mercoledì 25 novembre 2015

Carrie by Stephen King

FINALMENTE!
Ho iniziato il primo novembre la lettura in ordine cronologico delle opere del Re, in lingua originale e oggi (15/11) ho completato il suo primo libro pubblicato!
Carrie è stato tra i suoi primi dieci libri che ho letto in italiano secoli fa ormai (ho iniziato a leggere King nel 1994 e non ho mai smesso) e leggerlo in lingua originale è stato davvero molto bello.
Adesso posso finalmente dire con cognizione di causa che la traduzione di Brunella Gasperini non ha tolto niente alla bellezza e alla "ruvidezza" originale della narrazione. Anzi, se posso permettermi un parere totalmente disinteressato, secondo me per alcune cose l'ha anche migliorata. Diciamo che l'ha forse un po' "poeticizzata".

Ma pur conoscendo quella bellissima traduzione, non si è assolutamente affievolito il senso di sorpresa e gioia nel leggere le parole originali dello zio. Mi è sembrato quasi di riscoprirlo. E ho riscoperto la bellezza del racconto a più voci, con stralci del libretto di Sue, dei documenti della Commissione White o dei libri sulla telecinesi o del processo per il disastro avvenuto.

Non sono assolutamente in grado di fare un'analisi accurata della lingua americana, figurarsi, ma posso dire che mi è sembrata un po' grezza e credo che sia proprio questa l'impressione che voleva dare King alla sua novella. In fondo parla di ragazzi all'ultimo anno di liceo, che hanno un linguaggio tutto loro, che cambia attraverso le varie epoche ma non nel contenuto.
Ci sarà sempre una Carrie per tutte le scuole del mondo, così come ci sarà una Sue Snell e una Chris Hargensen. E allora la bravura di King qual è? Io penso che sia proprio nel metterle per iscritto, nel descrivere così bene e così a fondo i labirinti della mente femminile e i giochi di "potere" che si stabiliscono tra gli adolescenti. Non è semplice per un adulto comprendere (o ricordare?) un adolescente, se poi aggiungi che lo scrittore è maschio e la protagonista è femmina, ne viene fuori una cosa ancora più speciale. King è riuscito a descrivere i delicati e a loro modo complicati rapporti che si stabiliscono in quel luogo strano che è un liceo.
Per alcuni un inferno, per alcuni il paradiso, il liceo non è mai uguale per nessuno eppure tutti vivono le stesse dinamiche.

Carrie è la carnefice, colei che dà inizio al disastro la sera del ballo studentesco, disastro che non si concluderà quella notte maledetta, ma che roderà la cittadina e gli abitanti ancora per molto tempo, la roderà fino a logorarla, fino alla sua morte completa.
Ma Carrie è anche la prima vittima, il bersaglio di qualsiasi scherzo, battuta, occhiata. Non ha mai avuto pace nella sua vita, segnata già prima della nascita da una madre completamente assorbita da una folle religiosità e da un padre che non conoscerà mai.
Non si può non avere pietà di lei, non si può non parteggiare per lei e odiare, se non Sue, con il suo buonismo da quattro soldi, benché abbastanza sincero, almeno Chris Hargensen, la sua vera antagonista. Ragazza ricca, viziata e cattiva, che si accompagna a persone moralmente anche peggiori di lei.
Come non gioire, un minimo almeno, quando, coperta di sangue, Carrie arriva nella camera dove si trovano lei e Billy e fa quello che deve fare.
King per tutto il libro ci ha preso per mano e quasi ci ha incitato a parteggiare per lei, nonostante non sia la protagonista carina e "politically correct" che va tanto di moda nei libri e al cinema, nonostante i suoi occhi bovini, nonostante la sua goffaggine.
Carrie cerca per tutto il libro di sembrare "normale", di omologarsi alla folla di adolescenti della sua città, di non sentire quello che dicono di lei. Quello che si percepisce è che lei voleva soltanto essere accettata, magari non compresa fino in fondo, ma almeno riconosciuta come essere umano. Da un inizio in cui voleva solo essere lasciata in pace (lei, l'eterno bersaglio, voleva scomparire) al punto in cui scopre che non deve per forza nascondersi agli altri, ma può anche muoversi in mezzo a questi fantomatici altri, anche con una certa nochalance. Quando Tommy la invita al ballo, lei rimane incredula, ma è anche felice, vede forse un minimo di luce. E Tommy, da parte sua, se gliel'ha chiesto solo per fare un favore a Sue, in realtà a mano a mano che la serata trascorre si accorge che Carrie è anche una persona timida, dolce in un certo senso, con gli stessi desideri di tutti gli altri.

Lasciando da parte l'argomento "emarginazione" che è del resto sempre attuale ed universale (leggere Carrie negli anni '70 o nel 2015, leggerlo in Italia o in Giappone, è esattamente la stessa cosa), quello che colpisce in questo libro, secondo me, è che non c'è una chiara vittima e un chiaro carnefice. Tutti sono entrambe le cose, nessuno escluso, a prescindere dal personaggio per cui facciamo il tifo.
King ci tiene a sottolineare, secondo me, oltre alle ingiustizie che ogni giorno vengono commesse sotto gli occhi di tutti, che non bisogna mai "tirare troppo la corda" con le persone (giuro che non era voluto il doppio senso, ma ormai...), perché nel luogo in cui "allignano le cose oscure" ce n'è per tutti. E la vendetta è insita nell'animo umano, specialmente in quello dei più "esasperati".

Anarchic Rain

mercoledì 18 novembre 2015

La meccanica del cuore e L'uomo delle nuvole di Mathias Malzieu

Di solito non compro libri scritti da cantanti, perché sono convinta che se uno scrive canzoni è perché riesce ad esprimersi meglio in quella forma, e viceversa, chi è scrittore non può improvvisarsi cantante perché sono due arti completamente diverse. Poi ovviamente, c'è chi ha talento in entrambe. Jim Morrison era un cantante e un poeta...ma la poesia è diversa, una canzone di per sé è una poesia, quindi la differenza di espressione non è poi così grande.
Ma un romanzo o un racconto sono strutturalmente differenti da una canzone.

Comunque questo artista (francese) mi ha fregata perché non sapevo che fosse un cantante... Ho comprato il primo titolo, La meccanica del cuore, perché avevo voglia di favole. E devo ammettere che sono rimasta a bocca aperta quando l'ho letto. Divertente, dolce, ironico, delicato, triste, commovente, allegro, romantico. Si, tutto questo e anche di più. E' la storia del bambino con un orologio al posto del cuore, che ogni  minimo cambiamento può far saltare, ma che si innamora e decide di fregarsene del suo cuore malandato. Davvero una grandissima metafora di quello che succede a ognuno di noi quando ci si innamora. Il cuore sembra andare a mille, scattiamo al minimo segnale del telefono (o del cellulare), balbettiamo parlando con lui/lei. Insomma, non sembriamo più in noi. L'innamoramento è poi lo stadio peggiore dell'amore, il primo, quello in cui ci sembra di dover dare il meglio.
Tra tutti gli aggettivi che ho usato prima, dolce è quello che pesa di più nella descrizione del libro. E' davvero impossibile non provare una tenerezza infinita per questo bimbo, poi uomo, che scopre a poco a poco l'amore e se ne frega del suo cuore strambo, tutto congegni e rotelline, che sembra stare insieme per un soffio.
Il messaggio è chiaro: meglio amare e morirne che non amare mai per timore e morire comunque (alla fine, stiamo tutti sotto allo stesso cielo). Non solo perché vivere senza emozioni è davvero povero e triste, ma soprattutto perché esplorando l'ignoto potremmo scoprire lati di noi stessi che non pensavamo di possedere.

Spinta dall'entusiasmo per questo racconto lungo, ho comprato anche il secondo, L'uomo delle nuvole, appunto. Mi dispiace un po' dirlo, ma il mio primo pensiero che un cantante dovrebbe fare quello e basta, con le dovute eccezioni, è stata confermata.
Un'altra favola, un'altra storia d'amore e di scoperta di sé. Fin qui, tutto ok. Ma la banalità e la pesantezza con cui stavolta procede la narrazione è davvero stato un brutto colpo per me: lo ammetto, mi aspettavo molto di più. La dottoressa-uccello, il colore rosso, la metamorfosi. In un certo senso era tutto "in potenza" ma non è stato raccontato al massimo delle sue potenzialità. L'inizio è molto carino, con il protagonista che, pur di provare per un solo attimo l'ebbrezza di volare, non esita a lanciarsi senza protezioni da qualsiasi rialzo gli capiti. Dopo l'ultima delle sue rovinose cadute, ormai ferito gravemente nel corpo e nello spirito, viene ricoverato in ospedale. E lì incontra l'amore. E l'amore gli darà la forza di realizzare il suo sogno più grande.
Secondo me, il secondo manca di sincerità. Insomma rispetto al primo l'ho sentito più forzato, meno genuino e, anche se non è lunghissimo, ho fatto fatica a finirlo.

In conclusione, se vi piace la dolcezza di una storia d'amore (senza banale lieto fine) vi consiglio assolutamente La meccanica del cuore. Per l'altro, non so, io non mi sento di consigliarvelo, ma se qualcuno la pensa diversamente, lo faccia ora (o taccia per sempre!).

Anarchic Rain

lunedì 2 novembre 2015

Cronache marziane di Ray Bradbury

Un genio. Come si potrebbe definire altrimenti quest'uomo che ha creato mondi lontani in modo così realistico, da farti alzare la testa al cielo e credere di vedere qualcosa muoversi lassù?
Mea grandissima culpa, non ho mai letto Asimov, non ancora, quindi non posso fare paragoni con il padre della fantascienza, ma leggere Bradbury è come guardare uno strano album di fotografie.

Tutti i capitoli che compongono il libro sono superbi, ma due in particolare mi hanno toccato corde interne. Ylla, per la sua dolcezza espressiva, come di una musica di sottofondo, che senti in continuazione ma non dà mai fastidio. Povera Ylla, se il capitano York fosse sopravvissuto magari le cose sarebbero andate diversamente.
Usher II ovviamente non poteva non coinvolgermi totalmente, omaggio com'è al grande Poe. Un mini-racconto davvero suggestivo, con mille riferimenti al grande scrittore americano, molto semplice nella sua struttura ma pieno di citazioni che chi non ha letto Poe non può naturalmente cogliere e di conseguenza può trovarsi spaesato, quasi deluso anche, dal racconto stesso. In Bradbury i personaggi di Poe hanno nuova vita.

Così come hanno vita anche quelli inventati da zero dallo stesso Bradbury. Ylla a parte, ci sono le tre spedizioni terrestri su Marte, i fantasmi dei marziani stessi che aiutano o ostacolano i colonizzatori.

Ma soprattutto le Cronache mi sembrano una critica aspra e profonda al genere umano, che per sua natura non costruisce ma distrugge ciò che trova, illudendosi di migliorarlo. Triste alla fine, il messaggio di questo libro, mi è sembrato piuttosto senza speranza: l'uomo ha distrutto la terra, ha trovato per sua immensa fortuna un altro posto dove stare e cosa fa? Distrugge anche quello. A poco a poco, inesorabilmente.

Oggi come oggi è davvero inevitabile fare il paragone col disastro ecologico a cui stiamo assistendo sul nostro pianeta e davvero viene da chiedersi se, un giorno, più o meno lontano, saremo davvero così sciocchi e vani da mandare all'aria una seconda possibilità. Distruggere un secondo pianeta. Una nuova speranza.
Bradbury sembra non avere dubbi su questo, sul fatto che la cupidigia e la stupidità (in definitiva solo di stupidità si tratta) ci porterebbero alla rovina in ogni caso, in ogni pianeta, dopo ogni infinita possibilità che ci fosse regalata.
E forse a pensarci bene ha persino ragione. In fondo l'uomo ha dato prova di non saper fare altro che distruggere --> lamentarsi del fatto che le cose si distruggono --> tentare di aggiustarle quando ormai è troppo tardi --> maledire qualsiasi cosa non sia se stesso per non aver potuto rimediare.
Mi sembra un circolo vizioso dal quale non si riesce ad uscire.

Anarchic Rain