sabato 28 febbraio 2015

FAQ ad una book-maniac

La prima, inesorabile domanda è: - Perché leggi?
Per fortuna un film ha risposto per me, senza volgarità: "Perché indossi quella stupida maschera da coniglio?" "Perché indossi quella stupida maschera da umano?"
Insomma, come ho già detto altre volte, io leggo come altri respirano. Per vivere.

La seconda: - Cosa leggi?
Facilissimo: di tutto. Deve solo ispirarmi: titolo, cover, autore. Ma non mi faccio influenzare dal bestseller di turno. Anzi, li evito e, se proprio, li leggo quando l'onda del successo è ormai passata. Solo così si capisce se è un buon libro davvero o se è solo fumo. Ah, la prova del tempo!

-Quando leggi?
Bella domanda questa. Quando ho tempo, direi, e anche quando riesco a crearlo...ossia di notte, invece di dormire...poi in fila alla posta, sull'autobus/metro, mentre cucino (a volte), al bagno (non molto aulico, ma che vuoi farci)...

- Come organizzi i tuoi libri?
Fino a qualche anno fa non li organizzavo, più che altro li mettevo dove c’era spazio, non avendone molto a disposizione. Ma ora ho il problema opposto, quasi: vivendo in due posti (casa in affitto e casa di sempre) ho a disposizione molto spazio in più (e quando tornerò a vivere in un solo posto saranno guai, ovvio!) e quindi ho potuto sbizzarrirmi un po’.
Dunque, alcuni libri sono sistemati per autore (vedi Stephen King, il cui scaffale -veramente sono già tre…- è ancora under construction perché non li ho tutti, Haruki Murakami, di cui mi manca solo l'ultimo, Baricco di cui non ho ancora tutto e pochi altri), cosa che spesso coincide con la stessa casa editrice per ovvi motivi di copyright (vedi la S&K per King e la Einaudi per Murakami); altri, tipo i Mammut hanno uno scaffale riservato perché sono semplicemente belli da vedersi così in fila (perlomeno per me). Gli Oscar Mondadori, quelli con la copertina nera (sia rigida che non), che hanno delle copertine favolose, sono tutti insieme (tipo Shakespeare, di cui non ho preso il supercofanetto perché non c’è il testo a fronte, invece nelle edizioni singole a copertina paperback si) e quindi troviamo i poeti romantici dell’800 insieme al Bardo e a I tre moschettieri…accostamenti dubbi ma visivamente belli! Poi ho una dozzina di classici Collins in lingua originale che stanno tutti vicini-vicini.
Diciamo che anche la divisione per argomento è accettabile, quindi troviamo un settore dedicato al fantasy (Neil Gaiman su tutti, ma anche La storia infinita e favole come Piccole donne e Piccole donne crescono, i miei libroni dell’infanzia con le favole di Perrault, Andersen e i fratelli Grimm. I miei libri di medicina sono sparsi tra le due case, qui ho solo quelli che mi servono per la specialistica e che consulto più di frequente, mentre a casa ho lasciato i vecchi tomi di Fisiologia, Biochimica, Patologia generale, Emergenze ecc…
Non ci sono solo libri sulle librerie: ci sono i miei adorati manga, che occupano gran parte dello spazio, con edizioni vecchie e nuove (divisi quando possibile per autore) e il mio scaffale preferito è quello dedicato a Ryoko Ikeda con tutta la collezione di ciò che in Italia è uscito di lei (anche se di Beru-bara e Caro fratello ho 2 edizioni italiane XD) con in più i tre volumi deluxe di Beru-bara comprati a Tokyo, usciti per il 30° anniversario della nascita della mia amata Oscar (la mia eroina preferita di sempre). Poi ci sono anche gli artbook (sempre originali jap), DVD (originali e non…ehm…) e CD (idem), nonché i miei cofanetti originali di Ally McBeal, Sex&the city (edizione numerata a cassettiera, il mio orgoglio), Gilmore girls, The Beatles (tutti gli album in studio rimasterizzati).
Per finire, intercalati ai libri, ci sono alcuni ricordi d’infanzia, tipo la mia bambola e il mio peluche preferiti, foto, bigliettini, bicchieri da tè comprati in Giappone e altre cavolatine. Purtroppo devo pensare a cosa farò quando avrò esaurito tutto lo spazio…ci sono ancora mucchi di libri che devo comprare e so già che diventerà un problema...

- Quali sono i tuoi libri più "antichi" (quelli che hai acquistato tanto tempo fa o addirittura che hai da quando eri piccolo/a)?
Sicuramente quelli di favole…i tre tomi con le migliori favole di, Piccole donne (non comprato ma “rubato” a mia zia!) e libri che sono diventati miei per osmosi (mia madre adora leggere, è lei che mi ha trasmesso la passione e molti dei suoi libri li ho letti da piccola).

- E invece i tuoi ultimi acquisti?
Compro libri in continuazione, probabilmente ora che ne scrivo uno, già diventerà penultimo XD comunque al momento gli ultimi sono il cofanetto con i racconti di Poe (edizione 1956) e alcune corrispondenze scelte (Nietzsche, Rimbaud e Leopardi).

- Quali sono i libri di cui vai più "fiero/a" e perché?
(es. perché è il libro della tua vita, perché è legato a un momento/ricordo bellissimo, perché è rarissimo e l'hai cercato ovunque e ce l'hai solo tu, ecc.)
Ecco un’altra domanda difficilissima (a dir poco). Ok, facciamo un bel respiro… Purtroppo/per fortuna sono fiera di tutti i libri che ho. Per un motivo o per un altro tutti sono stati importanti e mi hanno lasciato qualcosa (chi più chi meno), ma se devo mettere dei paletti, eccoli qua:
1) Biancaneve (presente nella raccolta dei fratelli Grimm), perché mi ha insegnato che le favole sono crudeli come e più della realtà (la scena della morte della regina non me la scorderò mai finché campo;
2) Il crollo di casa Usher di Edgar Allan Poe, di cui non posso cominciare nemmeno a parlare, se no facciamo notte;
3) La metà oscura di Stephen King, il primo libro del Re che abbia letto, da lì è cominciato tutto;
4) Intervista col vampiro di Anne Rice, anche qui, se cominciassi a sproloquiare del mio amore irreversibile per Lestat, non ci schiodiamo più;
5) Oceano mare di Baricco, che, oltre ad essere il regalo di una delle mie più care (e vecchie) amiche (vecchie nel senso che ci conosciamo da quando abbiamo 4 anni), è anche uno dei libri più teneri che abbia mai letto;
6) Demian di Hesse (e vi ho già detto che è il mio libro magico);
7) Romeo e Giulietta (di cui possiedo più edizioni di ogni altro libro);
8) La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Murakami, il secondo che ho letto del sensei e che mi ha colpita dritta in faccia;
9) 1984 di Orwell (e tutti potete capire perché);
10) Il signore delle mosche di Golding, il libro più terrificante che abbia letto;
11-12) Guerra e pace di Tolstoj, perché c’è il protagonista più figo di tutta la letteratura mondiale, e I fratelli Karamazov di Dostoevski, perché si;
13) ultimo, lo giuro, Una stagione all’inferno di Rimbaud, il miglior poeta al mondo, secondo me.

Inoltre sono molto orgogliosa di avere Ossessione, On writing e Danse macabre di King perché sono quasi introvabili ^*^

- E quelli di cui ti sei "pentito/a" o di cui ti "vergogni", il tuo "guilty pleasure" segreto?
Dunque, per fortuna non mi sono pentita di niente, ma diciamo che da quando ho kindle (god bless amazon) leggo anche roba che non comprerei, solo per il gusto di criticarla. Quindi ammetto di aver letto la trilogia delle sfumature ma sono soddisfatta perché quando ne parlo male (ovviamente) posso farlo con cognizione di causa. Oltre questo, ho potuto leggere anche altre cavolatine minori, tipo Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano oppure Il punto G o Cinquanta sfumature di minchia o anche i libri la Littizzetto (che per quanto mi stia simpatica, comunque non mi invoglia a comprare libri suoi). Ma le frontiere di Tuailait e Moccia non le ho oltrepassate (e credo che non lo farò mai, per quanto gratuite…)
Sono SOLO pareri personali. Lo specifico perché non si sa mai.

- Qual è il libro che hai riletto più volte?
Quasi tutti quelli che ho li ho letti almeno due volte, tranne i miei due russi preferiti (Guerra e pace e i Karamazov, per questioni logistiche e perché voglio rileggerli quando sarò vecchia, se ci arriverò), ma forse quello che so a memoria è Demian (sempre perché è il mio libro magico). E di Romeo e Giulietta so a memoria sia la traduzione che il testo inglese.

- Qual è il libro più costoso che hai mai comprato? E quello meno costoso?
Il libro più costoso è il volume Tutto su Stephen King…ma in genere dei libri non ho edizioni particolari, quindi chi più chi meno siamo sempre tra i 3 e i 25 euro (a parte le edizioni 100 pagine mille lire e quelle della BEN a 4.000 lire). Quello che davvero mi costa sono i fumetti. L’unico fumetto americano che ho, Sandman, l’ho preso nella ultimate edition ed è costato 32-35 euro a volume (sono 8 totali). Lì mi sono svenata, ma ne valeva la pena.

- Vendi o scambi mai i tuoi libri?
Non esiste proprio.

- Quali sono le copertine dei tuoi libri che ti piacciono di più?
Quelli della Oscar Mondadori per me non li batte nessuno: sono così poetiche! E poi c’è il libro con l’opera omnia di Poe, sia racconti che poesie, in edizione Gulliver che non credo esista più. Quella me l’ha regalata quando avevo 13-14 anni un professore (giovane) di cui ero innamoricchiata (non era un mio prof per fortuna).

- "Rituali" da lettura o "accessori" indispensabili (tazza di tè, poltrona preferita, caminetto, dizionario, matita, evidenziatore, gatto, segnalibro preferito...)
In genere, prima leggevo a letto o spanzata sul divano, ora grazie a kindle leggo ovunque, persino al mare (le rare volte che sono costretta ad andarci) e sull’autobus/metro, quindi non ho un posto particolare. Di segnalibri ne ho infiniti, ma ce n'è uno che uso sempre quando leggo libri sui vampiri: è rosso (ovviamente) e sopra c'è scritta la famosa frase del conte Dracula: I never drink...wine. Direi che fa ambient!

- Altre abitudini o "manie" particolari?
Be’, qualche mio amico mi direbbe che ne ho troppe XD vediamo…non apro mai i libri più di 40 gradi circa, se no le costine si rovinano e io odio quando ci sono tutte quelle pieghe (chi non mi conosce potrebbe pensare che compro i libri solo per scena, senza mai leggerli e in effetti ora che li leggo su kindle è proprio così…la versione cartacea la apro solo quando mi manca troppo l’odore del libro vero); d’estate cerco di tenere il libro con un fazzoletto, perché mi sudano le mani e si fanno quelle fastidiose ondine che non se ne vanno mai…non faccio mai le orecchie (ci mancherebbe), uso sempre il segnalibro.
Altro non mi viene in mente.

- Hai mai passato la notte in bianco pur di finire di leggere un libro?
Hai voglia. Mi piace leggere di notte, con la luce bassa, sveglia solo io e nessun rumore dal mondo esterno.

- Quale libro che sei stato costretto/a a leggere (come compito per scuola/per non offendere un amico che te l’ha consigliato ecc.) hai abbandonato con sollievo? Quale invece hai abbandonato a malincuore promettendoti di finirlo magari in futuro? O invece hai iniziato poco convinto/a e alla fine ti sei dovuto ricredere?
Non sono propensa a lasciare i libri a metà. Però…però…lo ammetto, non sono riuscita a finire Il talismano di Stephen King (onta su di me che mi dichiaro fan sfegatata!!). Non è colpa mia, ma il fantasy proprio non lo reggo. Sono arrivata a poco più della metà, e già ho fatto una fatica immane, ma proprio non ci sono riuscita. Forse lo riprenderò.

- In libreria quali reparti eviti accuratamente? Verso quale reparto ti dirigi appena entrato/a? Chiedi consigli ai commessi? Sbirci mai nel “carrello” di chi ti precede in fila? Ti è mai capitato di consigliare un cliente indeciso che ti sei trovato vicino? Metti in ordine i libri che vedi fuori posto?
In genere il primo posto dove mi fiondo è il reparto narrativa (se in ordine alfabetico è meglio, così non mi perdo niente). Di solito salto il reparto attualità e fantasy, ma non è detto. Per quello che mi riguarda non chiedo mai consigli ai commessi, ma se non trovo un libro o se voglio sapere quali edizioni hanno di qualcosa non mi faccio scrupoli a tartassarli!! Se trovo libri fuori posto o con la copertina o le pagine stropicciate li rimetto in ordine all’istante (commentando a volte ad alta voce di quanto sia incivile la gggente) e se vedo qualcuno che non sa che libro prendere o ne ha uno in mano ma lo guarda indeciso, mi faccio avanti (io, paladina della giustizia, Sailor Book) e do indicazioni non richieste…devo dire che finora ho sempre trovato persone tranquille, ma prima o poi qualcuno mi ci manda... Poi quando prendo un libro e magari ne trovo due edizioni scelgo in base alla copertina o all’odore (non tutti i libri hanno un buon odore, diciamocelo).

- Ti sei mai innamorato/a di un personaggio letterario? Perché? E quale libro consiglieresti a questo personaggio se ne avessi l’occasione? C’è invece un personaggio che hai odiato con tutto il cuore? Perché?
Il personaggio letterario migliore che c’è secondo me è il principe Andrej Bolkonski di Guerra e pace. Semplicemente il protagonista più riuscito nella letteratura. Non potrei mai consigliargli qualcosa. Però lo starei ad ascoltare per ore parlare di quello che ha letto lui e delle cose che pensa e delle ambizioni che ha.
Dopo aver letto La Torre Nera, devo dire che il principe Andrej non è più solo in cima: Roland Deschain è salito in un lampo e non si schioda dal mio cuore.
Ma comunque in ogni libro letto mi sono innamorata di qualcuno, ahah.
Non ho odiato nessun personaggio. Insomma, ci sono quelli irritanti, quelli che spero muoiano presto per non fare troppi danni, ma odio è un sentimento che non ho mai provato per un personaggio di carta…o magari non me lo ricordo…ma anche in questo caso, non deve essere stato un granché come odio, visto che l’ho scordato!

- Ti capita mai di immaginare il seguito dei romanzi che leggi, o le vite dei protagonisti dopo l'ultima pagina?
Non c’ho mai pensato razionalmente. Ma mi pare di no…cioè, magari me lo sono chiesto, ma non ho mai fatto ipotesi. Se un autore avesse voluto farcelo sapere, lo avrebbe scritto.

Ho omesso la domanda sugli autori preferiti perché ne ho già abbondantemente (e forse noiosamente) scritto.

Invece, una domanda da non fare mai ad un lettore appassionato (credetemi, può scatenare l'inferno): non ti sembra di avere troppi libri?

Anarchic Rain

PS: mi sembra doveroso mettere il link al sito dove ho preso alcune delle domande.
Tour della libreria di Anarchic rain
questo è il tour delle mie librerie ;)

L'universo elegante di Brian Greene

Questo è uno di quei libri che un appassionato di letteratura, quando va in libreria, magari coglie con la coda dell'occhio, ma lascia correre.
Io invece, un giorno di qualche anno fa, l'ho visto e l'ho preso.

Piccola premessa necessaria: come per il libro sulla politica di Piccolo, devo confessare che non posso parlare di questo (che è un libro di fisica) in maniera specifica ed esauriente, perché io di fisica non so una ceppa. Non poco. Niente. Zero. Nada. Niet. Nothing. Ho fatto il classico, voi capirete. Quindi è da assoluta profana che mi azzardo a parlarne.

La prima domanda che vi sarete forse fatti è: perché diamine l'ho comprato?
Perché, come per tutte le (molte) cose che non so, provo una innata (e anche autodistruttiva) curiosità.
Quindi l'ho comprato perché volevo vedere se davvero il territorio della fisica mi fosse precluso o se magari, impegnandomi, potessi farcela persino io.

Vi dirò.
Non so se è "colpa" dell'autore, che è non solo un bravo scrittore (il suo stile è limpido come un lago svizzero) ma anche un affascinato (e affascinante) appassionato della sua stessa materia, ma io mi sono quasi innamorata, leggendo questo libro.
Anzi, di più. Ho quasi compreso le leggi dell'innamoramento.

Un libro illuminante, direi.

C'è un passaggio, poco dopo l'inizio del libro che parla di come i corpi modificano lo spazio intorno ad essi: lo spazio è rappresentato come se fosse una specie di gomma in cui ci muoviamo, quindi ogni movimento ne modifica la forma, in modo più sostanziale nella parte vicino a noi. E mi è venuto in mente che, se nel frattempo qualcuno passasse per quella stessa parte da noi modificata, ci cadrebbe dentro e verrebbe a "scontrarsi" con noi. Forse è quello che succede quando due persone si incontrano e si innamorano. Le loro orbite si sfiorano e sono attratte l'una dall'altra, facendo scontrare le persone fisiche.
Lo so, un ragionamento sciocco. Ma ho dovuto interiorizzare almeno in parte questo libro, in qualche modo (anche assurdo).
Non è stata mica una passeggiata leggerlo! Ogni frase, ogni capitolo, per capirlo in pieno (e manco so se ci sono riuscita), ho dovuto rileggerli almeno due-tre volte. Per farla breve, ci ho messo tre anni a leggerlo tutto...ma sfido chiunque di voi, senza un minimo di preparazione, a metterci di meno e capirne (in parte) la profondità. In fondo anche i migliori scienziati dicono che se uno dice di aver compreso la fisica quantistica vuol dire che o è un bugiardo o non c'ha capito nulla.
Il che, tra parentesi, vorrebbe dire che sono un genio!
Continuo a non averla capita affatto, ma mi è sembrata molto più affascinante.

A questo proposito, non posso non citare un episodio della serie TV The big bang theory, in cui uno dei protagonisti, Sheldon (il mio preferito), va ad ascoltare una lettura del dottor Greene (nei suoi veri panni, ovviamente) insieme ad Amy, ma soltanto per metterlo in imbarazzo (così almeno la vede lui). Infatti, secondo Sheldon, fisico teorico di professione, non è possibile tentare di far comprendere a semplici profani una materia così "aulica" come la fisica quantistica. Ne esce fuori una serie di gag simpaticissime.
Ho sempre pensato che fosse molto gentile da parte di personaggi reali prestare la propria immagine per una cosa "popolare" come una serie TV. Tra l'altro, nella stessa serie, fa la sua comparsa più volte anche il grande Stephen Hawking, con il suo meraviglioso e algido umorismo inglese.

In definitiva, questo libro è molto specifico, non è certamente per chi vuole rilassarsi un paio d'ore o per chi vuole leggere un romanzo avvincente.
E' un saggio, per di più un saggio sull'argomento scientifico forse più ostico e meno compreso da chiunque, quindi, a meno che non siate estremamente curiosi o appassionati alla materia, lasciate perdere. Rimarreste con un libro appeso perché probabilmente non riuscireste a completarlo.
Se invece volete sfidare i vostri limiti, provateci. E poi ditemi com'è andata.

In caso, buon viaggio.

Anarchic Rain

sabato 21 febbraio 2015

Castelli di rabbia di Alessandro Baricco

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.

Il mio primo Baricco.
Quand'è stato? Al liceo, ne sono certa. Mia madre ha comprato tutta la collezione dei classici italiani (non mi ricordo se era proprio questo il titolo della collezione), quelli che uscivano con repubblica (mi pare). Si, ok, non mi ricordo niente.
Ma ricordo questo libro, non molto grande (ma la bellezza è ovunque, no?), con la copertina celeste, rassicurante.
E le prime parole. Il primo dialogo.
Non potevo crederci.
Qualcuno scriveva come io avevo sempre desiderato saper fare (e non so ancora fare, quindi mi limito a cercare qualcuno che possa).
E poi, all'improvviso, nel mezzo del discorso affannato, lei. Jun Rail. La persona per cui è stato scritto questo piccolo gioiello.

"La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente. Ti impiastricciava i pensieri. Un giorno dio disegnò la bocca di Jun Rail. E' lì che gli venne quell'idea stramba del peccato".

Il libro è stato scritto per lei. Per forza.
In secondo luogo, è stato scritto per il paese inesistente di Quinnipack, popolato da molti strambi abitanti, dal signor Rail, che impazzisce per una locomotiva, passando per Andersson, il cui unico amore è il vetro, Mormy (ok, cittadino acquisito), figlio del signor Rail ma amante di Jun, Pekisch, che vive per la musica (e la suona in modo del tutto originale, con gli esseri umani), fino a Pehnt, il mio preferito. Un ragazzino che scrive su un quaderno qualsiasi, con una matita quasi consumata, una verità al giorno. Perché per crescere anche solo una verità al giorno è sufficiente in alcuni casi. E in quello di Pehnt probabilmente è così, visto che riesce a crescere in modo decente, a diventare un brav'uomo.

Castelli di rabbia è un libro che sembra parlare di niente, specie alla fine, quando scopriamo che le storie che abbiamo appena letto sono tutte inventate, da una donna che si prostituisce per arrivare in America via nave e, per resistere allo schifo, "se ne va a Quinnipack", come gli è stato insegnato tempo prima. Oppure quando non scopriamo il mistero di Jun e questo ci fa arrabbiare (perlomeno a me si).
Eppure ha parole che, se ascoltate attentamente, insegnano a vivere. E se non insegnano proprio a vivere, almeno ti indicano una strada, un sentiero, che puoi percorrere anche con i tuoi tempi.
Per esempio, ti insegna a guardare con attenzione le piccole cose, come un tramonto o la prima pagina di un libro. Ti insegna a credere nei sogni, anche quando gli altri non li capiscono, perché essi possono essere il punto di partenza per costruirti la tua felicità. Ti insegna ad imparare dai tuoi errori, senza sentirti in colpa per averli commessi, perché anche quelli fanno parte della tua vita.

"Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo vita...non sono quelli gli errori...quella è vita...e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca".

Non trascura nessun particolare del mondo intorno. Baricco scrive per noi cose che dovrebbero essere ovvie, come il tramonto, o la pioggia. Ma non lo sono. Sono speciali. Sono piccoli miracoli che accadono e a cui noi assistiamo, troppo indifferenti.
Ma a Quinnipack nessuno è indifferente. E, per quanto non siano santi e niente del genere, sono felici, in un loro modo...strambo.

Ogni volta che rileggo qualche passo di questo libro, il che succede spesso, in varie occasioni, è sempre un'emozione ritrovare tutti loro, constatare che non sono cambiati e che sono sempre lì, con la loro assoluta meraviglia e genialità. E' uno dei pochi libri che mi fa stare bene, che non sono mai troppo triste per (ri)leggere e che a volte ha il potere di risollevarmi il morale.
Ecco, già questo penso sia abbastanza, penso sia quello che un buon libro debba fare.

Eppure c'è qualcosa di più. Perché, se è vero che Castelli di rabbia mi fa sorridere, mi fa anche piangere, mi prende a schiaffi con la sua brutalità. E mi ricorda, ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che nella vita si soffre anche. Non per guadagnarsi un paradiso che forse nemmeno c'è, ma semplicemente perché non si può essere felici tutto il tempo. C'è bisogno di crescere e solo la sofferenza è in grado di farti fare il "salto di qualità".
E la sofferenza non insegna solo a crescere, ma anche ad apprezzare appieno la felicità che ci piove addosso.
Quando il signor Rail perde Jun, la sua sofferenza deve essere grande, immensa. Ma io non credo che cercherà mai di ritrovarla (e sarebbe facile, visto che sa benissimo dove si trova), perché ormai sa che quella parentesi (lunga, più del previsto) si è chiusa e lui deve andare avanti. Per quanto impossibile sembri. Ma non è mai impossibile.

Perché leggere questo libro?
A parte tutto quello che ho detto finora, posso dire solo: perché si.

Anarchic Rain

venerdì 20 febbraio 2015

Seta di Alessandro Baricco

E' uno strano dolore, morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.

Inizio a parlare di uno degli autori che amo di più. Perché proprio da questo brevissimo (di nuovo) romanzo? Non saprei. Forse perché è quello che mi ha attratto meno, tra gli altri, anche se è bello.
Come ogni romanzo di Baricco, Seta è una passerella di personaggi magnifici, a partire dal protagonista fino alla più insignificante comparsa.
Hervé Joncour è un uomo tranquillo, ha trentatré anni: uno che è capace di stare a guardare persino la propria vita. E' un mercante di bachi da seta per la sua città, la deliziosa Lavilledieu.
Helene è sua moglie.
Baldabiou è uno strano uomo senza età che gli ha insegnato tutto.
Hara Kei è un giapponese a cui Hervé Joncour si rivolge quando tutto sembra perduto.
E poi c'è la ragazza che sta con Hara Kei, occidentale, che non parla mai.
Madame Blanche è una prostituta giapponese di alto borgo, ormai naturalizzata francese.
Lavilledieu è un paesino che si fonda sul commercio della seta e quando un'epidemia dei bachi fa andare tutto a rotoli è necessario trovare una soluzione.
Baldabiou, uomo d'ingegno, spedisce Joncour in Giappone, dove si favoleggia ci sia la seta più bella del mondo. Joncour va e ritorna più volte, sempre con i bachi che gli servono ma con una malinconia tutta nuova nel cuore: volere qualcosa/qualcuno che non si può avere. Poi il Giappone viene sconvolto dalla guerra, lui ci torna lo stesso per rivedere la ragazza, ma rimane quasi ucciso per quello e non ci tornerà mai più.
La lievità è ciò che più contraddistingue questo piccolo romanzo. Le persone sono tratteggiate poco, a volte con frasi casuali, eppure noi le conosciamo bene, ci sembra di vederle proprio vicino a noi, che parlano (a bassa voce) e respirano (piano). Sono personaggi che non vorrebbero disturbare chi legge, ma in realtà siamo noi lettori a voler essere disturbati da loro, perché sono tutti così delicatamente affascinanti che non è possibile voltarsi semplicemente dall'altra parte.
Ho detto di Hervé che è un uomo tranquillo, ma non intendetelo in senso dispregiativo di "noioso". In realtà è un uomo interessante: ha i suoi segreti, ma non sa dire bugie, o meglio, l'ho sempre visto come uno che non ama ferire gli altri e che fa più sforzi di tutti per non farlo nemmeno involontariamente. Ama sua moglie, ma viene sconvolto dalla ragazzina occidentale che sembra essere l'animale domestico del potente commerciante giapponese. E questo sconvolgimento è dapprima solo mentale, poi in una sera silenziosa anche fisico (ma non completamente).
I tempi, le pause e le singole parole usate da Baricco per descrivere i sentimenti di Hervé sono precisi, senza sbavature e non ci sono parole superflue. Solo quelle che servono a dare l'impressione della scena.
Forse Baricco è il Monet della letteratura.
Il personaggio che preferisco è Baldabiou, ovviamente. E' un uomo misterioso, di cui non si sa nulla, comparso in quel paesino di punto in bianco con un sogno lieve come seta. Un uomo che non parla moltissimo, ma avrebbe molte cose da dire e a un certo punto, chissà perché, sceglie Joncour. Forse perché gli piace il suo stare a guardare la vita (anche la sua) come fosse alla finestra.
Mi piace moltissimo il suo giocare a biliardo contro se stesso (il sano contro il monco, perché giocava prima con due mani e poi con una mano sola), una sfida che porterà avanti fino alla vittoria (che sembra impossibile, eppure è) del monco. Cosa che segnerà l'addio di Baldabiou a Lavilledieu. Un vero peccato, per come la vedo io. E anche per come la vede Joncour, che rimarrà da solo. Loquace o no, Baldabiou era il suo unico amico.
Il secondo personaggio che mi piace molto è Helene, la moglie di Joncour. Una donna che all'inizio, per quasi tutto il romanzo, appare come sullo sfondo, ma poi si rivela forte e intelligente, che comprende a fondo il marito, i suoi discorsi come i suoi silenzi e sa perdonare, ma non dimentica.
A parte i personaggi e i luoghi e la lievità, la cosa più bella del libro è anche la più "falsa": la lettera che Helene fa scrivere al marito perché lui pensi che l'abbia scritta la donna "conosciuta" in Giappone. Dico falsa non perché non descriva sentimenti veri, anzi, solo che Joncour pensa che siano i sentimenti della donna giapponese e solo dopo la morte di Helene scopre che non è così. E' la moglie stessa che, desiderando di essere amata come pensa che il marito ami l'altra, scrive le parole che forse lui vuole sentire. Per tornare ad averlo solo per sé.
Lui, un uomo che non è mai stato sconvolto da nulla, la cui vita gli è passata davanti senza sobbalzi, ha conosciuto la nostalgia (e la passione, prima) con una donna che mai ha avuto e mai avrà e ha quasi bisogno che si metta un punto a questa sua follia. Se il punto arrivi con la lettera, Helene lo spera.
E la lettera è un capolavoro di sensualità.

Perché leggere queste pochissime pagine, cosa che non richiederà neppure un'ora del vostro tempo?
Per scoprire la meraviglia, come dice Baricco a fine libro, a proposito dei racconti di Joncour, e per scoprire che anche una vita lieve lascia il suo segno nel mondo.

Anarchic Rain

martedì 17 febbraio 2015

Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo

Ho cominciato a leggere questo libro forse come la maggior parte di voi: perché non sapevo di cosa parlasse. Di solito mi evito gli spoiler anche solo di trama, perché non voglio farmi influenzare. Mi attirava molto il titolo, mi sembrava ironico e in un certo senso iconoclasta.
Ecco, niente di tutto ciò.
Il libro, lo dico a beneficio di chi non l'ha ancora letto, sembra politico. Ma non "politico" e basta, "POLITICO". Si divide in due parti, la prima con protagonista centrale Berlinguer, la seconda Berlusconi. Lo scrittore parla in prima persona (suppongo sia più che autobiografico!) ed è di sinistra. Tra l'altro è uno degli sceneggiatori del film Il caimano (e manco questo sapevo).
Cosa cerca di fare con questo libro?
Mah, un sacco di cose, da quello che ho capito, ma in una parola questo: analizza tutti i fatti politici (che si intrecciano, in maniera anche forzata a volte, con quelli suoi privati) per cercare il bandolo della matassa, per cercare di capire come e quando è andato tutto a rotoli in un Paese che, diciamocelo, è uno dei più belli del mondo.
Ora, io non sono sicuramente la persona più adatta a parlare di un libro del genere, perché non ho mai capito nulla di politica, leggi, decreti, strategie, alleanze e compagnia. Sono la persona più apolitica sulla faccia della terra. Sono una che alle elezioni del 2000qualcosa ha firmato il registro dichiarando il proprio diritto a non votare nessuno perché le facevano tutti schifo. Sono una così. Né di destra né di sinistra. Nemmeno anarchica, nonostante le insinuazioni di qualcuno.
Però questo libro un po' mi è piaciuto e un po' mi ha fatto incazzare, così, da profana. Quindi voglio parlarne per sapere anche la vostra opinione.
Mi è piaciuto perché il protagonista, nonostante sia un po' "emotivo" su certe cose, è un ragazzo onesto, insicuro, timido, di quelli che non vuole scontentare nessuno ma si rende conto che prima o poi capita. Ed è anche un ragazzo appassionato e maldestro. Tutto sommato, quella che potremmo definire una "brava persona". Fin da giovanissimo viene coinvolto nella politica, prima dalla sua famiglia, poi dalle sue amicizie e lui si è sempre trovato un po' di là e un po' di qua, perché non voleva deludere nessuno dei due fronti. Nell'Italia degli anni 70-80 in fondo, quasi non potevi permetterti di non stare da nessuna parte, come oggi invece succede spesso. Semplicemente, all'epoca era molto più chiaro di ora: o eri a destra o eri a sinistra o eri democristiano (perlomeno mi pare di aver capito questa tripartizione dal libro). Oggi seguire la politica non è più così semplice, quindi è anche per pigrizia che molti non vogliono esserne coinvolti (oltre che per tutto lo schifo che gira intorno a coloro che dovrebbero rappresentarci).
Il profilo storico che viene fuori dal libro è che c'è stato un momento preciso in cui tutto poteva o andare bene o andare male. Ed è andato male.
Nel 1978 il sequestro Moro ha segnato una svolta importante negli equilibri (già un po' precari) della scena politica italiana e, secondo Piccolo, se lui avesse usato altri toni nella prima lettera inviata a Cossiga sarebbe forse andato tutto diversamente. Da lì, il mondo a cominciato a sgretolarsi.
Non parliamo poi del secondo fatidico anno, il 1994, anno in cui è comparso sulla scena Silvio Berlusconi. Un uomo che non sarebbe mai dovuto arrivare dove invece è arrivato e, se ci è arrivato, è solo perché tutti gli italiani, a forza di denigrarlo, lo hanno dipinto come innocuo e dunque non se ne sono preoccupati più di tanto. A forza di cercare occasioni "private" per screditarlo, si sono dimenticati di quelle "pubbliche" e quindi, invece di escluderlo dalla scena, lo hanno proprio messo al centro di questa.
E qui arriviamo al punto che mi ha fatto incazzare.
Secondo quanto dice lo scrittore, l'unico mondo possibile in cui vivere serenamente è uno governato dalla sinistra (ma una sinistra come la intendeva Berlinguer, non altro) e penso che questo sia un pensiero ridicolo. Non perché quello che dice la sinistra è sbagliato o è giusto quello che dice la destra. Ma io, che sono cresciuta sì negli anni 80-90, da quando ho una "coscienza politica" (a chiamarla così, in modo comunque forzato) non ho mai visto una separazione netta di ideali tra le due (o mille) fazioni, anzi, tutti lì a promettere sempre l'impossibile e poi a farsi gli affari propri. Posso anche capire che per coloro che sono vissuti a quel tempo le cose fossero diverse, ma bisogna rapportarsi alla realtà del presente. E la realtà del presente è, secondo me, che ripeto non ci capisco molto, che nessuno ha più a cuore il nostro Paese, i nostri diritti come cittadini e il nostro benessere.
Un esempio: io voglio pagare le tasse, ma voglio che i miei soldi vengano impiegati con razionalità e coscienza.
E' questo secondo me che manca oggi, mentre c'è un eccesso di egoismo nella forma più esagerata.
Forse il libro è troppo ingenuo, da questo punto di vista, ma dopo una prima parte molto bella non mi aspettavo questo calo di tono. Per questo mi sono incazzata.
Si, lo so, prendersela con un libro è sciocco, ma che volete farci? Sono fatta così.
Inoltre ad un certo punto, scade proprio con una specie di filippica contro la rete, che ci propone solo cose simili a quelle che abbiamo già scelto, per il principio dei "sistemi di raccomandazione", così continueremo a leggere e vedere solo quello che ci fa comodo. Andiamo. Ma non diciamo minchiate. Se io voglio leggere qualcosa, non mi baso su quello che mi propone amazon o un'altra pubblicità. La mia pigrizia (ormai proverbiale) non arriva a tanto. Certo, magari c'è qualcuno che se ne fa influenzare, ma mi rifiuto di pensare che la maggioranza sia una massa di pecore.
Verso la fine, poi, l'illuminazione. Dice: "Si può essere infelici nonostante si creda in qualcosa, e si può essere felici nonostante si detesti qualcosa".
Finalmente. Ci volevano quarant'anni di vita per capirlo? E' alla fine che me ne sono resa conto: ci ha presi tutti in giro! Non è un libro politico. E' più un libro di formazione, una specie di iniziazione alla vita che inizia quando siamo piccoli, in balia dei nostri genitori, e continua fino alla morte.

Vi sembra una chiacchierata confusa? Perché non sapete che altro c'è nella mia testa...comunque una cosa l'ho capita: forse questo libro vuole semplicemente dimostrarci che non bisogna estraniarsi dalla vita politica che si svolge intorno a noi, perché anche questa estraniazione è colpevole. Noi siamo già coinvolti, nel momento in cui nasciamo, quindi è inutile voler far finta di niente (se non guardo la politica, la politica non guarderà me).
Un po' in colpa mi ha fatto sentire, in effetti.

Per concludere, tanto per dimostrare ancora la mia (in)sana ignoranza (se non l'avessi ancora fatto abbastanza), le ultime pagine del libro non le ho proprio capite. Tutte quelle parole per tirare le fila del discorso me lo hanno confuso di più (se possibile).
Forse prima o poi, quando (e se) la mia coscienza si risveglierà, lo capirò.
Fino ad allora, continuerò a dormire tranquilla, aspettando l'occasione giusta per andarmene.

Anarchic Rain

domenica 15 febbraio 2015

L'amante di Marguerite Duras

Dite che mi sto fissando con i libri piccoli? Vabbè, è un caso.
E questo non è un libro piccolo. E' un libro microscopico. Ma ci si potrebbe scrivere un poema.

Innanzitutto, chiariamo una cosa che non è sempre compresa al volo da chi lo legge: è davvero autobiografico. La ragazzina francese che va al collegio indocinese di Sadec è davvero lei ed è accaduto davvero che conoscesse un giovane ricco cinese e se ne innamorasse.

Il libro è scritto in modo molto particolare.
Non è una storia che ha un continuum. Non è ordinata.
Proprio come la nostra mente non lo è: i ricordi non hanno una consecutio temporum, arrivano e se ne vanno più confusi di una marea e bisogna essere veloci a catturarli sulla carta.
Questa donna straordinaria lo fa, regalandoci scorci di Indocina, di rapporti familiari frastagliati e molto altro ancora.
L'Indocina ci appare calda, umida, tranquilla e gialla, il colore del fiume Mekong e dell'aria stessa intorno alle risaie. Un posto affascinante, misterioso, con le sue credenze e le sue pettegole (quale luogo non ne ha?).
La ragazzina, che rimane senza nome fino alla fine, vive una vita che all'inizio è divisa solo tra casa e collegio. A casa, la sua famiglia è composta da madre (totalmente incapace di badare ai figli), un fratello maggiore (terribile, violento e forse anche qualcosa in più) e uno minore (totalmente succube di madre e altro fratello, ma molto amato dalla protagonista). In collegio, lei non stringe amicizia con nessuno, tranne che con una ragazza più o meno della sua età, bellissima e molto provocante, con cui probabilmente ha anche esperienze saffiche.
Questa sua monotonia è interrotta un giorno, mentre da casa torna in collegio, quando incontra sul traghetto un uomo. Ricco. Cinese. Ed è subito attrazione da ambo le parti.
La storia, come ho detto, non è lineare come la sto raccontando, ma è un continuo affascinante flashback /flashforward nei suoi ricordi più intimi. Le sue parole, avendo anche il pregio della verità, ti trascinano volente o nolente nella sua vita, ti raccontano tutto, il dettaglio, anche quello che non vuoi sentire, ma devi farlo, non è possibile fingere di non ascoltare.
E la cosa strana, forse è capitata solo a me, non so, è che a un certo punto noi facciamo il tifo per questi due assurdi tipi che non avrebbero mai dovuto conoscersi e invece si sono anche amati. Insomma, lui aveva ventinove anni e lei quindici, porca miseria, se non è stupro questo! E invece no.
Non bisogna chiudere la mente e fare i bigotti-per-sentito-dire, bisogna capire bene,
All'inizio, forse, è lui che la avvicina (con una scusa alquanto sciocca, diciamocelo), ma è lei a far arrivare il rapporto a certe dimensioni. E se dapprima il suo movente è sicuramente il denaro (parecchio) di lui, poi non riesce ad impedirsi di amarlo. Aveva quindici anni e potreste obiettare che era troppo giovane per amare ma, cari miei, se non era giovane per andare a letto con uno per denaro (nessuno l'ha costretta, né lui né la sua famiglia), allora secondo me era abbastanza grande da capire le implicazioni di tutto questo e da innamorarsi.
Il libro si chiude con una scena bellissima, non so se questa sia vera o magari un po' romanzata, ma è la scena che ogni volta mi fa venire i brividi (persino quando la vedo nel film, che tra parentesi è uno dei migliori adattamenti di un libro che esistono, tanto di cappello ad Annaud che ha saputo catturarne l'anima): lei ormai è in Francia, è sposata e non l'ha più visto da allora, ma riceve una sua telefonata. E alla fine di questa, lui non può più trattenersi:

"Le aveva detto che era come prima, che l'amava ancora, che non avrebbe mai potuto smettere di amarla, che l'avrebbe amata fino alla morte".

Da come la storia ci viene raccontata, tra i due c'era sicuramente una disparità in molti campi: lei era povera, lui ricco; lei era forte, lui debole; lei era indipendente, lui attaccato ai pantaloni del padre.
Una coppia squilibrata, non soltanto dal punto di vista dell'età.
Però, anche se non l'hanno vissuto fino alla fine, direi che siamo di fronte ad un grande amore e, di fronte ad un grande amore non vissuto, non posso fare altro che sbrilluccicare (si, sono sadica, lo so).

Anarchic Rain

lunedì 9 febbraio 2015

Io sono di legno di Giulia Carcasi e Gli sdraiati di Michele Serra

Anarchia letteraria.
Oggi voglio parlare non di uno, ma di ben due romanzi (o forse sarebbe meglio dire "racconti lunghi", o meglio ancora "novelle", se quest'ultimo non suonasse troppo di boccacciana e/o dannunziana memoria).

Comunque, oggi mi gira così, perché appena ho finito di leggere il secondo titolo, quello di Serra, avevo già fatto il parallelismo mentale con la novella della Carcasi.
A chi ha letto entrambi i libri, il paragone sembrerà ovvio in un paio di secondi: sono due libri che parlano della stessa cosa nella stessa maniera. Solo che nel primo è una madre che parla alla figlia, nel secondo (indovinate un po'?) un padre che parla al figlio.
Stessa età per tutti e quattro i personaggi e stesso ambiente borghese medio-alto italiano.
E la difficoltà a parlare con il proprio figlio/genitore che la fa da padrona.

Una piccola differenza tra i due è che mentre nel primo noi abbiamo anche stralci di punti di vista della figlia (diciamo che fanno metà e metà tra lei e sua madre), nel secondo è unicamente il padre che parla.

Vediamo i punti in comune: i due genitori sono in un limbo critico del rapporto con i rispettivi figli, con i quali molto semplicemente e spartanamente non parlano. Sono muti gli uni con gli altri, creatori e creature non riescono a trovare un linguaggio comune, in nessun modo, e forse nemmeno lo cercano realmente o nel modo giusto.
Ma esiste un modo giusto?
Quando i genitori erano ancora solo figli, il problema non si poneva proprio: non si poteva parlare con mamma e papà ma solo stare zitti e ascoltare e fare tutto quello che dicevano loro.
Oggi invece, vuoi perché gli "ex-figli" non vogliono ripetere l'esperienza di "terrore" subita, vuoi perché vedono in troppa tv troppi personaggi ambigui che parlano di un sano dialogo tra genitore e figlio, quasi una sorta di amicizia parentale, bisogna assolutamente parlare con i propri figli, per capirne i bisogni e non traumatizzarli.

Vabbè, lasciamo perdere quello che penso io della faccenda, perché altrimenti qualcuno chiamerebbe i servizi sociali nonostante io non abbia prole a carico.
I due genitori in questione trovano catartico scrivere al (o comunque fare un monologo con il) figlio.
Ma la differenza di contenuto è evidente già dalle prime parole. Le due donne parlano di se stesse, della propria vita, delle proprie vittorie e delle (numerose) sconfitte. Si, anche Mia, la figlia diciassettenne, che parla come una della sua età di cose che sono forse un po' più grandi di lei. Non c'è ironia in nessuna di quelle parole, solo una vita spezzata (quella della madre) e una che sta per spezzarsi ma forse è ancora in tempo (quella di Mia, appunto), tutto è preso più sul serio che mai.
Invece, di contro, leggere il monologo del padre divorziato che tenta in ogni modo di stabilire un contatto (perlomeno visivo, se non verbale) con suo figlio diciottenne, è divertente, ironico, quasi spensierato, nonostante si capisca che sta disperatamente cercando un appiglio con lui. E' scanzonato, forse. E per questo è più riuscito del "patetico" caro diario della donna.

Una cosa molto divertente del libro di Serra, e anche piuttosto profonda, è una sorta di racconto nel racconto, in cui il padre immagina di essere uno scrittore e di scrivere la storia della Grande guerra finale, ossia una battaglia tra vecchi decrepiti e giovani uomini, nata per stabilire chi delle due fazioni erediterà il mondo. Ovviamente non possono essere i vecchi, altrimenti dopo pochi anni l'umanità si estinguerebbe senza possibilità alcuna, per cui alla fine i Giovani vincono. Ma, compassionevoli, non fanno cadaveri né prigionieri, semplicemente relegano i Vecchi nella fascia temperata del pianeta, a vivere quel poco che resta loro in santa pace. Un giorno anche i Giovani saranno Vecchi e che questo sia da monito.

Altra differenza, forse fondamentale, è che le due donne non si parlano mai direttamente: la madre scrive una specie di lettera-confessione che chissà se finirà mai nelle mani della figlia e Mia, di rimando, tiene un diario, che la madre legge di nascosto (o forse è Mia stessa che le permette di leggerlo, lasciandolo in vista, non si sa), ma tentativi di parlarsi faccia a faccia non ce ne sono, perlomeno non nel racconto.
I due uomini invece hanno scambi verbali iniziati sempre dal padre e portati avanti a monosillabi perlopiù del figlio, ma il finale tra loro è più esauriente: finalmente il padre riesce a portare il piccolo uomo, ora diciannovenne, a fare la scalata di un monte, così come lui l'aveva fatta con suo padre.

Mi sembra che il rapporto tra due uomini sia molto meno cerebrale o meglio, voglia essere meno cerebrale, pur essendo molto profondo lo stesso, rispetto a quello tra due donne. Mi è sembrato che tra i due non ci fosse bisogno di molte parole, alla fine il padre si accontenta dei fatti, del semplice acconsentire (anche se forse di malavoglia) a fare una scarpinata in montagna. Mentre invece tra le due donne, Mia e sua madre, rimane tutta una serie di sospesi nonostante forse si siano riuscite a capire un po'.

Ma allora è vero che le donne sono complicate? Che pensano troppo e con le sole chiacchiere non arrivano a nulla? E' forse meglio la concreta superficialità (solo apparente in realtà) dell'uomo?

In apparenza, queste due novelle sono molto leggere, si leggono in due ore l'una e, almeno in quella di Serra, si ride anche. In quella della Carcasi ci si commuove un po', ma forse a un certo punto scade troppo nel patetico per piacere realmente.
Però entrambe hanno centrato, a modo loro, il punto e il punto è l'incomunicabilità tra due generazioni che sembrano stare su due fronti opposti, ognuna con il suo particolare modello di mitra: rimproveri da una parte e indifferenza dall'altra.
Uno scrittore contemporaneo (Alessandro Baricco, se volete) in un suo saggio ha chiamato le nuove generazioni "barbari" perché, giusto o sbagliato che sia, distruggono con la loro sola presenza il passato o almeno quello che, fino a che non sono arrivati loro, era "presente". E non si può nemmeno dare la colpa a loro: sono destinati a fare così, a distruggere quello che trovano quando nascono e crescono, sono quasi geneticamente programmati. E non vuol dire che non possa nascerne un qualcosa di buono. Quindi bisogna solo sapersi adattare, da entrambe le parti, ma specialmente da parte delle generazioni più vecchie, perché purtroppo o per fortuna loro il mondo lo stanno lasciando ai giovani. Dovranno comunque arrendersi, quindi meglio cercare di comprendere le nuove generazioni per guidarle senza darne l'impressione.
D'altro canto, i giovani dovrebbero imparare a tenere a freno la lingua, a volte, ad ascoltare anche quando sono palesi scemenze ad essere dette ed a cercare di essere gentili. Forse alla base di tutto sta solo la riscoperta della gentilezza.

In chiusura, posso consigliare entrambi i libri alle donne, mentre agli uomini ho paura che piacerebbe solo Gli sdraiati, proprio perché è uno di loro che parla.

Anarchic Rain

domenica 8 febbraio 2015

Libri cartacei vs libri virtuali

Nell'era della tecnologia non ci si può esimere dal commentare uno degli argomenti che più dividono i lettori del terzo millennio.
Anche se a me la domanda nasce spontanea: ma perché dovrebbe essere una sfida?
Insomma, sappiamo tutti che il libro cartaceo, fisico, tangibile ha i suoi meravigliosi pregi: l'odore della carta (e qui si aprirebbe il primo distinguo, visto che non tutta la carta ha lo stesso buon odore, ma vabbè), la stessa fisicità, il poterlo toccare, sfogliare, sottolineare, arricciare. In una parola vivere. Senza sottovalutare che una casa con una bella libreria piena di libri fa sempre la sua porca figura. Personalmente non riesco a immaginare una casa senza libri e, se proprio devo, la immagino come una casa in cui sicuramente non entrerò mai, o non rimarrò a lungo comunque.
D'altra parte consideriamo che tra i lettori ci sono alcuni "maniaci" che tengono il libro come una reliquia, senza ferirne le pagine con assalti troppo violenti, senza sottolineare, senza fare le orecchie alle pagine. Questi "maniaci" hanno tutta la mia simpatia e la mia comprensione, dato che sono una di loro.
Non posso nemmeno pensare a quanta violenza si spreca sulle pagine dei poveri malcapitati libri, nelle mani di persone insensibili alla loro fragilità, che scrivono a penna, a matita, a pennarello, con evidenziatore e che con sadico piacere piegano la pagina per fare il segno invece di usare un comodo (e anche sfizioso, direi) segnalibro.
Si, lasciatemi usare questo tono falsamente melodrammatico, vi prego. In fondo io amo i miei libri e non sopporto quando mi si dice che per viverli bisogna fracassarli. Tu un amante o un figlio o un pet non lo riempi di lividi per fargli vedere quanto è amato (a meno che tu non sia uno psicopatico, ma si spera di no), quindi non vedo perché devi farlo con un oggetto. Massì, gridate pure all'esagerazione, tanto non vi sento.
Veniamo al famigerato, irriverente e contrastato e-reader.
Io posseggo un kindle (nel caso fosse pubblicità occulta, pazienza) e devo dire che, superato il primo shock, e-book vs carta, è davvero comodo. In borsa non si spiegazza, posso comodamente sottolineare e non devo andarmi a ricopiare su un quaderno la frase perché lui gentilmente me la mette in una cartella a parte; posso usare il vocabolario (ci sono cinque vocabolari e se ne possono installare altri) nel caso leggessi qualcosa in lingua (cosa che capita) oppure qualche parola in italiano di cui non ricordo il significato (lo uso spesso con i nomi di piante e affini, così mi acculturo anche).

E veniamo alla domanda fatidica: ha sostituito il libro cartaceo?
La risposta, senza la minima esitazione, è no.
Perché?
Perché da quando ho kindle leggo di più (prima niente mi avrebbe convinta a mettere in borsa i miei amati libri) e quindi, siccome non rinuncio al piacere della carta quando sono a casa, compro anche di più.
Questo per quanto riguarda me, che posso dichiararmi abbastanza fortunata perché ho una casa che mi permette di avere una libreria spaziosa (al momento ho solo quattrocento libri circa, esclusi quelli di mia madre, contro gli ottocento sul kindle, ma sono in continuo aumento).
Però considerate che ci sono persone che, avendo uno spazio limitato, non è che possono uscire di casa per far posto ai libri, quindi avere un e-reader unisce l'utile al dilettevole.
Per non parlare del prezzo, che essendo ridotto nel caso di un e-book, permette a più persone di godersi un libro. Menzione d'onore ai libri che si trovano aggratis online.

In conclusione per me si equivalgono, paragonando pregi e difetti di ognuno.

Insomma, leggete: materialmente, virtualmente, seduti, sdraiati, a testa in giù, nella vasca, in montagna. Fate come vi pare, ma leggete. Lasciate che la vostra mente si nutra della parola scritta.

E poi, un'altra domanda mi sorge spontanea, visto che la cosa che i più agguerriti anti-e-book dicono più spesso riguarda il presunto profumo della carta: quelli che guardano all'e-reader come a Satana ma davvero se ne stanno tutto il giorno a odorare un libro? Attenti che vi viene l'asma.

Anarchic Rain

sabato 7 febbraio 2015

A volte ritorno di John Niven

Ok, ragazzi. Io ve lo devo dire. Questo libro è geniale.
Insomma, io sono atea e tutto il resto e, nonostante alla fine mi resta il serio dubbio sulla religiosità dell'autore, niente di strano che sia un fervente cattolico, questo libro mi ha fatto ridere (a crepapelle, anche in circostanze in cui ridere era davvero, diciamo, imbarazzante) e mi ha fatto pure piangere (si, qualche lacrima me l'ha spremuta dagli occhi) e mi ha fatto riflettere in generale.
Insomma, ha fatto tutto quello che uno si aspetta che un buon libro faccia.

E un buon libro lo è davvero.

Praticamente è la Bibbia in versione country rock.

Si può anche dividere idealmente il libro in tre parti: la prima, in cui Dio decide di rimandare Gesù (poveraccio) sulla Terra (probabilmente a farsi crocifiggere di nuovo) e questa è la parte esilarante; la seconda, in cui vediamo Gesù formarsi di nuovo la sua cerchia dei dodici (per poi finire in un programma televisivo) e le risate si attenuano per lasciare spazio a una profonda riflessione (non pesante però) sulla società moderna; e infine, l'ultima, quasi prevedibile, parte in cui il finale strappa la lacrimuccia ma accende comunque una speranza.
E' proprio per l'ultima parte che mi è rimasta in sospeso la domanda sulla religiosità dell'autore. In effetti anche nella prima si avverte quasi dell'affetto (se non proprio amore, va') per Dio e la sua "combriccola" in paradiso (persino lo stacchetto all'inferno è azzeccatissimo), ma è nel finale che mi ha spiazzata un po' (in senso positivo, intendiamoci).

La trovata (non originale, diciamolo) di far parlare le alte sfere come noi parliamo è divertente e, secondo me, ci pone nello spirito giusto per leggere questo libro. Insomma, abbiamo appena avuto una fugace visione del paradiso, Dio è appena tornato da una settimana (500 anni terrestri) di pesca e sta chiedendo a Pietro e gli altri come se la cava l'uomo sulla Terra (lui l'ha lasciato in pieno Rinascimento, quindi all'apice dello splendore) quando scopre come stiamo messi (male). E s'incazza. Vi giuro che non c'è un altro termine per dirlo. S'incazza sul serio. A un certo punto pensiamo che possa addirittura mettere in pratica la minaccia di prendere a calci ogni arcangelo o serafino o apostolo presente. E invece gli viene un'idea. Rimandare quel debosciato del Figlio a rimettere a posto le cose. In fondo, è tutta questione di capire bene quello che lui disse a Mosè su quel monte del piffero. Ma quali dieci comandamenti??? Lui è Dio, sapeva benissimo che l'uomo a malapena se ne sarebbe ricordato uno. E infatti uno è proprio quello che ha dato. Poi Mosè c'ha ricamato sopra.
L'unico comandamento possibile, con una scimmia ammaestrata come era ed è l'uomo, poteva solo essere uno: fate i bravi.

Vi giuro, se leggete questa prima parte, non potrete fare a meno di ridere. Ridere forte e forse (chi è più predisposto) fino alle lacrime.

Tra le battutacce dei presenti Gesù, rassegnato, se ne ritorna sulla Terra. Una vita difficile, la sua, già lo sappiamo, perché l'ha già vissuta. Ma questa volta, vuoi per la consapevolezza dell'esperienza passata, vuoi perché al momento Gesù ci sembra proprio un tipo a posto e Dio un padre pirla, speriamo tanto che la Sua vita vada diversamente.
In pratica, lo troviamo già quasi trentatreenne in una New York che dire decadente è poco, ma Lui è felice, in un modo un po' strano. Ha un po' di amici che lo credono strampalato, con la sua idea di essere il figlio di Dio, ma tutto sommato uno a posto, uno che condivide ogni cosa, dal cibo all'erba da fumare, uno che non abbandonerebbe mai un amico.
E il suo innato (ma dai?) carisma lo porta nientepopodimenoche al programma più guardato d'America, una roba tipo America's got talent, che scopre nuovi volti per la scena musicale. A Gesù non gliene frega niente della notorietà, ma pensa che in questo modo, dalla tv, avrà modo di far arrivare il suo messaggio (Fate i bravi) a più persone possibile.
Insomma, quella che si direbbe un'idea geniale.

E invece va tutto a rotoli. E Gesù si ritrova a gestire una comunità che non è in grado di gestire, perché lui si fida troppo dell'uomo e della sua presunta bontà.

Fatto sta che lo condannano di nuovo. E lì tu pensi: no, dai. Di nuovo???
Ebbene si.
Condanna a morte. Per iniezione letale.
Ora, se avete visto il minimo sindacale di film, sapete benissimo che per fare l'iniezione mettono il povero cristo (proprio il caso di dirlo) sdraiato con le braccia allargate. Crocifissione, anyone? Esatto.

Insomma si, Gesù muore di nuovo, dicendo solo quello per cui era venuto al mondo (di nuovo): fate i bravi.
Qualcuno si commuove, qualcuno no. Così va il mondo.
E per un attimo, ecco che la paura dell'aldilà prende anche Lui, proprio Lui, il Figlio di Dio, Colui che si suppone non possa avere paura di tornare a casa sua. Ma per un secondo, forse una frazione di secondo, lì su quel lettino, ha paura: e se non ci fosse un Paradiso?

Ma naturalmente c'è.

E anche se Dio è un po' sconfortato (dite che è un eufemismo?) da come sono andate le cose (di nuovo) pensa che comunque non sia tutto da buttare in questo piccolo mondo storto. Per esempio, la letteratura.

Ragazzi. Se non avete letto questo libro, per favore, fatelo. Se non volete farlo per voi stessi, fatelo per me. Non volete vedere Gesù stravaccato sul divano a casa sua (in paradiso, ovvio) che si fa insegnare a suonare la chitarra da Jimi Hendrix? Non volete sentirlo parlare con Dio e chiamarlo semplicemente papà? Non volete sapere che Dio ha preso a calci Mosè non si sa per quanto tempo dopo che aveva imbrogliato sui Comandamenti? Non volete sapere che Lucifero ha tentato di dissuadere Dio dal rimandare suo figlio sulla terra un'altra volta?

Non volete?

Non ci credo. E se proprio è vero, ecco un piccolo estratto, che vi farà venir voglia, credo:

Cosa cazzo c'era da interpretare in «FATE I BRAVI»? La stessa, identica domanda che Dio aveva ripetuto per secoli, mentre prendeva a pedate Mosè. In ogni caso, ormai la frittata è fatta, pensa Dio con un sospiro, mentre si rende conto della piega che stanno prendendo i Suoi pensieri. Qualcuno avrebbe dovuto rispiegare al genere umano cosa significa «Fate i bravi».

Anarchic Rain

venerdì 6 febbraio 2015

Il giardino di cemento di Ian McEwan

Un altro libricino di poco spessore fisico ma ad alto peso specifico.
Siamo in un posto non precisato dell'Inghilterra degli anni '70. La storia è terrificante, ma ancora peggio è fredda (come il cemento): quattro ragazzi (la più grande di diciassette anni, il più piccolo di sei), dopo aver perso il padre, dopo una malattia terribile perdono anche la madre. Per paura che i servizi sociali li mandino in orfanotrofio e quindi li separino gli uni dagli altri, decidono di chiudere il cadavere della madre in un baule e riempirlo di cemento.
Quello che accade dopo è in un certo senso spaventoso. Il degrado, sia fisico che morale, è profondo ma non mi sono accorta subito di quello che stavo leggendo, di come si dipanava la storia. Lì per lì credo di aver accettato tutto quanto era scritto come normale. Ma alla fine, quando ho voltato l'ultima pagina e ho visto che era l'ultima, è stato come svegliarmi e di colpo ho capito: non poteva essere normale.
E questo mi ha catapultato direttamente nella memoria di un altro libro che mi ha sconvolta, ossia Il signore delle mosche, di cui prima o poi parlerò.
Il parallelismo è semplice: sono due libri che parlano di ragazzi senza adulti e sono due libri fondamentalmente crudeli.
Ma no, forse crudeli è dire poco. Non lo so. Per il momento non mi viene una parola più adatta.
Quello che mi viene da chiedermi dopo aver letto il libro è semplice e terribile: se succedesse davvero una cosa del genere, c'è davvero qualche ragazzino che si comporterebbe così? Purtroppo la risposta mi viene alla mente con la stessa facilità: si. E perché? Semplice: perché mentre leggiamo, abbiamo davvero l'impressione che possa succedere, non sembra un'assurdità. Come ho detto prima, è solo dopo che ci si rende conto di quello che significa tutta la storia.

Ma questo ci porta anche a pensare che allora nei ragazzi, negli adolescenti, c'è una "zona d'ombra" più ampia di quello che ci piace pensare di solito. In questa zona d'ombra si ammassano tutte le sensazioni più torbide, i pensieri più impuri (sotto ogni punto di vista) e i desideri più crudeli e, siccome di solito sono così schiacciati dalle sovrastrutture esterne che non possono prendere aria, soffocano in loro stessi e il ragazzino cresce normale (qualsiasi cosa voglia dire).
Ma se, in un'età così cruciale, vengono a mancare quelle sovrastrutture, quella sorveglianza da parte di chi già ha superato quella fase, che cosa può succedere? Se il ragazzino in questione è forte abbastanza (non parlo ovviamente di forza fisica) allora non succederà granché e lui crescerà in modo assolutamente naturale, liberandosi (quasi completamente) di quella zona d'ombra, o almeno relegandola in un angolo buio, come la polvere sotto il tappeto. Ma se poco poco è fragile e non ancora abbastanza maturo, penso che sia il disastro. Penso che quello che McEwan descrive in questo meraviglioso piccolo capolavoro non sia così lontano dalla realtà.

Il giardino di cemento dà i brividi. E come al solito, i nostri (amati?) brividi derivano dalla paura che tutto il sordido che abbiamo letto sia in effetti reale, o lo possa essere.

Perché dovreste leggerlo? Be', innanzitutto, se vi è piaciuto il già citato Signore delle mosche, vi consiglio di dare un'occhiata anche a questo, perché per atmosfere e profondità poco ha da invidiargli. Se invece non sapete nemmeno chi sia Golding, leggete McEwan perché vi conosce. Più profondamente di quanto pensiate.

Anarchic Rain

martedì 3 febbraio 2015

Storia di una capinera di Giovanni Verga

Continuiamo a chiacchierare di piccoli libri.
A questo sono particolarmente affezionata, sia "fisicamente" che, ovviamente, emotivamente.
L'affetto fisico deriva dal fatto che l'edizione che ho io, piuttosto vecchia, è la storica Centopagine millelire. La copertina è nera e forse una volta era anche bianca, ma ora dà sul giallo sporco dei libri datati. Non è tenuto particolarmente bene, non per incuria, ma perché quando lo lessi la prima volta pensavo ancora che i libri andassero "vissuti". Ma comunque non è rovinato, le pagine sono ovviamente integre e non ci sono sottolineature, ha solo i bordi lievemente arricciati, perché spesso lo portavo in borsa con me.
L'affetto emotivo è stata una conseguenza dell'averlo letto in un particolare  momento della mia vita.
Avevo quindici anni, ero innamorata (come suppongo si possa essere solo a quindici anni) e il nome del ragazzo in questione era lo stesso del ragazzo che la protagonista ama. In quella domenica di Pasqua del 1998 davvero non avevo bisogno di altro. Rimasi appoggiata al termosifone della cucina di casa di nonna e lessi fin quando non ebbi più pagine da voltare. E meno male, perché a quel punto le lacrime mi impedivano di leggere ogni singola parola ed ero impegnatissima a nasconderle agli occhi dei parenti.

Verga è uno di quegli autori che si studiano a scuola ma, perlomeno quando ci sono andata io, un po' di fretta, perché sono tra gli ultimi in ordine temporale. E questo è un peccato, perché è uno dei più grandi autori italiani. Ma vabbè, sto divagando.
Ha scritto questo racconto in forma epistolare, in un susseguirsi di lettere che formano il monologo dell'iniziazione alla vita di una giovane donna, Maria, che purtroppo, per necessità, è destinata alla vita di clausura. Sorvoliamo sugli aspetti sociali e morali del tempo, tanto sarebbe come sparare sulla croce rossa e pensiamo invece solo a lei. Una protagonista piccolina, all'apparenza molto fragile, con una voce delicata e spesso tremante. Ma attraverso le sue parole noi conosciamo un'altra Maria, si, molto timida, ma con un mondo interiore immenso e bellissimo, con una forza d'animo quasi incrollabile, altruista fino allo stremo delle forze, che pensa sempre prima agli altri e poi (o mai) a se stessa. Una protagonista così potrebbe anche sembrare noiosa e forse persino antipatica, ma lei non potrebbe esserlo nemmeno volendo.
Purtroppo il suo tono allegro e meravigliato di tutto si spegne a poco a poco. Ed è interessante osservare che quello che la spegne è in realtà il sentimento che di solito viene considerato come "vitale", ossia l'amore. E' per amore che la vediamo chiudersi a poco a poco sia in se stessa che, fisicamente, nella sua stanzetta, per amore che non osa dire niente quando viene rimandata in convento, per amore che resta in silenzio quando l'uomo che ama (e che la ama) le si sposa davanti agli occhi. E' sempre per amore che lei lo spia, mai vista, da una delle finestre di quello che è ormai diventato il suo "carcere". Ed è per amore che muore, baciando l'unico dono materiale mai ricevuto da lui, i petali di una rosa da tempo appassita.
E quando il racconto termina, con le ultime parole di una sua consorella, che cerca di spiegare l'accaduto alla migliore amica di Maria, la destinataria di tutte le sue lettere, è il vuoto che sentiamo e solo una domanda ci balza alla mente, rapida e precisa: perché? Qual è il motivo fondamentale per cui Maria, dolce e buona, ha dovuto sopportare privazione affettiva e materiale nonché il dolore di vedersi rifiutare il diritto a vivere? E la risposta c'è, miei cari, ed è molto semplice, quasi deludente, per noi che cerchiamo motivazioni profonde: invidia. Maria subisce l'invidia della matrigna e la debolezza di un padre, che più che un padre è un'ameba nelle mani della nuova moglie. Non sembra anche a voi la favola di Cenerentola? Ma questa non è "favola", questo è "verismo". Ed infatti la sua sorellastra, invece di rimanere a bocca asciutta, si è infilata senza fatica la sua scarpetta e ha sposato il principe. Diciamo che in questo racconto i maschietti non ci fanno una bella figura: il padre è un debole, l'uomo che Maria ama si fa convincere dalla famiglia a sposare Giuditta (tipico nome da sorellastra, no?) e il fratellastro di Maria è un frignone buono a nulla. Insomma l'unico essere di sesso maschile che non sembra un idiota totale è il cane. Ma mi pare di ricordare che fa una brutta fine.

Le pagine più belle dell'epistolario sono quelle più buie, in cui Maria piange calde lacrime per la perduta libertà, per il perduto amore e dunque per la perduta vita. Ogni possibilità le è stata negata, può solo chiudere la bocca e guardare il mondo dalle sbarre del convento di clausura. Sono pagine dolci, in cui si respira la gioia svanita e la sofferenza incipiente. Sono tristi, ma mai amare. Non saprei immaginare un'anima più pura di quella che Verga dipinge in questa piccola ragazza e nemmeno uno spirito più maltrattato eppure sempre splendente.

Leggetelo, rileggetelo e magari fate come me, che ho letto la prima lettera della sua "confessione d'amore" almeno cento volte: Maria descrive un sentimento così potente che non si può nascondere, più forte dell'amore verso suo padre e più forte persino di quello verso dio. Lei non può far altro che gridarlo con tutta se stessa, sentendosi la più fortunata delle creature proprio per aver potuto provare questo sentimento. E la lettera successiva, quando lei scopre di essere ricambiata, che dolcezza! C'è una frase che lei dice, tra le più belle del libro: Sapresti dirmi perché il rumore di taluni passi si senta col cuore come se il cuore udisse? E perché scuota tutti i nervi e faccia gelare tutto il sangue?

E' uno di quei libri che, nonostante la tristezza, fanno bene all'anima.

Anarchic Rain

domenica 1 febbraio 2015

Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig

"La bellezza delle piccole cose".
Una frase che ben si adatta all'argomento di questa chiacchierata.
Un libretto di meno di 90 pagine, che si legge nel tempo di un respiro. Ma quanto dolore racchiude.

Stefan Zweig è un autore viennese, non ne ho mai sentito molto parlare, ma un giorno, uno dei mille giorni a zonzo in libreria, mi capita sotto gli occhi il titolo di questo racconto.
Amo il romanzo epistolare, ho adorato I dolori del giovane Werther e Le relazioni pericolose, per non parlare di Dracula. Quindi l'ho preso a scatola chiusa, senza saperne niente, pensando che al massimo avrei perso due ore. Quanto male può fare un libretto di 82 pagine? Niente, pensavo.

E invece.

Si tratta di un'unica epistola, recapitata ad uno scrittore famoso nel giorno del suo compleanno. Fin dalle prime parole entriamo nel vivo della vita del mittente: una donna che per tutta la vita è stata innamorata dello scrittore, da cui ha avuto persino un figlio, ma che è già morta all'inizio del racconto.
Dalle sue parole appassionate lo scrittore (chiamato quasi ossessivamente "amore mio") conosce i particolari della sua vita, una vita che gli è stata donata per anni e di cui lui non si rendeva nemmeno conto. Viene a conoscenza di aver avuto un figlio, che però ora è morto, e di essere stato amato senza riserve per anni, da una sconosciuta.
Il dramma vero della poverina è proprio questo: non è mai riuscita a farsi riconoscere da lui per quella che era, nemmeno nelle quattro notti di passione che c'erano state, neppure quando si incontravano per caso in una Vienna fin troppo piccola. Lui è sempre stato cieco all'amore che lei sperava di donargli con tutta l'anima e alla fine l'ha persa per sempre.

Quello che sconvolge del libro è la crudeltà del destino che costituisce sempre la base dei loro incontri: la prima volta, perché lui si trasferisce nell'appartamento di fronte a quello di lei (all'epoca tredicenne), la seconda, quando lei gli fa le poste sotto casa e lui si accorge della bella ragazza che è e se la porta a casa, la terza, quando per caso si incontrano in un locale e di nuovo lui la porta con sé. In tutte queste occasioni però lui non si rende conto di avere davanti la stessa persona che lo ama e che gli manda le rose tutti gli anni, nel giorno del suo compleanno.

E' questo l'unico rimprovero che lei sembra muovergli, anzi, non è neppure un rimprovero. E' semplicemente la constatazione del non riconoscimento. E lei continua a giustificarlo, dicendo che è naturale che lui non si ricordi di lei, in fondo ha avuto mille donne, perché dovrebbe pensare ad una più che ad un'altra. E d'altra parte lei non gli ha mai detto nulla, non ha mai provato a fargli capire chi fosse, l'ha preso così com'era, sempre. Un donnaiolo impenitente.

La lettera mi sembra in crescendo, come se man mano che si avvicina alla fine il tono di voce si facesse più appassionato, più rapido ed anche più stridulo. Lei continua a ripetere "amore mio" e "mio figlio, anzi nostro figlio" e "non mi hai mai riconosciuta" in modo piuttosto ossessivo, e forse anche un po' patetico, ma non si può fare a meno di provare il suo stesso dolore, perché le sue parole ti ci portano proprio dentro e non ti lasciano scappare.
A leggere quelle poche pagine davvero ti si stringe il cuore, ti si costruisce l'immagine della miserabile vita di quella donna e, anche se lei non lo fa, non puoi fare a meno di odiare e maledire lo scrittore che mai, nemmeno di sfuggita, si accorge di chi ha veramente davanti.
Quando gli giunge la lettera, lui la legge e noi non sappiamo qual è lo stato d'animo con cui affronta parola dopo parola, perché la voce di lei cattura tutta l'attenzione, ma alla fine sembra succedere qualcosa in lui: il narratore ci dice che lui trasale come se fosse entrata una ventata d'aria gelida e lui sente che qualcosa gli si è spezzato dentro. A quel punto noi siamo quasi soddisfatti, della serie "bè, meglio tardi che mai". Ma poi, crudelissima, c'è la chiusura: lei, che lui non ricorda mai chiaramente, è al pari di una "musica lontana" a cui si può rivolgere solo un "incorporeo e appassionato" pensiero.
Nemmeno dopo morta ha ottenuto lo sperato, agognato, disperato riconoscimento.

Anarchic Rain