mercoledì 16 novembre 2016

La pianista di Auschwitz di Suzy Zail

Dire che questo libro "mi è piaciuto molto" mi sembra di cattivo gusto, visto il tema trattato. Ovviamente non mi sono piaciuti il dolore e l'ingiustizia che la protagonista ha dovuto affrontare (lei sarà anche un personaggio fittizio, ma rappresenta milioni di persone vere, come il padre della scrittrice, effettivamente deportato), il racconto del campo è raggelante come tutti gli altri, senza fronzoli e senza illusioni. Però l'autrice ci tiene a tenere accesa la speranza, ci tiene a sottolineare (attraverso la piccola -immensa?- storia d'amore inter-razziale e attraverso la sua aguzzina ebrea) che le persone non sono mai tutte buone o tutte cattive. Le persone scelgono di fare cose o di non farle e appartenere a una razza (ebrea o ariana) non significa essere tutti uguali. In questo libro c'è Karl, il giovane figlio del comandante nazista di Birkenau, che schifato dal comportamento del padre cerca di fare quello che può per aiutare quelli che dovrebbero essere i suoi nemici. Nel mondo reale è esistito Oskar Schindler e, suppongo, come lui qualche altro.
Esistenze come questa non giustificano o scusano assolutamente le azioni di troppi altri, ma sono comunque una speranza.


All'inizio la protagonista non mi piaceva affatto, ma forse è stato solo perché non tenevo conto che aveva solo quindici anni e mezzo quando il mondo le è crollato addosso. Fino alla fine non si è resa conto della verità del campo, cosa succedesse alle persone che da un giorno all'altro "svanivano", cosa fosse quel fumo grigio che si vedeva in lontananza. Fino alla fine ha sperato di ritrovare i suoi genitori, aggrappandosi nel frattempo alla sorella, un tempo la più forte delle due, quella che il primo giorno le disse "Non diventeremo animali come vogliono loro". All'inizio ero molto più ammirata da lei che da Hanna, e in fondo è grazie alla sorella se lei non si perde mai d'animo. Ma poi a poco a poco il carattere della protagonista è venuto fuori, nonostante i suoi terrori e la sua angoscia costanti, mentre Erika sembra destinata a un punto di non ritorno, come la madre.
Il libro è costellato di piccoli miracoli, come il fatto di non essere mandata subito a morire, avendo mentito sull'età, oppure essere rimasta insieme alla sorella, nella stessa baracca, o ancora essere scelta come pianista nella casa del comandante pur non essendo la più brava tra le altre. E anche se sembrano inverosimili, in realtà mi rendo conto che la storia (vita) stessa ne è piena, né più né meno.

Il linguaggio del libro non ha niente di elaborato, non vuole stupire a tutti i costi, non vuole esasperare nulla. D'altra parte non potrebbe nemmeno. Mi è piaciuto, è scorrevole, anche se a volte ho dovuto chiudere gli occhi, perché nonostante sia quasi scarno (o proprio per questo) ho provato un riflesso della sofferenza della protagonista e degli altri personaggi.

In definitiva, sono contenta di aver letto questo libro (anche se mi ha fatto male), perché non bisogna demonizzare nessuno a priori. Bisogna guardare in faccia la realtà per come è o è stata, e accanto a orrori indicibili troveremo sempre qualche altra cosa.

Oggi ancora abbiamo bisogno di speranza e, se ce n'è stata allora, quando tutto sembrava perduto, significherà pur qualcosa.
 

Anarchic Rain