sabato 25 aprile 2015

Romeo e Giulietta di William Shakespeare

Ricordate quando, parlando di altri libri, ho usato la parola "capolavoro"? Ecco, lasciate stare.
Nel senso che, ovviamente, sono convinta di quel che ho detto e che i libri suddetti lo siano, ma Romeo e Giulietta è un discorso a parte. A parte nel senso di categoria.
Sinceramente, non credo possa esistere una categoria che lo comprenda.

E', semplicemente, Romeo e Giulietta. Non è un testo teatrale, non è una storia d'amore, non è una tragedia. E' senza ombra di dubbio la cosa più bella che sia mai stata scritta.

Che l'abbia scritta Shakespeare o meno, a me non interessa. Che l'autore che noi chiamiamo Shakespeare sia esistito o meno, non me ne può importare di meno.
Lascio il problema agli avvoltoi dell'eredità.

Fatto sta che il libro è stato scritto. E ogni parola che io possa dire, per quanto bella o grammaticalmente corretta, non farà che rimpicciolirlo. Quindi, chiedo venia.

Una delle critiche che gli ho sentito muovere più spesso è: che scempiaggine, come se due quattordicenni pensassero al matrimonio.
Scusate, ma voi tuttologi avete idea dell'anno in cui è stato scritto (certo, approssimativamente)? Non lo sapete che a quell'epoca il matrimonio tra adolescenti era la norma? D'altronde, visto che si moriva presto, era naturale far tutto subito. Altro che scuola dell'obbligo, diritti dei minori, leggi sulla violenza sessuale. Era tutto molto primitivo a quei tempi. Quindi, a chi ha detto 'sta cosa, gli rispondo: bah.

Un'altra critica molto aspra è quella che riguarda l'amore in sé: com'è possibile che due quattordicenni (ari-daje) provino quell'amore improvviso e trascinante?
Sarò monotona, scusate, ma la mia risposta è sempre "bah".
Immaginate un mondo in cui due persone non possono sposarsi se non per creare vincoli economici ancora più importanti (non stiamo parlando del popolino, ma delle due famiglie più ricche di Verona) e adesso immaginate due ragazzi in età da matrimonio che si incontrano per caso e si piacciono da subito, ma sanno che non potranno mai stare insieme per vie ufficiali. Ma loro non ci stanno.
Ribelli? Sicuramente. Avventati? Questo lo credo meno. Innamorati? Si.
E allora? Dov'è il problema? Se avete dalla vostra parte un frate che non vede l'ora di far cessare la guerriglia cittadina, potete star sicuri che entro sera sarete sposati.

Ma soffermiamoci sulle parole che l'autore usa.
Parlo del testo inglese che, per quanto magistralmente tradotto, non potrà mai essere fedelmente riprodotto in un'altra lingua.
Parlando dei due ragazzi, li chiama "star-cross'd lovers", letteralmente "amanti segnati dalle stelle", con un'accezione tutt'altro che positiva. Quindi già dal prologo capiamo che qualcosa non va...sempre che ci fossimo persi il titolo completo, che ha la parola "tragedy" al suo interno...
Non conosciamo subito i due protagonisti, anzi, quando li vediamo è dapprima solo attraverso gli occhi di qualcun altro: Benvolio e i genitori di Romeo parlano di lui poco prima di vederlo e noi veniamo a sapere da loro che è affranto e non vuole parlare con nessuno della sua pena ("his own affections' counsellor"); invece la balia e la madre di Giulietta cercano quest'ultima per tutta la casa per comunicarle il desiderio dei genitori di vederla prender marito.

E poi si incontrano.

Romeo è un innamorato respinto, Giulietta quasi una promessa sposa (di Paride).
E i loro occhi si accendono. Romeo dice, estasiato dalla pura bellezza di Giulietta "She doth teaches to burn bright!" e poi continua con paragoni splendidi (come il gioiello all'orecchio di un'etiope) e dice, ancora "Beauty too rich to use, for earth too dear!".

Ora, non so voi, io non mi commuovo alle dichiarazioni d'amore, mi sembrano tutte piuttosto sciocche, scontate e "fuori tempo". Ma forse è proprio perché questa è stata forse la prima che ho letto: paragonate a questa, le altre semplicemente scompaiono.
Il loro "balletto del corteggiamento" è gioioso, ironico, romantico, sensuale.
Si baciano. E il loro destino è segnato per sempre.
Giulietta chiede, appena Romeo se ne va "Go ask his name: if he be married, my grave is like to be my wedding bed".

Questo triste presagio, insieme al sogno premonitore di Romeo, ci circonda una volta di più dell'aura della tragedia a cui i due poverini stanno andando incontro (a braccia aperte e correndo, oserei dire).

Si sposano, Romeo uccide Tebaldo, Romeo viene bandito. Passa la prima e ultima notte con la sua sposa e poi parte. Il padre di lei le dice che sposerà subito Paride per contrastare il lutto. Giulietta va dal frate che li ha sposati in segreto per cercare una soluzione. Giulietta prende la pozione di frate Lorenzo e appare come morta. Ci sono i funerali. A Romeo giunge la voce. Lui parte, incurante del bando. Va alla tomba di Giulietta, si uccide. Giulietta si veglia, lo vede, si uccide.

C'è tutto: amore, inganno, rivalità, vendetta, rabbia, disperazione.
Volendo ignorare i due non ignorabili protagonisti, l'autore ci regala altri personaggi più che degni di essere considerati comprimari: Mercutio, l'amico sarcastico e impudico di Romeo, Benvolio, il cugino tutto sentimento, Tebaldo, il rivale (non in amore) focoso, frate Lorenzo, la balia e, ovviamente, le due coppie di genitori.
Paride non mi è mai piaciuto molto, l'unico personaggio davvero minore, uno senza arte né parte, ma vabbè.
Come dimenticarci dei due monologhi di Mercutio: quello sulla regina Mab e l'amore in generale è davvero sublime. E ovviamente, l'ultimo, la maledizione che lancia alle due casate per averlo ucciso.

E la maledizione, che lui l'abbia intesa sul serio o no, si abbatterà davvero su entrambe le famiglie.

Oh, le parole di Romeo quando fa visita alla tomba di Giulietta per morire accanto a lei:
"Eyes, look your last! Arms, take your last embrace! and lips, o you, the doors of breath, seal with a righteous kiss a dateless bargain to engrossing death!"

E Giulietta, quando si sveglia e lo trova morto, comprendendo il fatale errore:
"Drunk all, and left no friendly drop to help me after?"

Ultime parole che spendo per i due film degni di nota: anno domini 1968, regista Zeffirelli-anno domini 1996, regista Luhrmann.
Due adattamenti splendidi. Il primo, come certamente sapete, molto fedele al testo e all'epoca di ambientazione. Il secondo, fedele al testo, ma ambientato in un mondo più che moderno, in una Venice Beach che più violenta non si può.
Consiglio caldamente la visione di entrambi, non solo per cultura generale, ma perché ci sono due momenti in cui (so che può sembrare un'eresia) il secondo supera nettamente il primo: quando Mercutio muore, la maledizione che lancia nella versione di Luhrmann è molto più credibile, c'è rabbia e intento di ferire. Infine, quando Romeo scopre che Giulietta è "morta" fa due passi, spaesato, cade in ginocchio, grida il suo nome rivolto al cielo con vera disperazione e il suo "I defy you, stars" è quanto di più raggelante ci sia. Merita, sul serio.
Ovviamente, non mi permetto assolutamente di paragonare le due attrici che interpretano Giulietta, perché è sempre bene non confondere la cioccolata con...ehm...altro. Quella di Zeffirelli è incantevole. Quella di Luhrmann è...dimenticabile.

Buona (ri)lettura, carissimi.

Anarchic Rain

domenica 19 aprile 2015

La lunga marcia di Stephen King

Punto primo: dimenticate Hunger games e compagnia bella. Non c'entrano assolutamente niente e, anche se fosse, questo è stato scritto più di 30 anni fa.
Punto secondo: dimenticate mostri e "tipici" orrori a cui il Re ci ha abituati (vampiri, hotel stregati, ragazzine con poteri psichici), perché qui si parla di orrore "terreno".

Se siete pronti ad avventurarvi in questa chiacchierata tenendo a mente i due punti di cui sopra, allora benvenuti. Iniziamo. Fate un bel respiro.

Lo zio Steve ha avuto l'idea di questo racconto lungo quando era adolescente. Forse, chissà, aveva letto 1984 di Orwell e ne era rimasto affascinato, oppure Ubik di Dick. Io non lo so.
So solo che ha creato un mondo distopico in cui ogni cosa è al posto sbagliato.
In un anno non ben definito, in una cittadina del Maine (poteva essere altrimenti?), mentre l'America e forse il mondo sono governati da un non meglio identificato regime militare/totalitario, si svolge una Marcia. I partecipanti sono 100 ragazzi. La meta non esiste, si marcia finché (r)esiste l'ultimo partecipante. Il premio è tutto ciò che si desidera per tutta la vita. Si mantiene un'andatura costante di circa quattro miglia all'ora e, se si rallenta, si riceve un'ammonizione. Dopo la terza ammonizione, si viene squalificati.

Scusate, ho detto squalificati? Volevo dire eliminati. Cioè, scusate. Volevo dire uccisi.

Ma di tutto questo noi non ci rendiamo conto subito, anche se notiamo alcuni "segnali" che ci rendono strana la cosa. La madre del protagonista che sembra disperata e vorrebbe che il figlio rinunciasse. La misteriosa scomparsa del padre in circostanze sospette (quasi fosse stato "orwellianamente" vaporizzato). I militari che si aggirano nel campo prima dell'inizio.
Quando poi i ragazzi cominciano a marciare, il nostro intuito si affina e quando il primo viene ucciso (i militari che controllano il regolare svolgimento della gara gli sparano a sangue freddo, per la precisione) apriamo definitivamente i nostri occhietti foderati di prosciutto e ci rendiamo conto che, porca miseria, questo è pur un romanzo di King!

Quello che di agghiacciante c'è in questo libro, che non è nemmeno molto lungo, purtroppo (o per fortuna), non è tanto il fatto che i ragazzi vengano uccisi (questo, diciamo, è logico, in un mondo del genere), ma quello che succede loro mentre marciano.
Mi spiego meglio.
Quelli che sopravvivono più a lungo di sicuro non sono più gli stessi che sono partiti due o tre giorni prima. Hanno assistito alla morte dei loro compagni, hanno rischiato essi stessi di venire fucilati, hanno sperimentato fame, sete e dolore fisico. Alcuni di loro si lasciano addirittura morire perché non ce la fanno più, non possono più resistere a quella tortura spietata. Non resistono ai soldati che godono a fucilarli, al pubblico che, eccitato dalla vista del sangue e di tutta quella specie di "carne al macello", li sprona volgarmente e follemente. E non resistono neppure alla vista dei loro compagni, quelli che ancora camminano, come fantasmi senza più volontà.

Il protagonista è un ragazzo di sedici-diciassette anni, si chiama Garraty e, durante le prime ore, stringe amicizia con qualche altro concorrente intorno a lui. Anche questo legame, per quanto fragile possa sembrare, in realtà è piuttosto forte, perché nato in circostanze a dir poco speciali. E' nato nel pericolo e vive nella paura. E in queste due condizioni, per far fronte comune, il legame diventa d'acciaio. Il ragazzo con cui lega di più, nonostante sembri a volte distaccato, è McVries, che tra l'altro è il mio personaggio preferito del libro. McVries si rivelerà fondamentale ad un certo punto, perché riesce a salvare la vita di Garraty per un soffio.
Il "cattivo" poi è davvero cattivo. King non ci addolcisce mai questa figura quasi onnipotente, che non ha nessun risvolto positivo, non c'è nemmeno un momento in cui pensiamo "ah, però, dai, vedi che anche lui alla fine...". Zero. Sembra molto il caro vecchio Grande Fratello. E come se non bastasse, scopriamo che uno dei partecipanti è suo figlio illegittimo. Bam. La goccia che fa traboccare il vaso. O comunque la mente già indebolita di Garraty, che per poco non si fa ammazzare.

Ma cosa succede durante la Marcia? In un lasso di tempo relativamente breve (stiamo parlando di cinque-sei giorni totali), come possono queste giovani vite deviare così profondamente dal loro tracciato? Non parlo tanto di chi è morto nella prima giornata perché, al di là dell'orrore in sé, non ha sperimentato quello che hanno sperimentato gli altri. Anche soltanto chi è riuscito a passare indenne la prima notte. Considerate che non ci sono pause nella Marcia, si deve camminare sempre. E' normale che ad un certo punto si cominci a "vedere" cose o a pensare alla propria vita in maniera diversa - fosse anche solo per lo sfinimento fisico.

King come al solito riesce a trascinarci dentro le pagine, nella vita dei protagonisti, a volte solo accennata, fatta di episodi scollegati, attraverso i quali ci facciamo una vaga immagine di quando erano semplicemente dei ragazzi come tutti.
Arriviamo alla fine del libro che abbiamo il fiato corto e siamo tentati di guardarci intorno per vedere se qualcuno ci punta alla testa un fucile dell'esercito.
Stiamo ancora tremando, non solo perché il segno che lascia questa storia è profondo e doloroso, ma anche perché il finale è totalmente aperto.
Non voglio svelarvi troppo, ma colui che rimarrà in piedi per ultimo che cosa ha vinto veramente?
Sempre che sopravviva poi, perché lo zio non è che ce lo dice.
E poi, anche se sopravvivesse, che vita avrebbe?
In definitiva, che senso ha questa Marcia, se i partecipanti muoiono uno ad uno e l'unico sopravvissuto ormai è ridotto allo straccio di un uomo? Potrà mai riaversi da quello che ha visto? Ed è umanamente possibile riuscirci?

Questo libro è tremendo. Non sono in grado di pensare ad un altro aggettivo, al momento, ma davvero ti prende a schiaffi, ti lascia l'amaro in bocca, ti fa sputare sangue.
L'ho amato da morire anche per questo.
Se volete un libro che vi faccia tremare e non solo di paura (di quella, nel senso convenzionale e "horror" del termine, ce n'è poca), allora dovete leggerlo.
Se volete scoprire come King interpreta il genere umano in situazioni estreme, dovete leggerlo.
Se volete essere rassicurati e coccolati, state lontani.

Anarchic Rain

sabato 18 aprile 2015

Personaggi indimenticabili della letteratura

Another easy chitchat.

Ho pensato di fare più post con questo argomento, perché in fondo come si fa a riassumere tutta una vita di letture e di personaggi preferiti? Ma poi ho pensato che impegnandomi potrei farcela.
Intanto comincio, poi vediamo strada facendo.
Ho deciso di andare più o meno in ordine cronologico, scegliendo più o meno un paio di personaggi per anno, così da fissare dei paletti (orribili ma necessari) e quindi, via.

1986-1987 (anni 4-5): le prime cose che ricordo, ovviamente sono le favole ed il personaggio che più mi è rimasto in mente fa parte di una favola che si chiama I cigni selvatici, in cui una ragazza è costretta da una strega a cucire in silenzio sette mantelli di ortiche per i suoi sette fratelli, tramutati in cigni selvatici dalla strega (al momento non ricordo i particolari, sorry) e, a causa di questo, viene accusata lei stessa di essere una strega. Lei non può difendersi, perché se parlasse l'incantesimo diventerebbe permanente, quindi continua a cucire fin sotto la catasta di legna allestita per bruciarla. La cosa che più mi è piaciuta di lei è la grande forza di volontà, che la sostiene nonostante stia rischiando persino la vita. E anche l'amore che nutre per i suoi fratelli.

1990 (anni 8): Jo March, l'eroina di Piccole donne, un libro-must per tutte le ragazzine pre-adolescenti. Jo è una ragazza forte, dal carattere dolce ma burbero, a cui piace comportarsi da maschiaccio spavaldo, nonostante il suo grande cuore. Credo di essermi lasciata fortemente influenzare da lei e credo che lei abbia addirittura contribuito a farmi diventare quella che sono.

Si, sono sempre stata molto sensibile ai libri, ahahah.

1991-1993 (anni 9-11): Topolino e Lady Oscar. Non posso tralasciare neppure i cartoni animati in questa lista. Sono stati e sono tuttora troppo importanti per me, fanno parte della mia vita e sono entrati nella fibra più profonda del mio essere. Topolino mi piaceva perché pensava a fondo alle cose, era perspicace e con l'impegno risolveva tutti i problemi (anche se poi, a conti fatti, preferivo Paperino, che sentivo più vicino a me, perché è l'eterno pasticcione). Su Oscar, poi, potrei aprire una parentesi lunga mille pagine. Potrà sembrare ridicolo, ma il cartone prima e il manga poi mi hanno colpita profondamente. Non è facile trovare un personaggio di carta così profondo e umano, tormentato e onesto, duro come la pietra e caldo come il sole. Be', Oscar è tutto questo e molto di più e in un certo senso ho sempre cercato di somigliarle caratterialmente, anche se non ci sono riuscita molto bene...ma d'altra parte lei è perfetta e irraggiungibile (ok, si, ho finito la mia dichiarazione d'amore).

1994 (anni 12): Dracula di Bram Stoker. Come non rimanere incantati (attoniti, più che altro), dinanzi a questa terribile creatura, che può cambiare forma e che tuttavia è estremamente legata alla sua terra (in senso letterale), dannata per sempre e profondamente triste.
Romeo, un personaggio che non ha bisogno di presentazioni, mi pare. No, non sto parlando del mejo der Colosseo, sciocchini. William Shakespeare sapeva dove andare a colpire quando voleva commuovere gli animi. Cosa c'è di meglio di un amore contrastato e dalla fine tragica? Molto poco, se non niente. Lo so, quelli di voi che fanno finta di essere cinici ribattono "Aveva solo quindici anni, che ne sapeva lui dell'amore, e poi guarda com'è finito!". Somari. A quell'epoca le persone si sposavano sempre a quell'età perché poi morivano a 35 anni in media. Somari due volte. Sempre a quell'epoca i matrimoni erano sempre combinati, quindi immaginate questi due ragazzi (in piena tempesta ormonale, ve lo concedo), in età da matrimonio, che si conoscono, si piacciono e decidono di non lasciare che altri scelgano per loro. Coraggiosi, ecco come li chiamo io. Ammirevoli. Disposti a tutto pur di amare liberamente. Disposti persino a morire. Indimenticabili.

1995 (anni 13): It, la creatura dalle mille forme, inventata da quel genio dello zio King, è l'incubo che mi ha perseguitata più a lungo nella mia vita...ancora oggi soffro di aracnofobia per colpa sua!! It è la summa degli orrori dell'infanzia che riesce a perseguitarti anche una volta cresciuto, è la resina che ti si appiccica tra le dita e non si toglie con niente. Un personaggio memorabile e terrificante.

1996 (anni 14): Anna Karenina: c'è bisogno di presentazioni? Un'eroina tragica, una donna a cui era stato dato praticamente tutto tranne quello che lei davvero avrebbe voluto. E quando se lo prende, non regge di fronte a tanto. Un destino sfortunato, ma una grandissima figura, moderna e fragile. Indimenticabile.
Più o meno dello stesso anno (o forse quello dopo) c'è Emma, protagonista dell'omonimo romanzo della Austen. Al contrario di Anna, Emma è "costruita" per non piacere a nessuno, eppure io l'ho adorata: anche nel suo lieve snobismo, nel suo essere profondamente infantile, mi ha fatto divertire davvero e al tempo stesso mi ha insegnato a non negare mai i propri sentimenti, tanto prima o poi da qualche parte escono fuori!

1997 (anni 15): Julien Soren, il protagonista de Il rosso e il nero di Stendhal, un ragazzo incredibile, uno che puoi tranquillamente classificare come arrampicatore sociale, eppure la mia ammirazione per lui nasce proprio da questo. Non si ferma a quello che il destino sembra riservargli, ma continua ad andare avanti senza guardarsi indietro (il suo unico sbaglio), forte del suo bagaglio culturale, ma inconsapevole che non gli basterà. Tragico. Ma profondamente toccante.
Lo stesso anno o giù di lì, c'è stato un altro personaggio che mi ha aperto mondi nuovi e meravigliosi: Roderick Usher, uno dei fratelli che Poe ha legato indissolubilmente alla loro stessa casa. Da brivido. Per me, pensare al gotico significa pensare a lui in automatico.
Ultimo ma non ultimo (anzi, forse avrei dovuto metterlo subito) c'è Max Demian, enigmatico e sfuggente personaggio del racconto omonimo di Hesse. Demian mi ha insegnato a guardare sempre in faccia le cose perché le risposte a tutte le domande arrivano solo se le situazioni si affrontano a viso aperto.

1998 (anni 16): Lestat de Lioncourt, il secondo vampiro, dopo Dracula, che davvero meriti questo nome. Un personaggio completo sotto tutti i punti di vista: bellissimo (come potrebbe un vampiro moderno non esserlo?), potente, divertente e viziato (un autentico "brat prince" a tutti gli effetti). Un immortale che non poteva scegliere forma migliore per vivere tutta l'eternità. Lo adoro, semplicemente, per la sua ironia, per il suo modo apparentemente leggero di prendere le cose, mentre al contrario mette al primo posto i suoi adorati compagni, Nicki prima, Louis poi. Per non parlare del rapporto ambiguo ma intrigante con sua madre Gabrielle.
Mi pare dello stesso anno sia il mio primo approccio a Baricco, con Castelli di rabbia. Al di là del fatto che amo tutti i personaggi di quel libro, il mio preferito è Penth, il ragazzino che conosciamo intorno agli otto anni e che, per imparare a vivere, scrive su un quaderno una singola verità al giorno. Giusto per mettere ordine nel caos della vita. Si può non amare uno così?
C'è poi Isabel Archer, eroina di Henry James nel suo Ritratto di signora, anche lei sfortunata quanto Anna Karenina, tragica bambola che si è auto-inflitta una condanna a vita in una torre d'avorio. Un personaggio toccante, triste e circondato da un'aura di bellezza.

1999 (anni 17): da qui per i successivi due anni mi sono immersa nelle letture più impegnative (e impegnate) della mia giovane vita, approfondendo i classici russi. Sono così venuta a conoscenza di due personaggi meravigliosi, il primo dei quali per me è il personaggio più riuscito della storia della letteratura mondiale: il principe Andrej, di Guerra e Pace, e Dmitri, de I fratelli Karamazov. Il primo è uno spettacolare e tragico eroe che per attributi fisici e spirituali non ha nessuno che può competere. E' semplicemente perfetto, con tutti i suoi difetti, che lo rendono umano. Credo di aver pianto davvero poche volte su un libro come ho fatto con Guerra e pace ed è tutto "merito" del principe. Dmitri invece è il suo opposto, un antieroe, se vogliamo. Un uomo completamente governato dalle sue passioni, che non si fa alcuno scrupolo pur di raggiungere i suoi obiettivi, che a volte sono persino più turpi dei suoi metodi. Mi ha colpito però la sua audacia, il suo essere libero da ogni convenzione e ho sempre pensato che non farebbe male a nessuno di noi fare ogni tanto qualcosa di sbagliato (non di irrimediabile). E' una questione di equilibrio.
Sempre più o meno in questo periodo, è nato il mio amore viscerale per un personaggio storico (lo so, è reale, non letterario, ma ne voglio parlare lo stesso), protagonista di molti romanzi e biografie (che sto tentando di recuperare in toto, ma ammazza se è difficile): Alessandro Magno. Il re che non voleva fermarsi mai, che non guardava mai indietro e che è morto cercando di raggiungere il suo sogno. Un personaggio ancora più indimenticabile se pensate che è realmente esistito. Un uomo che non aveva paura di niente, o almeno che nonostante le sue paure non si è mai fermato.

2000 (anni 18): Esmeralda, personaggio di Notre Dame de Paris, capolavoro (per me, dite quello che vi pare, supera I miserabili) di Hugo. La cosa che mi viene spontaneo dire quando penso a lei è "Che donna!"...una persona candida come la neve, come poche ce ne sono o forse unica, dotata di un cuore enorme, di curiosità e di libertà. Tutte cose che a poco a poco il destino avverso le strapperà una ad una, tranne forse il cuore. Chissà perché mi innamoro sempre di personaggi tragici...
Dello stesso periodo o poco meno, c'è Winston Smith, protagonista di 1984, il romanzo che mi ha sconvolto la vita insieme a Il signore delle mosche. Winston Smith mi ha insegnato (lo sapevo già, ma lui ha come sancito la consapevolezza) che, nonostante uno sia portato a credere che il bene trionfi sempre alla fine, la realtà può essere ben più dura e triste. E crudele. Una cosa che non ho più dimenticato.

2001 (anni 19): Shigekuni Honda, protagonista della tetralogia di Mishima, un ragazzo che per tutta la vita in apparenza ha fatto tutto quello che la sua famiglia e il suo senso dell'onore gli consentivano, ma che in fondo all'anima ha vissuto passioni profonde, le più vere di tutte: un personaggio che mi ha insegnato che anche le cose non vissute hanno il loro valore, talora maggiore delle cose "ufficiali".

2002-2010 (anni 20-28): non ho letto tantissimo per motivi soprattutto di studio, ma sicuramente di questo periodo è il mio approccio a Murakami (di cui ora ho letto tutto) e soprattutto con il protagonista di La fine del mondo e il paese delle meraviglie, che non ha nome, in nessuno dei due mondi. Un personaggio che travalica i confini del reale pur restando umano (e tormentato) nel profondo.

2011 (anni 29): la figura di Lucifero nel Paradiso perduto di Milton mi ha letteralmente steso. Un personaggio mirabilmente costruito, oscuro, crudele, maltrattato eppure orgoglioso (quale grave peccato!) e caparbio. Mai arreso, mai sconfitto realmente. Struggente.

2012 (anni 30): Briony (non ricordo il cognome) voce narrante di Espiazione, il primo romanzo di McEwan che abbia mai letto e quello che più a fondo mi ha graffiato. Un personaggio che davvero da nessun punto di vista si può amare, ma forse, alla fine del libro, con un po' di fatica, si può iniziare a perdonare. Nella vita si fanno cazzate di ogni genere. E poi si pagano.

2013 (anni 31): George, il protagonista di A single man, un uomo stroncato moralmente dall'aver perso la persona più importante del mondo, mi ha insegnato che la vita è più forte di qualsiasi dolore, anche se sa essere profondamente stronza.

2014 (anni 32): sono arrivata alla veneranda età di 32 anni per scoprire che il fantasy in realtà mi piace. Non solo. Il protagonista che mi ha tramortita più di tutti quelli elencati finora (ebbene, si, devo ammetterlo, persino più del principe Andrej) è Roland Deschain di Gilead (serie La torre nera di King). Che dire. Stavolta King non si è solo superato, ha fatto in modo di non poter mai più essere raggiunto. Roland è IL personaggio, quello più umano, più triste, più dolce, più testardo, più  tutto che sia mai stato inventato. Il suo credo me lo sono tatuato addosso e credo che nessun altro potrà mai provocarmi tutte le sensazioni che mi ha provocato lui. E non ringrazierò mai abbastanza lo Zio per averlo permesso.

Sono arrivata alla fine della mia carrellata sommaria e mi sono accorta che non c'è nemmeno un italiano in lista!! Non sono decisamente una campanilista...eppure ci sono personaggi della letteratura italiana che mi hanno segnata/ispirata: Andrea, protagonista de Il piacere di D'Annunzio, molti personaggi di Calvino, Maria la timida protagonista di Storia di una capinera.
Ho lasciato indietro, volontariamente e involontariamente, molti altri personaggi, ma così è la vita.

Ovviamente ora voglio sapere i vostri!

Anarchic Rain

Un grido fino al cielo di Anne Rice

La regina di New Orleans stavolta ci delizia con un romanzo che non fa parte né delle Cronache dei Vampiri né della saga delle streghe Mayfair.
Questo è un romanzo a sé stante che parla di musica. E ci fa comprendere in pieno quanto la musica conti per la nostra magnifica signora Rice.
La storia è ambientata nella Venezia del '700, all'epoca in cui la Serenissima era sotto il controllo del Doge e nemmeno il Papa (quasi) poteva interferire nelle faccende di questa speciale repubblica sulla laguna. Era l'epoca dei Teatri e dei grandi castrati (cantanti lirici maschi che facevano parti da soprano, essendo stati castrati da piccoli).
In questo scenario nasce e cresce Tonio, figlio di una famiglia veneziana tra le più potenti.
Un susseguirsi di intrighi e colpi di scena, di avventura e (soprattutto) amore, che coinvolgono il protagonista in prima persona.

La cosa fondamentale per Tonio è sempre stato l'amore, fin da quando è nato. Sua madre, suo padre, i suoi maestri, persino gente incontrata una volta sola, fanno tutti parte di un suo ideale cerchio, al di là del quale c'è l'inconsapevolezza verso il mondo sconosciuto. Quando questo mondo viene a lui nelle vesti di suo fratello, l'interno del cerchio vacilla e si sgretola.
Tonio diventa un castrato (già grande, ma con una voce ancora più che perfetta) e da qui inizia la sua seconda vita.
Vita che lui voterà alla vendetta contro chi gli ha fatto del male.
Ma la domanda è: chi glielo ha fatto? E perché? E soprattutto: è stato davvero un male?
Ops, sono tre domande...

Un libro straordinario, un viaggio intenso, a volte brutale, nel mondo di quell'epoca, che la Rice riesce magnificamente a rendere. La sontuosità e, di contro, il marciume sia della città (Venezia, principalmente, ma anche Napoli, in seguito) che delle persone, che hanno una doppia faccia ma che in fondo sono spinti dall'amore. Tutti, dal primo all'ultimo. Ma l'amore può assumere i connotati della gelosia, della nostalgia, della crudeltà e della depravazione.
Tutte cose che Tonio deve imparare a riconoscere e scegliere. Così come si deve scegliere (sempre) tra bene e male.
Il personaggio di Carlo, "fratello" di Tonio, è davvero tragico. Un uomo che non è stato distrutto solo da suo padre e dal suo antico amore, ma anche e soprattutto da se stesso. Quello che Carlo non capisce, fino alla fine (e dubito che anche allora l'abbia capito pienamente) è la differenza fondamentale con Tonio, che lui odia così tanto: Tonio è colto e leggermente altezzoso, è vero, ma in fondo al cuore è puro. Lo si vede nella passione che mette nella musica e persino nell'amore "bisognoso" che prova per il suo maestro, per Christina. Invece, Carlo è un essere che il rancore ha reso crudele, oserei dire "putrido", come le fondamenta di Venezia. Forse al di là di qualsiasi riscatto. E infatti gli succede quello che gli succede, alla fine.

La storia d'amore tra Tonio e Guido, uno dei centri del romanzo, è trattata in modo altalenante. Ci sono momenti di intensa tenerezza affiancati da altri di schiacciante brutalità. Il loro è un amore che all'inizio è bramoso solo di sé ma poi lascia lo spazio per tutto, persino per altre persone, finché non arriva quella che ne costituisce il completamento: Christina.

La signora Rice sa esattamente cosa scrivere per muovere le giuste corde dei nostri cuori e riesce a farci emozionare, stavolta quasi contro la nostra volontà. Quando all'epoca comprai il libro, non sapevo assolutamente di cosa si trattasse, mi piaceva il titolo, il riassunto nel retrocopertina era interessante e poi lo aveva scritto lei, la regina dei Vampiri. L'ho letto d'un fiato, nonostante conti 550 pagine e sia scritto minuscolo, e ne sono rimasta a dir poco affascinata.
Senza fiato la prima lettura, la seconda (poco tempo dopo) fu più lenta, per potermi gustare a fondo le descrizioni (sempre minuziose), i luoghi e anche la musica.

Una cosa che la nostra cara Anne non fallirà mai è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi. Sono tutti minuziosamente descritti, non solo dal punto di vista fisico, ovviamente, ma anche e soprattutto da quello spirituale. Sappiamo cosa prova, cosa lo fa arrabbiare/eccitare/intristire, possiamo indovinare quasi le mosse che farà in una data situazione, quasi fosse un amico intimo, di cui conosciamo tutto.
Passando per le relazioni tra i vari personaggi, intricate, dolci, passionali, vendicative.
Per finire con i luoghi, le splendide descrizioni di Venezia, soprattutto notturna, i teatri, il collegio di Napoli dove Tonio viene portato.

Ma la scena più magistrale di tutte è sicuramente il confronto tra Tonio e Carlo.
Un testa-a-testa atteso per tutto il libro, una resa dei conti che deve per forza decretare un vincitore, finalmente. Anche se la mia domanda è: si può davvero parlare di vincitore in questo caso? Non saprei. In fondo il peccato di cui uno dei due (ok, sarò buona, non vi dico chi) si deve macchiare, non è proprio veniale...eppure sappiamo che è necessario, che non si può vivere con il fiato sospeso come fino a quel momento cruciale.

Vi lascerò trattenere il fiato finché non lo leggerete.
Ma fatelo perché il libro è davvero stupefacente. Lasciatevi incantare dalla voce di uno splendido eunuco e dalla tela di una splendida regina.

Anarchic Rain

Casa di bambola di Henrik Ibsen

Eccomi qui, stavolta alle prese con un testo teatrale.
Non so assolutamente se per parlare di un testo del genere valgano le stesse regole che si osservano per un romanzo, ma tanto qui stiamo a guardare le sensazioni che quel testo suscita, non altro.

Per molti un testo teatrale non si dovrebbe leggere, ma solo guardare.
Si e no.
Insomma, è bellissimo andare a teatro e tutto il resto, forse la magia ti arriva prima, ma forse (dico solo forse) è più bello ancora usare la cara vecchia immaginazione e pensarci da soli, fare i registi del testo stesso.

Detto questo, pronti-partenza-via.

Casa di bambola è un dramma in tre atti, la cui protagonista è Nora, moglie di un banchiere, che all'inizio viene dipinta (attraverso le sue parole svampite e quelle indulgenti del marito) come un'oca giuliva, una moglie "ornamentale" come ce n'erano molte all'epoca (e anche ora, a dirla tutta).
Mentre andiamo avanti a leggere, però, scopriamo che lei ha una profondità d'animo che non pensavamo possibile e che ha sopportato moltissimo per il bene del suo matrimonio.
Ma alla fine, quando tutti gli intrighi e tutte le bugie vengono a galla, lei finalmente si rende conto che la vita non è quella che il padre prima, e il marito poi, hanno sempre cercato di farle vedere.
Lei se ne rende conto e il discorso finale che fa al marito, quando parla del miracolo mancato, è davvero amaro e senza speranza.

Eppure, quando lei prende finalmente la decisione di andarsene e di ricominciare da capo, per vivere, finalmente, in tutta pienezza, un minimo di speranza riusciamo a intravederla e siamo "malignamente" felici che Torvald (suo marito) rimanga con un pugno di mosche. In fondo, non si merita molto dopo aver trattato Nora come un oggetto per tutti gli anni di matrimonio. E non si pente neppure alla fine: quando pensa di non avere via di scampo dal ricatto di Krogstad, la ingiuria senza pietà e, dopo due minuti, il tempo di ricevere invece la cambiale dello scandalo, riprende a trattarla come una povera piccola indifesa.
Voi non potete capire quanto mi ha fatto rabbia sto tizio, che pure ha il coraggio di stupirsi che poi lei voglia lasciarlo lo stesso. Come se gli insulti di prima non avessero mai avuto luogo.
Posso anche capire che a quell'epoca era così che funzionava, ma da "donna moderna" non posso assolutamente accettarlo.

Curiosità: quando fu rappresentato per la prima volta in Germania, Ibsen fu obbligato a modificare il finale, facendo sì che Nora alla fine rinunciasse alla sua vita, restando col marito ed i figli. L'autore stesso lo reputò "un atto di barbara violenza contro l'opera". Senza contare che tutto quello che lui aveva voluto denunciare con questo dramma veniva allegramente buttato alle ortiche.

Insomma, questa è un'opera di stampo femminista, in cui si afferma il diritto della donna a scegliere di vivere la propria vita nel modo in cui ritiene più opportuno.
Un immediato parallelismo è con Anna Karenina, visto che le due opere sono uscite solo ad un anno di distanza: Nora la lasciamo nel momento di massimo splendore, in un certo senso, ossia quando se ne va di casa per ricominciare la sua vita, quindi ogni possibilità è ancora aperta. Anna invece, schiacciata dai rimorsi e soprattutto dall'orrore di aver fatto una cosa avventata (e sbagliata, come si è rivelata alla fine) sceglie di "partire" nel senso ultimo del termine e mette fine alla sua vita di tormenti. Anna ha sperimentato sulla propria pelle che la passione non è sempre come appare all'inizio, mentre Nora, che non lascia il marito e la casa per un altro, ma per se stessa, è come se facesse un passo in più rispetto all'altra, come se scegliesse se stessa sopra qualsiasi altra cosa.
E io penso che questo non può mai essere sbagliato.

Anarchic Rain

lunedì 13 aprile 2015

La strada di Cormac McCarthy

Ho appena finito di leggerlo.
Forse sarebbe meglio riprendermi un attimo dall'emozione.
Se dico emozione forse vi viene in mente (così, d'istinto) una cosa positiva. Invece no.
Emozione stavolta racchiude in sé qualsiasi cosa negativa possiate pensare, tranne una: bellezza.
Eppure anche la bellezza, in questo libro, assume un connotato diverso dal solito, diciamo che è un po' opaca.

Oltre ad essere bellissimo, è struggente, triste, crudo e crudele, sadico, cupo, tormentato e tormentoso, nero. Pieno di cenere. Letteralmente e metaforicamente.

Un mondo post-apocalittico. Mi pare già di sentire alcuni di voi che dicono "e cosa ti aspettavi?". Si, ok, avete ragione. Ma avete anche torto e se non sapete perché è perché non l'avete mai letto. Fatelo.
Non penso di esagerare dicendo che un'esperienza di lettura come questa può farvi deragliare un po' dai vostri binari perfetti e immutabili. Può farvi vacillare sulle vostre convinzioni scricchiolanti, perché voi ancora non lo sapete quanto fragili siano, ma questo libro le denuderà. E per voi (o almeno, per alcuni di voi) saranno guai seri.

Insomma, quello che vi consiglio, prima di mettervi "comodi" a leggere queste poco più di duecento pagine, è di fortificarvi. Fortificate le vostre convinzioni, la vostra razionalità, i vostri sentimenti nei riguardi di ogni cosa (persona, animale, oggetto e soprattutto voi stessi), allacciatevi una cintura che probabilmente non vi servirà a un fico secco e partite.

Un mondo desolato, come vi dicevo prima. Niente di niente è rimasto vivo, non un albero, non un animale, quasi nessun essere umano. E ovviamente, i pochi vivi devono sopravvivere e per farlo saccheggiano edifici e persone.
Su questo sfondo grigio e coperto di cenere, quasi fosse una moderna Pompei, ci sono un uomo e un bambino. Senza nome, senza età. Padre e figlio. Che avanzano verso sud, sperando in un posto più caldo. Segretamente, sperano anche di trovare persone "buone", persone che "portano il fuoco".
"Ma che cos'è il fuoco, papà?"
"Lo sai, cos'è. Ce l'hai dentro di te, l'ho visto".

Straziante.

Attraverso le parole, poche ma cariche di amore, a volte stanche e sconfortate, a volte semplicemente parole, dei due sopravvissuti, ci rendiamo a poco a poco conto di quello che è successo, del caos in cui il mondo è precipitato e della morte (reale e veloce) a cui sta andando incontro.
Anche loro due sanno perfettamente che devono morire (soprattutto il padre, che sta male) ma è come se, prima di farlo, volessero trovare quelle persone buone, per provare di aver sempre avuto ragione, che il mondo non poteva essere tutto marcio.
Noi stiamo lì con loro, affaticati, quasi con lo stesso fiato corto, ma a un certo punto la speranza sembra proprio abbandonarci. Anzi, in più punti.
Per esempio, quando i due trovano una botola con degli esseri umani ancora tecnicamente vivi chiusi dentro, usati come cibo da persone "cattive". Oppure quando sembra che il bambino non abbia più nessuna fiducia nel padre, dopo che hanno abbandonato un altro bambino incontrato per strada. Se non ce l'ha lui, che è suo figlio, perché dovremmo averla noi? Oppure quando, appena usciti da una città senza nome, come tutte le altre, vengono aggrediti da una "pioggia" di frecce e il padre rimane ferito.
Fino alla fine, fino all'ultimo paragrafo, abbiamo paura che la speranza non serva più a niente, che tutto sia vano e che il bambino in fondo abbia ragione a dire di voler essere morto.
Quando muore suo padre, sembra che in lui si spezzi qualcosa.
Ma poi ecco che un piccolo (enorme?) miracolo accade: persone buone. Persone che (forse) hanno il fuoco. E ciò che si era spezzato (o stava per) forse non si spezzerà più.

E' vero, il sospiro di sollievo che tiriamo è breve, assomiglia più a un rantolo, e non siamo neppure certi di averlo tirato. Ma invece l'abbiamo fatto. Perché, diavolo, non può essere tutto marcio a questo mondo. Tutto morto. Tutto ridotto in nulla.

Devo consigliarvi questo libro, pur con tutte le precauzioni di cui sopra. E' un'esperienza onirica, che somiglia a un incubo tutto nero (come il buio in un mondo morto) ma in fondo alla quale c'è sempre una piccola, a volte offuscata, luce. Dovete lasciarvi trascinare in questo tunnel, dovete soffrire un po' e poi dovete uscirne. Diversi, forse. Ma sbatterete le palpebre in maniera diversa una volta fuori da lì.

Anarchic Rain

giovedì 9 aprile 2015

Suite francese di Irene Nemirovsky

Visto che sembra che ormai a Hollywood non vogliano quasi più sprecarsi per script originali, prendono libri e ne fanno film.
Almeno per quanto mi riguarda, però, hanno il merito di farmi conoscere libri che magari mi sono sfuggiti.
Poiché cerco di non guardare mai il film prima della lettura del libro, ho deciso anche in questo caso di leggere e poi (forse) vedere.
Così, ho comprato il libro e l'ho letto. Avrei voluto leggerlo d'un fiato, ma non ci sono riuscita e ora vi spiego perché.

La scrittrice ha avuto una vita davvero triste, non è riuscita a completare l'opera così come era stata concepita perché è stata deportata ad Auschwitz, dove è morta dopo solo un mese di prigionia.
Nei suoi piani, Suite francese doveva rappresentare il grande romanzo francese del dopoguerra e avrebbe raccontato la Francia (e i francesi, ovviamente) durante la seconda guerra mondiale.
Purtroppo, per i motivi di cui sopra, ha fatto in tempo a scrivere per intero solo i primi due capitoli del libro (di cinque che aveva progettato), lasciando degli altri solo qualche appunto.

Le due parti che sono giunte fino a noi sono Tempesta di giugno e Dolce (solo quest'ultimo è la base del film). Se mi chiedeste qual è la mia parte preferita, sarei in seria difficoltà, nonostante la prima sia più vicina ai miei gusti.
Tempesta di giugno si può definire come un romanzo "corale", in cui il singolo non è preso in considerazione se non come parte di un popolo intero, in particolare un popolo che sta scappando dall'invasione tedesca di Parigi. Vediamo qui come molte famiglie (o coppie, o singoli), sia altolocate che povere, si destreggiano in mezzo al tumulto, all'incertezza e alla paura. I sentimenti reali delle persone vengono in superficie, le priorità, le illusioni infrante e le meschinità di ognuno sono messe a nudo, come se ad essere bombardata non fosse la città, ma la solida struttura dell'anima di ogni parigino.
Questa parte è coinvolgente, piena di sentimento e anche di "bruttura morale" ed è proprio questo che fa di essa un grande romanzo. La scrittrice sa dipingere a colori vividi e reali ogni sfumatura di pensiero e svela le pieghe di ogni più profondo pensiero umano, attraverso la caratterizzazione dei singoli personaggi.
Raramente ho provato emozioni così forti fin dalle prime pagine di un libro.

La seconda parte, al contrario, nonostante lo stile sempre elegante e accurato della Nemirovsky, è un po' sottotono rispetto alla prima, forse soltanto perché non amo molto le storie d'amore.
SCHERZETTO.
Non è vero. Al contrario. Persino la seconda parte è stupenda. Mai banale o melensa. Ammetto di essere partita prevenuta, ho addirittura fatto una pausa prima di affrontarla perché non volevo rovinarmi il libro. Posso dirlo candidamente: sono un'idiota. Avrei dovuto fidarmi di questa meravigliosa scrittrice, di cui devo assolutamente recuperare altro materiale, perché ha trattato l'amore in maniera originale, concreta e, soprattutto, a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e realistica.

Insomma il libro è notevole, vale assolutamente la pena leggerlo.
Mi immagino questa donna che a mano, con il suo inchiostro blu, redige il manoscritto di quella che vorrebbe fosse la sua opera più grande e sinceramente mi fa rabbia il fatto che non abbia potuto portarla a termine per l'ignoranza e la cattiveria dell'essere umano.

Vi consiglio di leggere questo libro perché è un affresco profondo dell'animo umano, per non dimenticare gli orrori della guerra (anche se in parte addolciti dallo stile dell'autrice) e perché non si incontrano spesso personaggi che provocano nostalgia.

Anarchic Rain

sabato 4 aprile 2015

Revival di Stephen King

Eccoci qui.
Stavolta il terrore della pagina bianca non è proprio terrore. Quello che provo non si avvicina al terrore vero e proprio, ma in un certo senso lo supera.
"Voglio colpire, ma di ferire ho tema" è la frase che associo con questa sensazione sgradevole.

Premessa solita: io amo King, come ben sa chi ha letto il mio post sui miei scrittori viventi preferiti e come sa anche ogni singolo sanpietrino di Roma. Ma da qualche anno in qua non mi dà più le stesse emozioni. Uno scrittore cambia, negli anni, specie se scrive in continuazione come fa il Re e si interessa degli argomenti più disparati.
E forse è anche meglio precisare che quando dico "stesse emozioni" non voglio dire che non me ne dà affatto. Anzi. Ma non sono le stesse dei suoi romanzi fino a un certo punto della sua carriera.

Altra parentesi (sopportatemi, vi prego): dei suoi lavori dell'ultimo decennio (mi riferisco quindi a partire dal 2008, ho letto solo Duma Key (e, ovviamente Revival), sorvolando completamente gli altri, che per tematiche proprio non mi interessano (anche se sono in coda alla mia lista di libri da leggere "prima o poi"). Quindi non posso fare paragoni con le sue opere più recenti.

E ora partiamo alla scoperta di questo libro.
Vi dico subito di non aspettarvi il volume mastodontico da settecento o più pagine, perché sono meno di cinquecento, quindi è apparentemente più approcciabile rispetto ad altri suoi libri.
La storia parte subito molto interessante, con questi due protagonisti, il bambino di sei anni, poi cresciuto e invecchiato nel corso delle pagine, e il reverendo, giovane e idealista all'inizio, colpito da una tragedia che lo lascerà a dir poco sconvolto.
Le parole scorrono velocissime, io sono arrivata quasi senza accorgermene a metà volume, perché la scrittura è davvero piacevole e vola via come il vento.
Ma qui c'è il primo "però": per quanto si parli, si raccontino aneddoti di vita vissuta e si intreccino storie (nella migliore tradizione King, c'è da scommetterci), i due personaggi restano sul piano superficiale. Non c'è niente, nessun accenno a come sono fatti dentro, a quello che provano (al di là delle reazioni agli avvenimenti della loro vita). Insomma, primo fatto stranissimo: è la prima volta che mi capita di non conoscere veramente i personaggi di King, che non sono diventati mai reali, ma sono sempre rimasti di carta. Per me, strano e inconcepibile.
E questo mi ha fatto iniziare a storcere il naso.
Ed ero già a metà libro. Ho iniziato a sentirmi inquieta.

Tutto quello che serviva a fare di questo libro un capolavoro l'ha concentrato nei due capitoli finali. Un po' poco, mi sembra, anche se è stato lì che finalmente ho ri-incontrato il mio idolo, lo Zio che ha sempre saputo darmi quel "di più" che ad altri manca.
Due capitoli a dir poco perfetti.
Seconda delusione, quindi: perché aspettare così tanto? Io mi considero una Fedele Lettrice, lo sono da vent'anni ormai, e non sono così sciocca da credere che uno scrittore debba per forza sfornare solo capolavori per essere considerato un genio. Ma porca miseria, se sapevi di poter scrivere quelle ultime meravigliose pagine, perché non ti sei impegnato nello stesso modo anche nelle altre? Perché lasciarti il meglio per ultimo? Non posso nemmeno dire che ci sei arrivato a poco a poco e questo fa parte del problema: c'è stato solo il botto finale. Perché?

Non sono mancati i rimandi ad altri suoi romanzi, come per esempio Joyland (dove il reverendo dice di aver lavorato per un po' prima che chiudesse) e persino La torre nera (poteva mai mancare?), quando il primo gruppo in cui Jamie suona si chiamava in precedenza The gunslingers (e lì per poco non piangevo).
E non manca nemmeno il suo stile, la sua prosa schietta, i suoi modi di dire.
Ma quello che mi è mancato più di tutti è stato il brivido, la suspance, quella che ti incuriosisce e ti spinge a voler sbirciare l'ultima parola, per sedare una curiosità morbosa.
Quella proprio non l'ho avvertita e la "colpa" (a volerla chiamare così) è proprio nella mancanza di approfondimento psicologico dei due protagonisti. Che in realtà sarebbero assolutamente perfetti. Durante il romanzo, offrono moltissimi spunti per scavare a fondo dentro di loro, ma forse l'averlo scritto in prima persona, dal punto di vista di Jamie, non ha aiutato in questo senso.

Ma il finale. Oh, ragazzi, uno spettacolo. Stanotte, verso le due, quando ormai mancava poco davvero all'ultima pagina, nella solitudine della mia camera, con le coperte fin sopra la testa (e non per il freddo) ho esclamato "Era ora!!". Lo zio Steve si è concentrato, si è lasciato trascinare dalla storia e dai suoi due nuovi "amici" e si è addentrato nelle loro anime. Per poco, certo, ma almeno...

In definitiva, il libro ha una storia stupenda, i protagonisti sono piuttosto indimenticabili e la prosa è magica. Il finale, con tanto di tuoni e fulmini (se mi passate la citazione), uno dei migliori di King da secoli, potrei spingermi a definirlo forse il migliore in assoluto.
Ma nel libro manca qualcosa, qualcosa di fondamentale, di cui King si ricorda solo alla fine: l'anima.

Credetemi, piango nel dirlo, ma per me è stato così. Bella la confezione, strepitoso il finale, ma vuoto il resto.
Peccato.
Per ora.

Anarchic Rain