo, L'idiota e I demoni, di cui ancora sono al primo terzo perché la lettura è proprio ostica, ma prima o poi lo finirò).
La mia folgorazione l'ho avuta con I fratelli Karamazov, bellissimo romanzo, di cui parlerò quando mi sentirò pronta, per il modo in cui descrive e fa muovere i personaggi, che sembrano le tre sfaccettature di una stessa persona.
Quindi: Dostojevski perché è un gran conoscitore dell'animo umano e della sua follia.
Herman Hesse è uno scrittore che va letto quando sei "piccolo", voglio dire intorno ai 14-15 anni, perché penso che faccia più presa su una mente ancora parecchio vergine e immaginativa. E' uno scrittore a cui piacciono molto le metafore, per descrivere la vita, la morte e tutto quello che c'è in mezzo. L'ho iniziato a leggere che avevo 14 anni più o meno e Narciso e Boccadoro fu perfetto per me. Poi vennero Siddharta, Demian, Il lupo della steppa, Sotto la ruota e tutti hanno sempre scavato un po' più a fondo dentro la mia anima sognatrice e ci hanno seminato qualcosa. Se poi sia germogliato non posso dirlo con certezza, ma qualcosa della temerarietà di Boccadoro deve essermi rimasta, qualcosa della silenziosità di Narciso o dell'egocentrismo di Demian anche. Forse, a leggerli a 30 anni per la prima volta, si perderebbe troppo dell'incoscienza dell'adolescenza e si ridurrebbero a libri piacevoli e nulla più. Ma tutto va letto a tempo debito.
Quindi: Hesse perché ti apre universi nell'anima.
Jane Austen (mi accorgo solo ora che è l'unica femmina della classifica, oibò) è indescrivibile. Cosa posso dire di lei che non suoni sciocco o frivolo? Come posso descrivere quello che lei fa nei suoi romanzi senza apparire una donnetta? Ci provo. SUPERFICIALMENTE sono romanzi rosa, una specie di Harmony senza scene di sesso. Ma ormai lo sapete, chissenefrega della superficie. La signorina Austen, morta giovane (bè, oggi sarebbe stata giovane, allora era di mezza età) e single, è stata un'attentissima osservatrice, acuta e pungente, della società del suo tempo. Sapeva bene quello che le era permesso scrivere e quello che non lo era, perciò ha scritto quello che voleva lei mascherandolo da quello che volevano gli altri. Insomma una faccia tosta nascosta da una maschera da angioletto e quanto ci piacciono le donne con le cosiddette!
Quindi: Jane Austen perché era un genio ribelle e astuto.
Lev Tolstoj è l'altro autore russo che stimo profondamente. Forse sono poco obiettiva in questo mio giudizio, perché è colui che ha scritto il miglior personaggio maschile della letteratura (di tutti i tempi, eh, mica pizza e fichi), ossia il principe Andrej Bolkonski, alias il protagonista di Guerra e pace. Comunque anche lui è riuscito a folgorarmi come gli altri nominati e la ragione è nel suo estremo realismo. Lo so che in parte è dovuto al fatto che prima si scriveva in modo da far "apparire" la scena ai lettori (che spesso avevano molto poca immaginazione), un po' come faceva anche Dickens, ma a me le descrizioni sono sempre piaciute un casino, più della trama, più dei fatti stessi. Per entrare in un libro veramente ho bisogno di centinaia di pagine inutili che mi descrivono gli oggetti sui mobili, ogni riccio dei capelli di un personaggio, ogni granello di polvere che si sposta con l'aria...sono i particolari che fanno la differenza, perché, diciamocelo, ormai le storie sono state tutte raccontate (anche più volte) e quello che fa la differenza è il come. Ecco, più questo come è lungo, più io sono felice.
Quindi: Tolstoj perché sa dare importanza alle piccole cose.
Italo Calvino è l'unico italiano della lista, ma non perché non mi piacciano altri italiani, anzi. Mi vengono in mente Moravia e D'Annunzio, per esempio, ma Calvino è quello che ho sentito più vicino, più simile a me. I suoi romanzi e racconti sono tutti abbastanza brevi, nulla a che vedere con i prolifici russi, ma anche in questo caso riesci a percepire l'esistenza di quel mondo intorno a te. Ti sa trascinare nel libro e lo fa anche "letteralmente" in Se una notte d'inverno un viaggiatore, uno dei libri più belli che abbia mai letto. Il lettore che diventa protagonista effettivo. Fantastico, tutto ciò che ciascuno ha sempre sognato, no? I libri di Calvino ti portano lontano, anche quando parlano di storia o fatti realmente accaduti, riescono a creare un'atmosfera quasi di sogno e a te sembra di leggere sempre una favola.
Quindi: Calvino perché ti fa tornare a uno stadio fanciullesco.
Yukio Mishima è stato un meraviglioso autore giapponese e purtroppo è morto prima del tempo (suicidio rituale) portandosi via tutti i romanzi che ancora poteva scrivere. Di lui ho letto molto, ma non ancora tutto, e quello che i suoi numerosi romanzi e saggi mi hanno lasciato è il tentativo. Bisogna tentare nella vita, osare essere quello che vogliamo, quello verso cui la nostra natura ci spinge. Dobbiamo assecondare le nostre inclinazioni e non fare della nostra vita quello che gli altri vogliono, altrimenti saremmo infelici fino alla morte (e talvolta fino a morirne). E' uno scrittore delicato e incisivo allo stesso tempo, ti sorprende con la bellezza di un ciliegio e poi ti stronca con la perfezione di una lacrima. I suoi romanzi sono "mistero", non nel senso di suspance o intrighi, anzi, tutto il contrario. Descrivono apparentemente le vicende della vita di tutti i giorni, ma il suo punto di vista non è "esterno". Noi viviamo la storia direttamente dal cuore del protagonista (o di una persona che gli sta intorno), in particolare mi riferisco a Confessioni di una maschera e alla quadrilogia del Mare della fertilità. Ma anche punti di vista più distaccati, come per esempio in Colori proibiti e Musica, mostrano lo stesso un quadro intimo della storia in sé.
Quindi: Yukio Mishima perché è lieve e profondo come un respiro.

Ok, amici diletti, questi sono i miei romanzieri morti preferiti.

Mi piacerebbe sapere quali siano i vostri (cercate di dividerli nelle categorie che ho indicato sopra, se potete), anche se mi pare che siete timidi...
Aspetterò che siate pronti.

Anarchic Rain

Emma di Jane Austen

Torniamo per un po' ai classici. Classici riconosciuti da tutto il mondo. Stiamo parlando dell'800 inglese, mica di bruscolini. E stiamo per parlare di Jane Austen, mica di E.L.James.

Avete mai ascoltato il valzer di un minuto di Chopin? Io lo sto ascoltando adesso in repeat e trovo che non ci possa essere una musica più adatta per scrivere di questo romanzo.
Emma è il quarto romanzo di miss Austen ad essere pubblicato, a quattro anni da Ragione e sentimento, due da Orgoglio e pregiudizio e uno da Mansfield park e trovo che delle sue sei opere compiute e pubblicate (sette, se consideriamo Lady Susan) Emma sia quello che più si avvicina per spirito alla scrittrice. Penso che sia il romanzo che più la rappresenta.
E forse, se lo avete letto, troverete un po' strana questa mia affermazione.
Insomma, diciamocelo, Emma non è proprio la persona più simpatica sulla faccia della terra!
E' egoista, capricciosa, volubile, egocentrica. Insomma una donnetta insopportabile, sembrerebbe.

Ma cosa vi dico sempre? Non potete leggere un libro (nessun libro, anche quelli peggiori) con superficialità. Se leggete con superficialità siete spacciati, così come lo sareste in qualsiasi altro campo della vostra vita.
Quindi anche Emma merita la vostra completa attenzione e dedizione.

La protagonista indiscussa è lei, senza dubbio, domina ogni pagina, ogni scena, anche quando è assente: il fatto di essere la "signorina" del villaggio la mette sulla bocca di tutti e, poiché fondamentalmente lei ha un buon cuore, quelle bocche sono anche generose nei suoi confronti.
Emma non è una persona stupida, non è un'oca. Però, siccome è sempre stata vezzeggiata ed ha effettivamente un bel cervello, ha sempre fatto il comodo suo, ma mai (volontariamente) a scapito degli altri.
Non è cattiva, non è maligna.
E' solo un po' snob.
Si, lo so, fa ridere questa espressione. Ma è davvero questa la definizione che le calza a pennello: per fare un esempio su tutti, Harriet Smith. Ossia una giovane figlia di nessuno che lei prende sotto la sua ala protettrice. Una vera snob non l'avrebbe mai fatto. Ma ecco che fa una cosa snob, quando dice ad Harriet di troncare i suoi rapporti con la famiglia di "contadini" perché non abbastanza altolocati da poterli frequentare. Tenta invece di farla sposare con il parroco del paese, per darle comunque un'occasione in società ed ecco che proprio il parroco si rivela uno snob, ignorando la povera Harriet e facendo invece la corte alla stessa Emma, che lo rifiuta indignata per la sua amica.
Insomma, Emma Woodhouse è una signorina a modo suo gentile e generosa, ma solo se gliene salta il ghiribizzo.
Il suo caratterino viene tenuto a freno non da suo padre, che è effettivamente un debole, ma dal suo migliore amico, se vogliamo chiamarlo così (io lo chiamerei "grillo parlante" a volte, tanto è costretto a farle da coscienza!), ossia mr Knightley, ossia l'immancabile Superuomo della nostra amata miss Austen.

Se la vera protagonista è la Emma del titolo, leggendo questo piccolo gioiello, non possiamo fare a meno di notare che non è da sola...davvero non vi siete accorti del chiacchiericcio sottostante? Tutto il paese parla e straparla, il padre di Emma, persino l'integerrima signora Weston non si sottrae al pettegolezzo. E non ditemi che la signorina Bates vi sta antipatica, perché non ci credo! E' così tenera e simpatica, mentre cerca di rendersi all'altezza della situazione, non riuscendoci molto spesso, sembra un uccellino che cerca di tornare nel nido dopo che per errore si è avventurato appena pochi passi fuori. Non ci credo che non vi ha ispirato nemmeno un briciolo di benevola pietà.

Sinceramente, l'unico personaggio per cui ho veramente provato istinti omicidi è Frank Churchill. Ovviamente non perché tenta di nascondersi dietro Emma per tenere al sicuro il suo segreto, ma perché non ci si comporta così con una ragazza come Jane Fairfax, che è tutto fuorché una sciocca senza cervello. Insomma, a quell'epoca le donne non potevano parlare di certe cose, non potevano fidanzarsi, dovevano aspettare che fosse l'uomo a fare tutto ed era l'uomo che teneva il metro di comportamento adeguato. Be', mi è sembrato davvero poco serio e irrispettoso, anche nell'ottica del gioco. Uno scherzo di cattivo gusto.
Fortuna che Emma è troppo intelligente per perdere tempo con un tipo frivolo come Frank. Ma io sospetto che non si sia innamorata di lui perché inconsciamente già lo era da tempo di mr Knightley.

Quanto mi piace diventare una donnetta pettegola quando leggo questo libro! Miss Austen è davvero brava a farti entrare nel clima del paese di campagna dove tutti parlano di tutti e dove le famiglie influenti sono poche e non hanno paura di mischiarsi con quelle meno altolocate.
Quello che più mi è rimasto del romanzo è sicuramente la sua freschezza, la sua gioiosità di fondo, senza ovviamente nulla togliere alla capacità di analisi personale a cui ormai l'autrice ci ha abituati (a partire dal suo primo "cerebrale" romanzo Sense and sensibility).  E' incredibile come miss Austen riesca a usare il linguaggio in modo da farti sembrare il romanzo il racconto di un'amica che ti sta parlando seduta accanto a te mentre bevete il tè. E si tratta della tua migliore amica, che ti viene a trovare ogni giorno, di cui parlate di tutto, dai vestiti ai ragazzi, che ti sa dare consigli e te ne chiede, con cui ridere tanto e senza timore.

Fatevi un favore, leggete questo romanzo, cercate di superare l'avversione ai pettegolezzi di paese (se ne avete) e divertitevi seguendo le avventure di Emma "bella, intelligente e ricca" e di tutto il suo vicinato. Non ve ne pentirete e di sicuro passerete qualche ora spensierata!

Anarchic Rain

domenica 25 gennaio 2015

La Torre Nera di Stephen King (parte II)

Quando ho scritto la prima parte, ho specificato che ero a circa metà dell'ultimo volume, quindi la possibilità di quest'ultimo post più che probabile era certa.

Ho terminato la saga circa un mese fa, il 29 dicembre, ma ho avuto bisogno di un po' di tempo per assimilare il tutto...sia il libro, sia la saga. Non so ancora se ci sono riuscita ma oggi mi andava di parlarne, quindi lo faccio. Vedo cosa ne viene fuori e se non mi piace cancello e ci riprovo più in là.

L'unica premessa possibile è che è davvero difficile parlare della Torre Nera. Ci sono così tanti aspetti da considerare, così tanti personaggi, così tante situazioni. Impossibile parlare di tutto, perché per me è impossibile ricordarle tutte. Avrei dovuto prendere appunti mentre leggevo, forse. E forse posso aiutarmi con le varie frasi che ho sottolineato di volta in volta e che, grazie al kindle, sono al sicuro in una cartella a parte.
E, ripeto, ci saranno spoiler come se piovesse.

Avevo concluso l'altra chiacchierata con la dedica dell'ultimo libro, la migliore di King secondo me, perché con quelle parole finalmente dà peso a tutti i suoi lettori sparsi per il mondo, non più solo nei ringraziamenti, ma proprio a inizio libro, nel posto più importante. E' stato proprio emozionante leggerla, sembrava che il Re fosse accanto a me a dire con la sua voce quelle parole stupende.
Salvo poi sprofondarci nella disperazione più nera a poco meno della metà del libro.
Durante il viaggio verso la Torre, i lettori hanno imparato a conoscere ed amare tutti coloro che si sono ritrovati volenti o nolenti nel ka-tet di Roland. Ma credo di non sbagliarmi quando dico che tra tutti il preferito sia sempre Eddie. Lo scanzonato, provocatorio, ironico e innamorato Eddie Dean. Ebbene, Steve, che diavolo ti è saltato in mente di farlo morire per primo e soprattutto in quel modo?
Si, lo so, sembra il lamento di una donnetta isterica, ma ora vi dico quello che è successo mentre leggevo: i nostri cuori si sono appena allargati per il bellissimo e commovente incontro tra Roland e un suo vecchio "amico" dei tempi di Mejis, Sheemie, la battaglia di Algul Siento si è appena conclusa dopo averci lasciato col fiato sospeso per qualche pagina, il ka-tet si è riunito sul marciapiede, abbracciandosi per rinnovarsi e cosa succede? Uno dei guardiani di quella fortezza, dove i Frangitori erano rinchiusi per spezzare gli ultimi due Vettori, uno tra l'altro a cui non fregava nulla di nulla, trova la forza di sparare un ultimo colpo che, per colpa di non so cosa (Ka?) va dritto a uccidere Eddie.
In quel momento ero a casa di mia zia, con tutto il parentado riunito per Natale e io, davanti al caminetto accesso, con gli occhi pieni di lacrime, mi lascio sfuggire un mezzo gridolino di dolore.
Insomma, per leggere certe cose bisogna avere stomaco, ragazzi, ma per scriverle......bisogna essere sadici. Si era già capito che il Re aveva tendenze SM ma così apertamente è la prima volta che mi capita. Senza un segnale, senza una preparazione mentale. BAM. Eddie non c'è più.
Ma non è finita qua.
Noi stiamo ancora lì, che leggiamo pagina dopo pagina per renderci conto che davvero non vedremo più Eddie che ri-BAM! muore pure Jake.
Vabbè, allora dillo che ti piace uccidere i migliori.
Dillo che ci godi a far piangere la gente.
Quello che voglio dire è che dopo sette, SETTE libri, uno si immagina che Roland salirà la Torre da solo...ma l'immagine comprende il ka-tet che lo aspetta ai piedi di essa. Invece Roland alla Torre ci arriva proprio solo soletto. Con le spalle curve. Triste, nonostante finalmente abbia la sua ossessione davanti agli occhi e possa finalmente mettere fine al viaggio.

Ma è davvero così?

Durante tutti i volumi della saga, King ci ha ogni tanto dato qualche indizio, che magari qualcuno non ha colto o ha messo insieme troppo tardi. Come se Roland quel viaggio lo stesse facendo da secoli, come se non fosse la prima volta.
E quando arriviamo con lui nell'ultima stanza della Torre capiamo perché. 
Roland, effettivamente, quel viaggio l'ha fatto milioni di volte, sempre lo stesso, dall'Entro-Mondo a Fine-Mondo e poco oltre, ma ogni viaggio aveva qualcosa di infinitesimamente piccolo differente da quello precedente. Ogni viaggio ha permesso a Roland di arrivare alla Torre più maturo, più infelice e più stanco.
La saga perciò si conclude come era cominciata, con quel "L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì", ma stavolta c'è un particolare che differisce dall'ultima volta che Roland ha cominciato il viaggio. Nella cintura, accanto alla pistola, Roland porta il Corno di Eld, quello che nella storia che abbiamo appena letto è stato lasciato da Roland nel campo di battaglia di Jericho Hill, quello che è stato suonato per l'ultima volta da Cuthbert Allgood, il suo migliore amico, prima di morire.
E invece adesso ce l'ha lui.
Una piccola cosa? Certo. Ma non è dalle piccole cose che inizia il cambiamento? Sempre.

Ma lasciamo perdere un secondo la storia in sé, tanto si sa: è il viaggio, non (tanto) la destinazione.
Per me leggere questa saga ha significato moltissimo e so che può sembrare strano o persino banale da dire, visto che in fondo è solo un libro. Un libro poi di uno scrittore popolare (qualsiasi cosa significhi, ma ho capito che molti usano il termine con accezione negativa), non un Grande Classico. Eppure la Torre un classico lo diventerà, se già non lo è. Un viaggio mitico, alla ricerca di qualcosa che alla fine è solo se stessi. Mi vengono in mente viaggi più famosi tipo L'Odissea (esagero, forse? No, non credo), Alice in Wonderland, I viaggi di Gulliver, Siddharta, L'Alchimista. Perché la Torre dovrebbe essere diversa?
Le scelte che Roland compie o non compie, in realtà, sono le scelte che nel nostro piccolo facciamo anche noi, così come quello che succede a Eddie, Suze, Jake e Oy, metaforicamente parlando è quello che succede a tutti.
In sostanza, tutti abbiamo la nostra Torre a cui arrivare, tutti abbiamo la nostra Torre da scalare e tutti dobbiamo arrivarci con l'aiuto di qualcuno e superando gli ostacoli che qualcun altro crea a nostro discapito. La Torre Nera non è altro che il nostro Io più profondo, la nostra Leggenda personale, se vogliamo, e arrivarci non è né facile né una passeggiata. Ma è bello, sempre, perché è il nostro viaggio, quello che siamo destinati a essere.
King è stato un vero genio in questo caso, perché fin dall'inizio sapeva cosa avrebbe voluto fare, fin dal suo primo racconto sapeva che la Torre Nera sarebbe stato il suo obiettivo e fin dall'inizio si è spinto nella sua direzione. Ma non poteva mettere la parola Fine a quel viaggio, perché il suo proprio viaggio come scrittore non è ancora concluso. Ci saranno altre storie, altri collegamenti con il mondo della Torre, forse, e io scommetto che se King potesse campare mille anni scriverebbe di altrettante Torri, partendo ogni volta dall'ultima riga della precedente.

Perché un libro del genere ha significato tanto? Perché in ogni particolare c'è una specie d'insegnamento, l'indicazione di una strada e io sento che alcune di quelle strade sono quelle che devo imboccare io. So che succede anche ad altri fedeli lettori, ne ho già letto in altri siti e mi stupisce riconoscere questa unità di intenti pur prendendo strade diverse. E' un libro troppo vasto per non contenere almeno l'accenno di risposta ad alcune delle domande che uno si fa di tanto in tanto.

E poi, come ho già detto nella prima parte della chiacchierata, Roland lo trovo il personaggio migliore di King. E' davvero IL personaggio, completo anche se completamente imperfetto. Forse è la sua imperfezione a rendermelo così vicino, lo sento così umano. E' solo, triste, vecchio, sull'orlo del proverbiale abisso e viene salvato da tre (vabbè, quattro) improbabili sconosciuti (un giovane drogato, una donna dalla multipla personalità e un ragazzino quasi sociopatico, per non parlare del mezzo procione). Che dire della commovente-oltre-ogni-dire scena in cui Roland riconosce Sheemie di Mejis? A me le lacrime sono venute da sole, senza che me ne accorgessi, senza poterci fare niente.
Una magnifica storia di crescita e amicizia, al di là dei generi letterari (non mi stancherò mai di ripetere che King non è "solo" uno scrittore horror, non perché sia disdicevole esserlo, ma perché è comunque anche altro), persino al di là dei gusti personali. E' un'epopea e come tale trascende un po' tutto.

Come non mi stancherò mai di dire, questo è solo il mio parere, quindi opinabile, quindi magari anche sbagliato.
Ma se non avete letto la saga, vi invito a farlo.
E se l'avete letta e non vi è piaciuta, vi invito a rileggerla cercando di non pensare troppo. Lasciate che la magia dei personaggi vi arrivi senza pregiudizi.

Anarchic Rain

Il Principe Lestat di Anne Rice

Ri-eccoci qui.
Vi avevo già preannunciato che la chiacchierata sulle Cronache dei Vampiri non si sarebbe esaurita con il primo post, visto che non avevo ancora letto l'ultimo libro uscito. Ora l'ho fatto e quindi ho di nuovo qualcosa da dire...
Giusto per la cronaca, a breve dovrebbe uscirne un altro ancora, quindi nemmeno questo post è conclusivo (ahah).

Il principe Lestat è il libro che tutti gli aficionados stavano aspettando. Tutti i lettori del mondo aspettavano con ansia che il vampiro più viziato di tutti resuscitasse sul serio e riprendesse a chiacchierare con la folla. Era dai tempi di Memnoch che non succedeva. E sulla pagina facebook mrs Rice non faceva altro che pubblicizzare questa nuova Cronaca da mesi (fino alla data di uscita americana, ossia il 31 ottobre, notte di Halloween).
Quindi le aspettative erano cariche e i fan pure.
Ahi ahi. In genere quando si crea tutta questa suspance, si resta inevitabilmente delusi. E' difficile accontentare tutti, lo so, ci sono cose che per alcuni sono fondamentali e per altri no, persino l'autrice ha delle preferenze che possono non concordare con quelle di alcuni fan.
Però, cavolo, quando è troppo è troppo!
Dunque. Si parte un po' fiaccamente, ma abbastanza bene, con uno schema già trionfalmente proposto nel precedente Queen of the Damned, ossia con una miscellanea di punti di vista.
Esattamente come il terzo libro della saga, Prince Lestat parte da punti di vista differenti, e persino tempi differenti, per arrivare all'attuale situazione.
Ed esattamente come il terzo libro, l'attuale situazione consiste in un pericolo non meglio identificato per la specie vampiresca, per cui si richiede che gli anziani e i membri più in vista della suddetta specie si riuniscano in concilio per cercare una soluzione.
Se la soluzione nel terzo libro fu quella di mettere il Sacro Nucleo dentro il corpo devastato e ormai ridotto a semplice involucro di Mekare, stavolta si sceglierà di "spostarlo" in quello del nostro amato brat prince, che ovviamente non può che esserne più che felice.

Partiamo dalla storia: non è niente di che. I colpi di scena disseminati qui e lì non fanno sussultare quasi mai (l'unico che non mi aspettavo era il concepimento di Viktor, per ovvi motivi), struttura narrativa già usata (anche se con successo, ammettiamolo) e finale scarsino.
Continuiamo con il linguaggio: Anne Rice sa decisamente come descrivere un personaggio, e penso che dia il meglio di sé quando descrive un personaggio che suona uno strumento. A questo proposito mi viene in mente il passaggio in cui Antoine suona il violino insieme a Sybelle, mentre si trova ancora fuori sul marciapiede. Una descrizione meravigliosa, ti fa entrare assolutamente dentro il libro e ti fa quasi sentire quella musica. In questo è davvero una maestra.
Passiamo ai personaggi: quelli sono sempre affascinanti, o perlomeno quasi tutti. Quelli di cui mi sarebbe piaciuto di più sentir parlare sono quelli di cui si è parlato poco e niente, accidenti (per esempio Sevraine) e di altri avrei semplicemente fatto a meno (Fareed sicuramente, non vedo affatto la necessità di un "medico dei vampiri", la sola espressione è un ossimoro).
Inutili figure a parte (citiamo anche Rose, a proposito: andiamo, che cavolo c'entra??), spendiamo due parole sul protagonista, il sempre meraviglioso e sfavillante Lestat de Lioncourt.
E' stato abbastanza impeccabile durante tutto il libro, anche se a mio modesto parere si è visto troppo poco (non abbiamo esagerato un po' col numero dei personaggi, Anne?) ma, proprio quando doveva tirare fuori gli attributi che indubbiamente ha, fallisce.
Come, non ho capito bene?
Si, hai capito bene. Lestat, il piccolo principino viziato, amato da tutti per il suo carattere ribelle e non solo, fallisce. E pure miseramente, direi. Prima di continuare a leggere vorrei ricordarvi che io amo Lestat, è il mio preferito di sempre, quindi mi dispiace un sacco dire queste cose, ok? Non prendetevela con me!
Insomma, prende il Sacro Nucleo dentro di sé e si sente giustamente il più figo di tutti, anche se secondo me figo più di tutti lo è sempre stato, sente che è diventato il Principe dei Vampiri, come già lo chiamavano quelli intorno a lui, e capisce che ormai deve prendere le decisioni come farebbe un Reale. Fin qui benissimo, logico, tuttapposto.
Ed è qui che succede il patatrack. Il suo primo regale discorso. Ma come l'ha scritto? Ma non l'ha riletto alla fine per vederne l'effetto? E' un disastro! Un totale, inconsolabile, impossibile, in-qualche-altra-cosa DISASTRO! Il modo in cui ha dato istruzioni su come organizzare la sua "Corte", in cui ha nominato i suoi "ministri", in cui ha dato disposizioni a tutti su come vivere e quello che fare d'ora in poi...non posso fare a meno di pensare che tutto ciò fosse davvero FUORI LUOGO. Mi sono sentita a disagio leggendolo ed è una sensazione che non mi piace. E non mi è sembrato naturale il modo in cui tutti, persino gli anziani più anziani, gli hanno concesso di dire quella marea di...sciocchezze.

Poi, proprio quando stavo per lanciare il libro dalla finestra, ecco l'inaspettato: un accenno a Nicki, ossia Nicolas de Lenfent e alla "nostra conversazione". Dopo tutto quell'orribile e arido discorso, mi è sembrato un sorso di acqua fresca e mi sono venute le lacrime. Eccola lì la mrs Rice che io adoro, il Lestat che io adoro. Perchè mai si è camuffato dietro qualcosa che non è?
E con l'ultimo capitolo "Louis- E' giunta infine la sua ora", per fortuna, si assiste alla ripresa, seppure breve, del libro. Un bellissimo capitolo conclusivo, dal punto di vista del vampiro che ha dato inizio a tutto, alle Cronache stesse pur non sapendolo, Louis, che Lestat ha amato e ama ancora profondamente, a cui è legato a filo quadruplo fin dalla prima volta che l'ha visto, in parte perchè gli ricorda il suo primo grande amore Nicolas.

Insomma, in conclusione il libro non è certo da buttare, il linguaggio della signora di New Orleans è sempre magnifico e pulsante di colori e vita, ma nell'insieme il risultato non è all'altezza dei primi tre volumi, che come ho già detto sono i miei preferiti e costituiscono il nucleo stesso delle Cronache. Certo, sempre meglio degli ultimi due (Blackwood farm e Blood canticle) ma non abbastanza.
Aspetterò di leggere il prossimo per ricredermi.

Anarchic Rain

Piccole donne di Louise May Alcott

Era un po' che non scrivevo qualcosa...in questo intervallo ho letto un po' di libri: ho finito la Torre Nera, ho letto l'ultimo delle Cronache dei Vampiri, ne ho letti un paio di McEwan e due di King. Non sapevo da dove cominciare a parlare di nuovo e così, stamattina, appena sveglia (è domenica, non fate i pignoli) ho deciso di cominciare dal principio.
Il mio primo libro.
Il libro che mi ha fatto innamorare di tutti quelli che non avevo ancora letto.
Insomma IL libro.
Non poteva che essere un libro per ragazze, un classico. Il primo che ho letto da sola, dalla prima all'ultima pagina, dopo le infinite favole che mi leggeva mia madre prima di dormire. Non ricordo esattamente che età avessi, ma comunque non superavo la decina d'anni.
Piccole donne è un libro che oggi forse è considerato retrò e snobbato dalle ragazzine che hanno ora la mia età di allora. In fondo, è vero che oggi sono più smaliziate, hanno stimoli diversi, imparano prima a digitare le lettere e poi a scriverle. Non sto mica dicendo che è sbagliato. E' solo diverso da quello che era prima. Qualcuno li ha chiamati "i nuovi barbari" senza cattiveria e forse ha fatto bene.
Comunque sia, è un fatto che oggi viene letto da meno ragazzine rispetto agli anni '80 (in cui si dà il caso che sia stata ragazzina io).
Prima di iniziare, una piccola precisazione: in questa discussione, io mi rifaccio all'edizione americana, ossia quella che in Italia è stata scissa in Piccole donne e Piccole donne crescono, perchè in origine il libro era unico e ancora tale è in America. Ed io l'ho sempre considerato unico, avendoli sempre letti uno di seguito all'altro.

Ok, direi che siamo pronti.

Meg, Jo Beth ed Amy sono le quattro sorelle March, che vivono con la sola madre mentre il padre è impegnato nella guerra di secessione americana. Il libro è il racconto di quanto succede a tutte loro nel corso degli anni, da quando sono adolescenti fino al matrimonio.
Quelli che loro quattro devono affrontare sono semplicemente i piccoli problemi quotidiani che capitano a tutti, le piccole scaramucce tra loro, il conoscere nuove persone, il sentirsi o meno adeguati sia agli standard della società sia ai propri sia a quelli dei propri cari.
Ognuna affronta la vita in modo diverso, perchè ognuna ha un carattere proprio in cui però si riconosce una gentilezza e un'allegria di fondo che è il comun denominatore di tutte.
Come storia il libro non è niente di che, a leggerlo da grandi non dà sorprese sensazionali.
Sembrerebbe un libro plain, piatto, senza scossoni.
Secondo me non è così (ma va'?).
Little women è un libro pieno di emozioni, capace di farti ridere a crepapelle e di farti singhiozzare per ore. Ovviamente sto pensando alla morte di Beth per complicanze cardiache post-scarlattina. Una scena descritta con una semplicità disarmante, con un tocco di lirismo (abbastanza caro alla Alcott, in alcune situazioni) e con tanto, tanto amore.
Gli ultimi discorsi tra Beth e Jo hanno costituito uno dei miei primi traumi. Mi vergognavo tantissimo a piangere per un libro, era la prima volta che succedeva, considerando che prima c'erano state solo le favole. Eppure non potevo farne a meno e probabilmente non potrei farne a meno neppure adesso, se lo rileggessi.
La Alcott parla con parole semplici di cose ordinarie, come un Natale quando si è poveri, un vicino di casa carino e simpatico che diventa un confidente, la gelosia e l'invidia per le ragazze che hanno di più, la gioia nel condividere ogni segreto, ogni dettaglio con chi ti è vicino.
Little women è la metafora della vita di tutti i giorni, con i suoi problemi, le sue gioie, i dolori e gli amori. E' un libro "morale" se mi passate il termine grigio, nel senso che ci parla di quello che le persone dovrebbero essere per vivere bene senza far danno a chi li circonda, pur sbagliando, perchè errare humanum est e tutti devono avere la possibilità di sbagliare e rimediare agli errori commessi, così da essere perdonati e maturare un po' di più. Non è un libro sulla perfezione della vita, ma sull'accettare la vita per quella che è, cercando di imparare il più possibile a non avere rimpianti/rimorsi e a non far del male gratuitamente alle persone.
Se uno ci riflette bene, non c'è niente di perfetto in una famiglia con un padre assente, una madre che è fuori tutto il giorno e quattro adolescenti di cui due lavorano, una è a casa perchè debole (di spirito e di fisico) e una va a scuola per imparare a essere snob. Però i caratteri di tutte e quattro vengono forgiati in tal modo, qualcuna cresce più in fretta, un'altra ha bisogno di più tempo (e più errori) ma alla fine tutte trovano la loro dimensione. E nonostante questo possa sembrare un happy ending forzato e innaturale, io mi chiedo cosa c'è di innaturale. Insomma, intorno a noi non succede la stessa cosa? Non abbiamo mai conosciuto persone che affrontano problemi, che arrancano e poi alla fine ce la fanno? Certo, c'è anche chi non ce la fa, ed è triste. E anche nel libro Beth non ce la fa.
E' la vita, in ogni sua sfaccettatura.
Forse la salsa è leggermente antiquata, considerando che stiamo parlando dei tempi della guerra di secessione e subito dopo, il linguaggio è un po' strano rispetto al nostro, ma ciò che conta sono i sentimenti e quelli non vanno in prescrizione, non scadono mai.

Detto questo, vi consiglio di leggerlo se non lo avete mai fatto, e di rileggerlo di tanto in tanto, aprendo a caso, se invece già lo conoscete. E' una specie di balsamo per l'anima, è un "come dovrebbe essere" che può persino guarirti in determinati casi.
Con me lo fa.

Anarchic Rain