domenica 22 ottobre 2017

IT by Stephen King (Original)

Avevo quindici anni la prima volta che l'ho letto e ora, a distanza di (ehm) anni, è stato meraviglioso riscoprirlo e rigustarmelo, finalmente in lingua originale. Lo so che ho già fatto un'altra chiacchierata su questo libro, ma tutto quello che c'è da dire potrebbe riempire i tomi della Treccani, figuratevi cosa sono due misere parole su un blog...

Ho aperto il libro (un'edizione della Hodder che ho preso a Londra, con una copertina molto suggestiva) e di nuovo è successa la magia: mi è bastata la prima frase per essere catapultata a Derry, Maine. Non c'è niente di meglio che un ottimo inizio per invogliarti a leggere un libro. Se poi seguono mille+ pagine, una più meravigliosa dell'altra, si può gridare al capolavoro. E questo libro lo è. Non voglio fare la fan sfegatata (la Numero Uno non sono certo io!), ho letto quasi tutti i suoi 67 libri e non mi sono piaciuti tutti (la maggior parte sì, però), ma questo libro è a se stante.

Forse sarà una chiacchierata atipica rispetto alle altre, ma magari qualcuno arriverà persino all'ultima parola.
SPOILER COME SE PIOVESSE.

The terror, which would not end for another twenty-eight years -if it ever did end- began, so far as I know or can tell, with a boat made from a sheet of newspaper floating down a gutter swollen with rain.

Una frase e capisci tutto del libro: sai che sarà una storia di terrore (anche se poi si rivelerà Altro), sai che durerà molti anni, che forse finirà o forse no (quindi se non ami i finali aperti magari lasci perdere ora, altrimenti dopo bestemmi tutte le pagine che hai letto) e che si parla di infanzia (cosa ci farebbe infatti un adulto con una barchetta di carta che galleggia (!) in un canale di scolo gonfio di pioggia?).
Personalmente, a me i ragazzini nelle storie di terrore fanno paura più del mostro stesso (non riesco a sentire le filastrocche, per esempio, e ovviamente in quasi tutti i libri/film horror ci sono filastrocche, maledette!), quindi le premesse per un libro terrificante c'erano.
Poi non so, lo zio ha un modo di scrivere che mi cattura da subito, anche quando i suoi libri non sono meravigliosi, c'è sempre qualcosa nella scrittura che mi spinge a leggerlo (tranne Il talismano, ma quello è scritto a quattro mani e io sono convinta che la noia sia tutta uscita da quelle di Straub!!) e che mi piace, nonostante magari la storia.
Certo, la suddetta frase è stata resa ancor più famosa e, soprattutto, "scenica" dalla miniserie tv degli anni '90: chi non ha mai visto, anche di sfuggita, il bimbetto con l'impermeabile giallo che rincorre la suddetta barchetta sotto il diluvio universale? Ah, l'America, che Paese dei Balocchi! Mia madre mi avrebbe scuoiato se mi avesse vista fare una cosa del genere, già me la sento "Dove vai con quella pioggia!! Fa freddo!! Poi ti ammali!!!". Ah, l'Infanzia, che storia tragicomica.

Una delle trovate che mi piace molto del libro è il continuo "avanti e indietro" nel ritmo narrativo. Un momento sei a Derry nel 1958, quello dopo sempre lì nel 1985 (ma '58 e '85 come '48 e '84?). Ma non è mai confusionario, riesci sempre a capire in quale salto temporale ti trovi e non senti il disorientamento a cui una brutta scrittura potrebbe portarti.

I temi del libro. 
Lo zio qui ha pensato bene di scrivere un compendio all'infanzia, o meglio all'infanzia che diventa adulta e millemila cose si potrebbero dire su ogni frase, ma ho fatto una specie di selezione di quelle che mi hanno colpita di più e prenderò spunto da queste.

He look around at her. She thought the look on his face was one of gentle abstraction, perhaps mixed with minor annoyance. It was only later, replaying the scene in her mind again and again, that she began to believe it was the expression of a man who was methodically unplugging himself from reality, one cord at the time. The face of a man who was heading out of the blu and into the black.

Siamo in casa Uris e Stan ha appena ricevuto la telefonata di Mike che lo avverte che It è tornato e quindi deve tornare anche lui, perché così ha promesso.
Quando Stan si uccide perché non riesce a razionalizzare quello che ha finalmente ricordato (la sua infanzia), mi ha ricordato una cosa che ho sentito fin da quando sono piccola: se fosse un adulto a dover mettere la prima dentizione, impazzirebbe dal dolore. I bambini (perfino i neonati), nonostante così piccoli e apparentemente indifesi, sono in realtà più forti di noi adulti, hanno più capacità di sopportare il dolore di noi. Perché? Da un punto di vista anatomico è presto detto: hanno meno connessioni neurali che veicolano gli impulsi dolorosi. Da un altro punto di vista però, è King stesso che ci spiega perché: i bambini sono gli unici che credono ancora nella magia, nella possibilità non che il drago esista o meno, ma che si possa sconfigere con le proprie forze. O magari con l'aiuto di un amico o due. Successivamente King dice "kids were also better at incorporating the inexplicable into their lives" e credo che questo spieghi tutto quello che ho detto prima.
Stan sembra non ricordare la forza che ha avuto quando era undicenne. Oppure It non gliel'ha permesso (questo è più il mio pensiero onestamente).

Kids don't make serious promises when they're eleven, for Christ's sake!

Sbagliato. Quello che l'agente di Richie gli sta dicendo per convincerlo a non andarsene a Derry, è completamente sbagliato. I ragazzini sono i soli a comprendere il potere che c'è dietro una promessa fatta agli amici. Non c'entra il dovere e nemmeno l'onore per come lo vediamo noi adulti. C'entra quello che si è davvero, nel profondo, superata la barriera del corpo fisico. E fortunatamente Richie se lo ricorda ancora. E parte.

Sometimes home is where the heart is, Eddie thought [...] Unfortunately, it's also the place where, once you're in there, they don't ever want to let you out. [...] Home is the place where when you go there, you have to finally face the thing in the dark.

Ed Eddie questo lo sa perfettamente. Poco importa che siano mostri millenari o la propria madre. Un ragazzino, se vuole davvero crescere, deve lottare con tutte le sue forze contro tutto ciò che rappresenta il nido d'infanzia. Non si può crescere altrimenti. Non si possono dimenticare le proprie radici, ma si deve essere in grado di spingere i rami al cielo.

A child blind from birth doesn't even know he's blind until someone tells him. Even then he has only the most academic idea of what blindness is; only the formerly sighted have a real grip on the thing. Ben Hanscom had no sense of being lonely because he had never been anything but.

Ben incarna il prototipo del perdente (almeno superficialmente). E' grasso, è un topo di biblioteca e non ha amici. Il bersaglio perfetto per i bulli come Henry Bowers e compagnia. Invece lo zio ci dice di fare attenzione: Ben è molto più di quello che sembra, così come tutti i bambini/ragazzi che subiscono il bullismo (ma quanto è attuale questo libro?) avranno di certo doti che aspettano solo di venir fuori. Ben si è ripreso la sua vita, la prima volta quando ha incontrato i Perdenti, la seconda quando ha affrontato il suo insegnante di educazione fisica al liceo. In realtà la battaglia non finisce mai e l'avversario a volte è, come dice Ben, molto più vicino di un bullo qualsiasi. Può essere persino un genitore. Da Ben abbiamo imparato tantissime cose (una per tutte: Choosing books is serious business. You had to be careful) e abbiamo imparato quanto sia bello esprimere il proprio amore a qualcuno (Your hair is winter fire - January embers - My heart burns there too). Ben è il più coraggioso dei sette. Dobbiamo imparare da lui.

Guys like Henry and his buddies were an accident waiting to happen; the little kids' version of floods or tornadoes or gallstones.

Lo zio ci mette in guardia: non tutti i bambini sono buoni, o meglio innocenti, come tutti vogliono farci credere. Vero che Henry e altri possono avere delle attenuanti (genitori, cattive compagnie, qualcuno anche un fratello maggiore delinquente e così via), ma bisogna lo stesso tracciare una linea tra quelli che sono recuperabili e quelli che non lo sono. Perché purtroppo questi ultimi esistono. E bisogna starci attenti, guardarsi le spalle, perché se iniziano a prenderti di mira possono farne una ragione di vita. O di morte.

A silence fell amid the three of them. It was not an entirely uncomfortable silence. In it they became friends.

Questa per me è una delle frasi più belle del libro. Ci sono cose di cui è inutile parlare, che è inutile puntualizzare. Si sa che sono così e basta. Essere amico non significa di più solo perché lo dici ad alta voce. Per essere o diventare amici, basta anche star bene in silenzio gli uni con gli altri. E questa è una regola che vale per qualsiasi tipo di rapporto.

We lie best when we lie to ourselves.

Davvero c'è bisogno di commentare questa enorme, spaventosa verità?

Who knows how long a grief may last? Isn't it possible that, even thirty or forthy years after the death of a child or a brother or a sister, one may half-waken, thinking of that person with that same lost emptyness, that feeling of places which may never be filled...perhaps not even in death?

Lo zio e la morte. Quante volte ha affrontato nei suoi romanzi questo argomento? In ogni suo libro si fa riferimento a qualcuno che non c'è più, a un lutto e a come il protagonista (di solito) si pone nei suoi confronti. Ma chi dice che deve esserci un giusto o sbagliato quando si tratta del sentimento del lutto? Ognuno ha il diritto di reagire come crede opportuno, l'importante (penso io) è andare avanti con la propria vita. Nessun deceduto per quanto caro deve interferire con la vita dei vivi. E non significa dimenticare o essere insensibili o non aver amato, significa solo non farne una malattia.
E ci porta subito dentro l'altra citazione, una grande verità, ma una verità che non è per tutti:

His dying scared me and enraged me, but it embarassed me, too; it seemed to me then and it seems to me now that when a man or woman goes it should be a quick thing. The cancer was doing more than killing him. It was degrading him, demeaning him.

Questo è Mike che parla della morte del padre. Sono assolutamente d'accordo con lui. Nella morte ci vuole dignità, come nella nascita. E' vero che forse parlo più da medico che da profana, ma se penso a come voglio morire io stessa, posso solo augurarmi una morte rapidissima. E se mai dovessi scoprire che non mi è andata così bene, cercherò di andare in posti che mi aiuteranno ad esaudire il mio desiderio. Lo ripeto, deve esserci dignità nella morte.

I happen to think, this is just my personal opinion, that the only lower form of life than a man who would beat up a woman is a rat with syphilis.

Ecco, vagli a dire che non è vero. E oggi più che mai quanto è attuale questo pensiero?
A forza di pensare a quanto è attuale IT, mi sono ricordata che un altro dei miei scrittori preferiti, Italo Calvino, ha detto che un classico è un libro che non smette mai di dirci qualcosa. Traslato, un libro che è sempre attuale. IT è nato nel 1985, ma oggi, a trentadue anni di distanza è più vero che mai.

There was something in their gratitude which made him want to hate them. Would he never be able to express his own terror, lest the fragile welds that made them into one thing should let go?

La solitudine dell'eroe. Big Bill è considerato fin dall'inizio il leader dai Perdenti, ma ogni ruolo ha il suo bagaglio morto. E Bill in fondo è un ragazzino della loro stessa età, con i loro stessi problemi, che si ritrova a essere capo senza saper bene cosa significa. Chi mai potrà spiegarglielo? Nessuno, la risposta la conosce. Deve trovare la forza in sé. E non è forse questo che fanno gli eroi?

We're on the border. But what's on the other side? Where are we going? Where?

La disperazione di non sapere chi siamo e dove stiamo andando, cosa troveremo girato l'angolo, è soffocante, ma immagino che sia molto diffusa. La paura dell'ignoto, la più atavica paura dell'uomo.

There aren't any such things as good friends or bad friends - maybe there are just friends, people who stand by you when you're hurt and who help you feel not so lonely. Maybe they're always worth being scared for, and hoping for, and living for. Maybe worth dying for, too, if that's what has to be. No good friends. No bad friends. Only people you want, need to be with; people who build their houses in your heart.

IT è proprio questo, alla fine. Un inno all'amicizia. E chi non ha pianto a dirotto leggendo le ultime cinquanta pagine, non solo è un cuore di pietra, ma non merita nemmeno questo libro.
Ecco, è uscita la nazista che è in me!

Not all boats which sail away into darkness never find the sun again.

Speranza. Non c'è altro al mondo, alla fine. Mai perderla, mai smettere di cercarne un pezzetto in qualsiasi momento.

I Protagonisti.
Dio, come faccio a parlare dei Perdenti? Sono stati i miei migliori amici per molto tempo e, se mi guardo bene dentro, sono ancora là, dove le cose più preziose sono rinchiuse.
In ordine sparso:
-Stan Uris (Stan the Man): povero Stan. Non ho mai capito perché King ha voluto farlo fuori subito, così, come fosse un monito a noi fedeli lettori. Era uno di loro e meritava almeno di tornare a Derry e cercare di affrontare le sue paure. Poi non è detto che ci sarebbe riuscito, ma nel tentativo sta la vittoria ogni tanto.
-Eddie Kaspbrak (Eds): ma quanto è tenero Eddie da piccolo? Un agnellino, un gattino fradicio di pioggia, un cucciolo smarrito. Certo con una madre-padrona così...ci lamentiamo tanto (e a ragione, eh) del padre di Bev, ma caxxo, la madre di Eddie gli avrebbe dato del filo da torcere. Questi due sono gli estremi che nessun genitore dovrebbe mai raggiungere: troppo affetto o troppo poco affetto sono in realtà la stessa cosa, e soprattutto nascono dallo stesso egoismo. Infatti, insieme a Tom Rogan, sono i personaggi che più odio del libro.
-Richie Tozier (Trashmouth): non fatemi parlare di Richie, l'ho adorato fin dalla prima volta! E' divertente, simpatico, anche serio quando serve, ma soprattutto io adoro i personaggi che sanno sdrammatizzare e lui lo fa divinamente! In un certo senso è il più fragile di tutti, persino di Stan o Eddie, ma non si direbbe mai a vederlo dall'esterno. Si traveste da Trashmouth (Boccaccia) e riesce ad affrontare (quasi) tutto. E da lui ho imparato una grande verità: per far ridere, devi conoscere bene l'animo umano. Lui è un grande osservatore e lo dimostra per tutto il romanzo, cogliendo quello che gli altri non colgono subito, per primo e meglio.
-Ben Hanscom (Haystack): dolce orsacchiotto da adolescente, fusto da grande. Una grande trasformazione, soprattutto nel carattere, che è la cosa che conta, poi. Ben è il Perdente a cui mi sento più vicina, così timido (sì, ero timida da piccola, ai limiti dell'asociale...ora lo sono -asociale- per altri motivi XD), con i suoi libri sotto braccio e il suo amore per gli haiku. Coraggioso, sempre, ma con tanto tanto cuore.
-Bill Denbrough (Stuttering Bill ma anche Big Bill): il capo indiscusso del gruppo. A un certo punto Richie si chiede come mai è stato tacitamente eletto proprio Bill e decide che è per via del suo carattere, della sua intelligenza (anche del suo bell'aspetto, certamente, un eroe non può essere brutto!) e di quel certo non-so-che che gli sfugge (carisma, ci suggerisce King stesso) che emana da lui come una luce. Ben è il cuore del gruppo, ma Bill ne è indiscutibilmente il cervello.
-Beverly Marsh (Bev): l'unica ragazzina (poi donna) dei Perdenti, una che, nonostante la sua intima fragilità, alla fine ha l'animo d'acciaio. Beverly è un esempio, per me lo è stata, un po' come Jo March (un'altra eroina, col cognome molto simile e con i capelli ramati anziché rossi), una che ti può indicare la strada da seguire. Si perde, per un attimo, da adulta, quando non ricorda più chi è in realtà. Poi riesce a ritrovarsi, nel momento più importante, per fortuna.
-Michael Hanlon (Mike): lo studioso, il diligente del gruppo. Mike, il guardiano, colui che, a causa delle vicissitudini della sua famiglia, rimane a Derry e diventa l'osservatore. Perché dentro di sé sa bene, come anche lo sapevano tutti gli altri la prima volta, che It non è morto, si è solo ritirato a leccarsi le ferite. Ma tornerà, forse più feroce di prima, e vorrà stanarli uno a uno e rendergli pan per focaccia moltiplicato per un milione. Mike rimane in attesa, vigila e, quando capisce che tutto è ricominciato, telefona.

Le descrizioni.
Lo zio ci regala descrizioni meravigliose, non solo dei luoghi o dei mostri, tanto che sembra di respirare l'aria di Derry o di trovarti faccia a faccia con il licantropo di Neibolt Street; sono soprattutto le descrizioni degli stati d'animo, non solo dei Perdenti, che ti fanno entrare nel libro. Ogni personaggio grazie alla sua penna diventa persona.
C'è un passaggio da brivido che vede Henry Bowers come protagonista, che mi ha massacrato moralmente e mi ha fatto sorgere una domanda: King, per descrivere così bene il pensiero di un altro, si è mai trovato nei suoi panni o è semplicemente un fine conoscitore della psicologia umana? Credo che non potrò mai dare una risposta a questa domanda, ma se lo incontro glielo chiedo, eh!

I luoghi.
Il modo in cui Derry sembra un sistema chiuso, in cui nessuno può entrare, un sistema che si chiude ancora di più quasi come se diventasse invisibile durante gli attacchi di It, è spaventoso. Ma in King ci sono molti esempi di questa "chiusura", altri paesi che sembra siano tagliati fuori da tutto quando sta per succedere qualcosa che coinvolge la comunità intera, qualcosa di fondamentale, quasi "storico". Ovviamente mi riferisco a libri come La tempesta del secolo o Salem's lot o Desperation (perché no) e racconti come La nebbia. Lo zio sembra dare il meglio di sé quando racconta di e fa parlare persone che si muovono e vivono in un ambiente ristretto. Come se li capisse a fondo. Di conseguenza la loro descrizione più che accurata è totalmente realistica e noi riusciamo a percepirli come persone in 3D.
A parte Derry, King crea un'intera cosmologia con questo libro (che in parte si fonde, ovviamente, con La Torre Nera): the Other, creatore della Tartaruga e di It, che fanno parte di un Macroverso appena accennato, di cui Bill e Richie sperimenteranno solo di striscio gli orrori e l'immensità. In questo Macroverso It, che si crede immortale, pretende di fare il bello e il cattivo tempo, non capendo invece che if the wheels of the universe are in true, then good always compensates for evil - but good can be awful as well. Persino la Tartaruga muore (di una morte piuttosto stupida poi), It avrebbe dovuto capire che poteva succedere anche a lui. Quando inizia a farsi due domande, è troppo tardi.

I riferimenti.
IT è pieno di riferimenti ad altre opere dello zio. A partire ovviamente da quel capolavoro che è la Torre. A parte la Tartaruga, a un certo punto dice che esistono mondi in cui le rose cantano. Ora, io sono una sentimentale con le lacrime in tasca, e questo posso anche accettarlo, ma come si fa a non farsi venire le lacrime agli occhi su questa frase? Come?? E infatti non è stato possibile. Inoltre in un altro punto dice che Eddie somiglia a un folle pistolero malnutrito con una strana pistola (era l'aspiratore) e anche qui, strizzatina d'occhio e lacrimuccia.
Avevo scordato il riferimento a Becka Paulson, che sarà protagonista di un breve episodio del libro The Tommyknockers, ambientato a Haven, un paese vicino Derry (nell'immaginario Maine di King).

Un pensiero a parte vorrei spenderlo sulla scena più complessa e chiacchierata del libro.
L'unione dei Perdenti attraverso Beverly.
Su forum americani non si può nemmeno iniziare a parlarne che subito scatta il flame: non tollerano proprio quello che succede tra i ragazzi.
Io ho letto la scena per la prima volta quando avevo quattordici anni e devo dire che non ne sono rimasta traumatizzata, anzi, l'ho davvero presa per quel che era, per quel che lo stesso King ce la descrive: They were falling away from each other. Siamo nelle fogne, i Perdenti hanno sconfitto It, forse per sempre o forse no, ma questo non è più un loro problema. Al momento ne hanno uno maggiore. Devono tornare in superficie. Eddie, che è un po' la bussola del gruppo, si perde e non sa più cosa fare. Sono tutti in confusione (quale adolescente non lo è sulla via per la crescita?) e stanno per cedere al panico. Forse questo addirittura è l'ultimo regalino di It, quella stronxa. Comunque sia devono darsi una mossa o moriranno di morte lenta e atroce. Beverly, dolce, piccola, innocente Beverly, suggerisce una soluzione. Devono ritrovarsi, ritrovare il loro legame perduto, e lei ha la risposta: attraverso di lei, attraverso il legame più primitivo dell'uomo, possono fondersi di nuovo, tornare a essere uno da molti. Non lo dice King, ma la parola ka-tet è scritta a lettere incandescenti su tutta la scena. A turno, quindi, fanno l'amore con lei. E a questo punto lo zio ci regala due delle più stupende immagini letterarie: this essential human link between the world and the infinite, the only place where the bloodstrem touches eternity, così Beverly sente l'atto che stanno facendo; here there was love, desire, and the dark. If they didn't try for the first two they would surely be left with the last. Quest'ultima per me è un po' difficile da capire, ma penso che voglia dire che se al mondo non rimangono altro che amore, desiderio e oscurità, bisogna assolutamente cercare di trovare le prime due, altrimenti quello che rimane è l'oscurità (dell'anima) e non sarebbe compatibile con la vita.
In definitiva ho amato questa scena al pari di tutto il libro, non l'ho trovata né stonata né orgiastica né immorale. E' una scena di una delicatezza disarmante, commovente.

Quando ho letto IT da adolescente, non conoscevo un altro libro di un altro scrittore, molto caro a King. Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury. Ora lo conosco e ho capito a chi deve il suo capolavoro lo zio. Questo libro è ispirato all'altro, ne è l'ampliamento e il completamento, si spinge oltre e crea universi che l'altro può solo sognarsi. Ma non dimenticherò mai dove sono le sue radici. Come ho scritto nell'altra chiacchierata, ho finalmente capito la frase di King (Si può uccidere il male seppellendolo di risate) solo dopo aver letto Bradbury. E ogni volta che in IT un perdente ride, una luce si accende dentro di me (e si spegne per It).

Scusate se ho ciarlato così a lungo. Considerate che non ho nemmeno detto tutto, ma come potrei? IT è davvero troppo. Impossibile esaurire i suoi tesori. Quindi mi fermo qui.

Be brave. Be true. Stand. All the rest is darkness.

Anarchic Rain

domenica 10 settembre 2017

Scheletri di Stephen King

Seconda raccolta di racconti del Re, dopo A volte ritornano. 
Nonostante la prima sia ancora la mia preferita, Scheletri non è assolutamente da meno per qualità, secondo me. E' un libro da cui difficilmente riesci a staccarti, di cui non puoi fare a meno e di cui devi spizzicare un racconto ogni tot altrimenti senti che ti manca qualcosa.
Anche qui farò un piccolo resoconto per ogni racconto, anche per fissare le mie emozioni indelebilmente.
Iniziamo il tour.

Introduzione: quando leggi un libro dello zio, non puoi (ripeto, per i duri d'orecchio, NON PUOI) saltare l'introduzione. E' un gioiello, non meno del libro stesso, e molto spesso contiene dichiarazioni d'amore più o meno esplicite a noi constant readers, e questa è una cosa che ci fa sempre emozionare, vero? E poi in questa in particolare c'è una delle frasi più iconiche di King: Un racconto è come un bacio veloce, nel buio, da uno sconosciuto [...] un bacio può essere dolcissimo, e nell'intrinseca brevità del gesto risiede la sua speciale attrazione.
La nebbia: forse il racconto più famoso della raccolta, sicuramente uno dei più famosi in assoluto, anche considerando la serie tv che ne è stata tratta. A me è piaciuto tantissimo, mi ha messo addosso paura (sì, proprio paura) e angoscia. Quando lo zio decide di descrivere una piccola comunità dà il meglio di sé, e questo credo di averlo detto un milione di volte. Mi correggo: non solo una piccola comunità, ma una comunità in pericolo. Noi non ci pensiamo, perché non siamo abituati a farlo, ma cosa succederebbe se un evento incontrollabile e spaventoso costringesse in uno spazio ristretto molte persone? Verrebbero fuori simpatie, antipatie, idiosincrasie, rancori. E da qualche parte, a un certo momento, ci sarebbe un grilletto (reale o metaforico) premuto, per mettere fine in un modo o nell'altro. In questo racconto ci ho visto l'embrione de La tempesta del secolo, anche se si è sviluppato in maniera diversa (d'altra parte un bacio al buio non è un matrimonio, no?). In definitiva l'ho amato molto, nonostante alcuni piccoli difetti qua e là (troppe righe dedicate a David e Amanda, quest'ultima un personaggio abbastanza inutile, e troppo poche, anche se efficaci, alla signora Carmody, uno dei personaggi più spaventosi dello zio).
Tigri!: un perfetto intermezzo horror tra il primo e il terzo racconto. Un bambino che a scuola si trova ad affrontare una prova ben più importante di un compito di matematica. E ne esce con un sorriso (sinistro, ma pur sempre un sorriso).
La scimmia: altro piccolo gioiello di questa raccolta. Stavolta il male non è dentro di noi, ma fuori e va affrontato una volta per tutte. Non è possibile fuggirlo ancora. Brividi e tristezza corrono su binari paralleli, fino al finale a cui arrivi stremato, col fiato corto e un capello bianco in più. 
Caino scatenato: altro piccolo intermezzo, grazie al quale andiamo in un campus universitario, dove sta succedendo qualcosa di strano a uno dei migliori studenti. Il male è dentro di noi, ancora una volta, e ancora una volta siamo impotenti di fronte alla sua lucida logica. Questo racconto (molto breve) mi ha ricordato tanti tristi fatti di cronaca, ma lo zio riesce sempre a dare il suo tocco inconfondibile e a creare dettagli familiari eppure non notati finché non ci punta lui il dito.
La scorciatoia della signora Todd: stupendo. Mi è piaciuto tantissimo, forse perché anch'io, come la signora Todd, amo guidare e scovare nuove strade. Fortunatamente (o no?) le mie sono sempre piuttosto "sicure", ma mi sono divertita a seguirla e a intuire quello che le succedeva (lo zio è troppo furbo per sbattercelo in faccia nero su bianco, meglio stuzzicarci con piccoli scorci, come durante un lampo di notte). E Non ci resta che piangere è sempre in un angolino (divertito) della mente...
Il Viaggio: terrificante. Il primo dei due racconti di fantascienza di questa raccolta è davvero terrificante. Entri a poco a poco nell'atmosfera della storia, i particolari si svelano uno ad uno e sono uno più spaventoso dell'altro. Un viaggio nello spazio può essere pericoloso, ma mai quanto uno raccontato dallo zio.
Marcia nuziale: a parte le due poesie, è il racconto che mi è piaciuto meno. La scrittura è sempre bella, ma non mi ha preso, forse perché non amo molto i racconti di mafia e affini. King ha fatto di molto, molto meglio con La morte di Jack Hamilton (anche se lì non era proprio mafia, ma quasi) contenuto in Tutto è fatidico.
Ode del paranoide e Per Owen: sono le due poesie della raccolta. Niente, a me lo zio quando vuole fare il poeta (per finta, eh, non le prendo mai sul serio) non ci riesce proprio!
La zattera: tipico racconto horror alla Lovecraft, ma scritto molto meglio (scusa Howard, ma io dopo un po' non ti reggo!)...tra l'altro è uno degli episodi di Creepshow, che ricordo sempre con affetto, essendo uno dei film della vecchia serie Notte horror (quanti ricordi adolescenziali, accidenti!).
Il word processor degli dei: il racconto più crudele del libro. Bellissimo. Ti lascia con una soddisfazione che poche volte si prova. Al diavolo il solito politically correct americano! Bravo zio!
L'uomo che non voleva stringere la mano: con questo si torna a casa. Torniamo al Club che abbiamo conosciuto in Different seasons, in quell'ultimo racconto snobbato da molti, ma che io adoro. Un'altra storia davanti al camino, corroborata dai bicchieri serviti da Stevens, il custode, questa figura misteriosa che sta sullo sfondo ma che cattura più di tutto il resto.
Sabbiature: altro racconto di fantascienza. Meno bello, secondo me, dell'altro, ma ad alto livello di ansia.
L'immagine della Falciatrice: questo mi è sembrato molto stile Poe, quindi mi è piaciuto molto. La paura più atavica dell'uomo. Nessuno scrittore horror (e non) ne è immune.
Nona: wow. Ripeto: WOW. Un racconto superbo, scritto con maestria (solita, è vero, ma con qualcosa in più stavolta), un ottimo plot-twist finale e atmosfere micidiali. Ami? Ci è piaciuto, zio, bravo!
L'arte di sopravvivere: una goduria. Insomma, lo so che mi sto ripetendo, ma questa raccolta è davvero uno scrigno da pirati, solo che invece di dobloni d'oro ci sono perle di racconti. Cosa si è disposti a fare pur di sopravvivere? E magari accantoni quell'idea di crociera che ti frullava in testa da un po'...
Il camion dello zio Otto: un po' sotto il livello degli altri, ma non troppo. Una bella storia vecchio stile, con la fantasia che diventa reale e può fare male.
Consegne Mattutine (Lattaio n. 1) Quattroruote: la storia dei bei lavanderini (Lattaio n. 2): il primo è delizioso, la follia che si nasconde in persone insospettabili, il secondo, vagamente collegato al primo, un po' zoppicante per me, ma sempre godibile.
La nonna: aiuto. Questo è davvero terrore allo stato puro. Insomma, mi ha fatto per un secondo tremare al pensiero della mia dolce nonnina e non pensavo sarebbe mai successo. Forse è quello che mi ha fatto più paura dei ventidue. Sì, confermo (dopo un'attenta riflessione di cinque minuti). Leggetelo e ditemi se non è così!
La ballata della pallottola flessibile: un'altro racconto nel racconto. La storia di una lenta discesa negli inferi della paranoia. Molto toccante.
Il braccio: ecco, questo è il perfetto racconto finale. Chiude un cerchio, mette il punto dove va messo, è elegante e tenero.

Perché leggere questo libro? Se siete fan di King, questa domanda non esiste neppure (vogliamo parlare dei suoi soliti riferimenti al suo universo? Cujo? La Torre Nera e le rose che cantano?), alcune frasi vi faranno venire le lacrime agli occhi e sarà sempre bello tornare da lui (un po' come tornare in luogo che conosci e ami). Se non conoscete il Re, potrebbe essere un buon punto di partenza (anche se io consiglio comunque di partire dall'inizio, da Carrie), si capisce subito che stiamo parlando di uno scrittore vero, di quelli che vorresti conoscere per poterlo chiamare al telefono e parlare dei suoi personaggi (semi-cit.).

Anarchic Rain

giovedì 17 agosto 2017

Rebecca di Daphne Du Maurier

Ecco, lo sapevo io. Mi tremano un po' le dita a parlare di questo romanzo.
Come faccio a esprimere la mia onesta opinione quando la maggioranza la pensa diversamente da me?
Ma poi ognuno deve pensarla come vuole e avere il diritto di dire quello che pensa (con le dovute motivazioni, senza straparlare per il gusto di farlo), e quindi eccomi qui.

Per me questo romanzo, in una scala da uno a dieci, sta sul 5 stiracchiato. Diciamo 5 meno.

Perché? Ora ve lo racconto.

Partiamo dalla cosa che mi è piaciuta di più, anzi, dall'unica cosa che mi è piaciuta, che poi è il motivo per cui è riuscito ad arrivare a quel quasi cinque: lo stile. La Du Maurier sa come scrivere, accidenti. Il romanzo da quel punto di vista è perfetto, il ritmo è perfetto, un'opera d'arte. Le descrizioni: sembra di stare a Manderley, di camminare per i giardini, di vedere il rosso quasi soffocante di quei rododendri, di respirare la salsedine che soffia dal mare a ponente. Pare quasi di potersi perdere nei boschi dei dintorni, salvo poi trovare i sentieri battuti e arrivare alla piccola baia, dove da lontano si vede quella casetta di legno, così pittoresca, così apparentemente innocua. Sono rimasta a bocca aperta leggendo questi passi, e devo ammettere che se non ci fossero stati forse avrei abbandonato il libro.

E ora le note dolenti: se non volete spoiler, fermatevi qua, per favore.
La protagonista: ma si può?! Una lagna dall'inizio alla fine, santo cielo! E non sono all'altezza, e lui ama solo Rebecca, e la governante mi odia, e non so come comportarmi, e povera me sono un'idiota (Sì, per la cronaca), e tutti ridono di me (se non lo fanno, dovrebbero), e Maxim tra poco mi odierà (io sono stupita che ti abbia sposata, guarda). E via dicendo, per quasi quattrocento pagine. No, dico, quattrocento, pronto?!
Io l'avrei affogata nella baia al secondo giorno di inettitudine, per la miseria.
A Monte Carlo ammetto che ancora ancora poteva sembrare una personcina timida e carina, da crescere bene, ecco. Ma poi no, insomma, si capisce subito che è una povera decerebrata coi complessi di inferiorità.

Ah, ma poi c'è il colpo di scena! Ed arriviamo alla peggiore svolta narrativa di cui ho mai letto (sto esagerando? Ditemi voi...): la decerebrata viene a sapere che il maritino superperfetto ha ucciso a rivoltellate la prima moglie (Rebecca) e cosa fa, secondo voi? Fugge terrorizzata? Chiama la polizia? No, ma scherziamo? Altrimenti a Manderley ci rimane da sola!! Ma pure voi, che pensieri osceni, eh. No, lo giustifica perché Rebecca era una poco di buono che se la spassava col primo che capitava.
Ora, sono d'accordo che una donna di facili costumi non debba avere un marito che si occupi di lei con amore e la ricopra di soldi e cose del genere (a meno che il suddetto marito non sia d'accordo e complice della moglie, quelli sono affari loro), ma che debba essere uccisa per quello? Andiamo, ma che ci stiamo raccontando?
Il maritino come si giustifica? E' dispiaciuto per l'azione commessa? Per il delitto a bruciapelo (non premeditato, questo glielo concedo, diciamo che è stato più un impulso)? Macché, non siate sciocchi! Non solo non se ne dispiace e non paga per questo (il finale è proprio ad arte, eh, poi ne parliamo), ma secondo lui ha agito al meglio, nell'interesse di Manderley, una casa così bella e così apparentemente immacolata che non poteva mica essere insozzata da quella donnaccia o (diocenescampieliberi) da un divorzio!! Non sia mai, meglio un delitto!
Per addolcire la pillola, per sollevare in parte le colpe, che cosa ti escogita poi la cara Daphne? Rebecca era malata terminale di cancro.

Ora. IO MI RIBELLO. Ma porca la miseria, ma davvero fate? E questo sarebbe un classico del gotico?? Manco alla mente malata e alcolizzata di Poe sarebbe venuta in mente una cosa del genere: lasciar impunito un crimine del genere CON UNA MOTIVAZIONE DEL GENERE? Ma stiamo scherzando?
I matti, proprio.

E veniamo a noi: a chi è piaciuto sto libro? E' un classico, è famoso, è straletto. Hitch ci ha pure fatto un film (che ho visto, ma purtroppo non ricordo, saranno passati più di vent'anni)!
Vorrei sentire le opinioni degli estimatori. Magari sono io che non ho capito niente. Con un classico non si può mai dire.

Comunque non mi sento di consigliarlo a nessuno. E mi fa rabbia perché, al contrario di altri "cosi" che sapevo già sarebbero stati tremendi, da questo  mi aspettavo tanto. Tantissimo. E quando le mie aspettative di lettrice sono così deluse quando sono al loro apice, mi sento davvero abbattuta.

Vado a leccarmi le ferite.
E a cercare un bel libro da leggere per dimenticare.

Anarchic Rain

lunedì 17 luglio 2017

Dlin-dlon. Pubblicità. Regali per un lettore D.O.P.

Molti di voi leggendo il titolo del post avranno riso o sbuffato: quale regalo migliore per un lettore se non un libro.
SBAGLIATO!
Non vi azzardate a comprare un libro a un lettore D.O.P. a meno che non lo siate voi stessi e conosciate a memoria la biblioteca del suddetto lettore. Altrimenti incapperete SICURAMENTE in uno di questi imbarazzi (partiamo dal più facile):
1) Ha già il libro. Diciamo che questa è la cosa più frequente che capita e a volte è anche quella che fa meno danni: il libro si può cambiare (avendo lo scontrino, e voi lo conservate SEMPRE vero? Appunto).
2) Lo avete preso a un mercatino. Ora, io capisco tutto, oggi si cerca di andare sempre a risparmio (e non è assolutamente un male), ma dovrete essere certi che il ricevente non abbia da ridire sui libri usati: spesso ci sono orecchie, scritte (a matita, A PENNA), segni sulla copertina...ecco, diciamo che alcuni di noi lettori possono essere un po' "perfezionisti".
3) Voleva quel titolo (lo avete sentito di sfuggita, dite la verità a zia), ma purtroppo in un'edizione diversa (quella che gli avete regalato voi ce l'ha già oppure ha una brutta copertina).
4) Voleva quell'autore (forse è il suo preferito), ma quel titolo lo ha già.
5) Avete scelto il titolone del momento e PURTROPPISSIMO gli fa schifo (capita, oh, se capita).

Insomma, diciamocelo, è una caciara.

Invece, se volete essere sempre ben accetti, se non volete vedere il vostro regalo restituito, vi propongo alcune idee (anche molto economiche) e vi giuro che farete sempre una bella figura.
Torno ai numeri perché mi è piaciuto il sistema.

1) La sempreverde: la mitica, unica, ambitissima Carta Regalo. Ormai ogni libreria ce l'ha. Ed è il sogno proibito di ogni lettore entrare in libreria, uscirne con cinque o sei (mila) libri senza aver dovuto pagare. Già mi brillano gli occhi, guarda.
2) Se sapete che il lettore a cui state per fare un regalo è un appassionato di tè/caffè, non esitate: comprate una tazza: gigante per il tè (intendo DAVVERO gigante) e una particolare per il caffè (con abbinato piattino). Se il lettore ama il caffè americano, la tazza gigante va bene pure per lui. Non c'è niente di meglio che bere qualcosa di bollente in una tazza adorabile, mentre si legge, seduti sul divano in inverno. E, pensate, non importa quante tazze possiede già: è stupendo usarne una diversa ogni volta che ti gira.
3) Segnalibri: oggi ce ne sono una marea e per tutte le tasche, sbizzarritevi! Anche questi sono sempre ben accetti, non se ne hanno mai abbastanza.
4) Un plaid con le maniche: per leggere sul divano o a letto anche d'inverno tenendo le mani calde (importantissimo se si regge un libro).
5) Se sapete che ha un lettore (dovete anche sapere il tipo di lettore ma questo è facile), potete regalare (oltre alla sempre ben accetta carta regalo) una nuova custodia, per cambiare "abito" ogni tanto.
6) Ferma-libri: di solito chi non ha solo librerie, ma anche scaffali, ha sempre il problema della caduta accidentale (di solito di notte, con tanto di brusco risveglio e annesso infarto), ma questi oggetti sono utilissimi e anche carini, ne esistono di tutte le forme e le taglie, alcuni sono ispirati a saghe famose, insomma ci si può sbizzarrire anche con questi.
7) Luce da lettura portatile: di quelle che si attaccano ai libri e non disturbano eventuali compagni a letto.
8) Leggìo: ok, questo è un po' particolare come oggetto, ma credetemi, ogni lettore ha un libro enorme che vorrebbe far vedere a tutti ma non può perché non sa come metterlo!
9) Gadget a tema autore, libro o saga: per fare alcuni esempi, penna e calamaio a tema Shakespeare, Funko pop (pupazzetti di vari personaggi), penne e agende (ce ne sono a migliaia praticamente).
10) Non dimenticate MAI di scrivere un biglietto di accompagno al suddetto regalo. MAI. Amicizie sono state sepolte per molto meno.

Spero di essere stata un minimo d'aiuto, anche se mi sono mantenuta sul generico andante...
Fatemi sapere cosa regalereste/vorreste in regalo voi!

Anarchic Rain

Revolutionary road di Richard Yates

Un libro difficilissimo da commentare.
Yates ha iniziato la sua carriera di romanziere con una storia triste, vera e dolorosa. Ha descritto uno spaccato di vita americana come nessuno in America amerebbe leggere. Non più il Grande Sogno Americano, ma un piccolo incubo abbastanza comune.
Ci sono due persone, Frank e April Wheeler, che dal di fuori sono interessanti, eccentriche senza essere ghettizzate, divertenti. Innamorate.
Hanno due bei bambini (una femmina e un maschio), una bella casa in periferia e Frank ha un lavoro stabile che non gli piace ma gli permette di mantenere dignitosamente la sua famiglia, come ogni maschio americano dovrebbe fare. E hanno anche degli amici, più o meno interessanti, che li adorano per quello che rappresentano: il successo del sistema.

Ma il libro non ci permette di farci illusioni: inizia malissimo, aprendo falle nel sistema già dalla prima scena.
E tutto sembra destinato a sfasciarsi molto presto, come poi effettivamente accade. Niente sorprese in queste pagine.
Eppure è comunque uno choc leggere fino alla fine.

Ammetto di non sapere per chi dei due parteggiare (se Frank con tutte le sue illusioni borghesi, nascoste sotto una patina fintissima di anticonformismo o April, con le sue nevrosi e alternate lucidità). Penso che parteggerò per John Givings, un personaggio che sembra secondario, ma funge da catalizzatore a tutta la vicenda (sua madre non ha tutti i torti dicendo che "rovina le persone", ma non nel senso che intende lei).
John è l'unico a dire la vera verità in tutto il romanzo, e infatti paradossalmente è lui a essere rinchiuso in manicomio, perché "non sa gestire i rapporti con le persone". Vero, non sa gestirli perché a un certo punto della sua vita (non si sa quando, Yates non ha ritenuto necessario dircelo) ha deciso che lui non ci stava più a fare la parte del bravo soldatino e agli occhi degli altri è dunque "impazzito".
Mi sento spesso dire che parteggio sempre per i personaggi maschili (sia di un libro che di un film) più che per quelli femminili, nonostante sia il mio sesso.
Beh, non è questo, ma donnicciole come April Wheeler o come Milly Campbell, che sanno solo essere depresse e lamentarsi, proprio non mi vanno giù. Non ne vedo la forza, se non in negativo. Però April alla fine mi ha stupita, non con il suo gesto sciocco (e mortale), ma con la sua appena precedente analisi della loro vita così com'è, senza finzioni. Peccato che è riuscita a dirlo solo a se stessa e non a Frank. Forse ci sarebbe stata un'altra via d'uscita.

E' un romanzo sullo sgretolamento delle certezze più profonde dell'essere umano: Frank voleva essere diverso, un filosofo, un eterno cercatore, invece si è ritrovato a diventare esattamente il tipo di "piccolo borghese" che aveva sempre fatto finta di disprezzare; April si è costruita da sola una vita infelice, semplicemente mettendo una bugia in fila all'altra; Shep Campbell dopo aver vissuto la sua avventura ad occhi aperti dal vivo si è reso conto che è meglio una moglie che ogni tanto puzza di sudore e che non è molto intelligente, ma che sia viva dentro e dolce e adorante; Milly è un personaggio troppo scialbo per poter aver avuto certezze da sgretolare, ma è una pettegola che riesce a trarre argomento di conversazione anche da una tragedia che dovrebbe averla colpita trattandosi di una sua amica; Helen Givings si era illusa di poter riabilitare il figlio John attraverso i Wheeler (così eccentrici, ma simpatici), ma involontariamente accelera la tragedia (non che non fosse annunciata, eh).

Che posso dire. Bellissimo. La scrittura di Yates mi ha catturata fin dalla prima riga e mi ha invischiata nel mondo borghese di Revolutionary Road e Revolutionary Hill (che ironia...), e sono sicura che mi perseguiterà ancora per un bel pezzo.

Anarchic Rain

sabato 10 giugno 2017

Different seasons by Stephen King

Finalmente la mia lettura in ordine cronologica mi ha (ri)portato a questo libro! Non vedevo l'ora, giuro! E' sempre stato uno dei miei preferiti, sicuramente tra le raccolte di novelle è il primo, e ora ce l'ho fatta a leggerlo in lingua originale. Peccato che io non abbia gli strumenti per cogliere le sfumature grammaticali del Re. Cioè leggo e capisco ma non sarei in grado di fare un confronto con altri scrittori di narrativa contemporanea, non arrivo a quel livello.

Cos'è questo libro? E' una raccolta di novelle. Cos'è una novella? E' (come ci dice King stesso nella postfazione) uno scritto più lungo di un racconto e più breve di un libro.
Si compone di quattro novelle ognuna ispirata a una stagione dell'anno. Iniziamo in primavera con Shawshank redemption (Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank in italiano), passiamo all'estate con Apt pupil (Un ragazzo sveglio), poi all'autunno con The body (Il corpo) e finiamo a Natale con Breathing method (Il metodo di respirazione).
Dei primi tre hanno fatto dei film, due ottimi (Le ali della libertà e Stand by me-Ricordo di un'estate) e uno nella media (L'allievo).
A chiunque io abbia detto che sono tratti da un libro di King, mi ha riso in faccia, come se King non potesse scrivere altro che di vampiri e alberghi stregati.
Quando poi mostro le prove di quanto dico, la faccia di solito è incredula e la bocca piegata in una smorfia, come se fosse uno scherzo di cattivo gusto orchestrato su grande scala.
Ormai ci rido sopra, ma quando ero piccola mi si gonfiavano le vene del collo per l'incaxxatura, perché io sapevo quanto King valesse e non potevo sopportare che gente ignorante lo liquidasse con una smorfia.

Vabbè, parliamo del libro va', che se no mi sale la bile di nuovo.

The Shawshank Redemption.
La storia di un'ingiustizia, di un'amicizia e di una libertà guadagnata.
Cosa c'è di bello nel racconto di un'evasione? Forse il raggiro dell'ingiustizia giudiziaria. Forse l'intelligenza che vince sull'oppressione. Diciamocelo, se avessimo incontrato Andy Dufresne a un party ci saremmo tenuti lontani il più possibile da lui: troppo freddo, troppo rigido, troppo esternamente noioso. Ma King ci mette in guardia contro l'apparenza. Non è sufficiente per accusare un uomo di omicidio. In America capitano casi di errore giudiziario e spesso non si può porre rimedio perché lo si capisce troppo tardi. Da qui, lo zio ha tirato fuori un personaggio che oserei definire leggendario, un uomo freddo e calcolatore persino quando la sua stessa vita è in gioco, un uomo che ha capito bene che nella situazione in cui si trova perdere il controllo non ha senso. Forse Andy è l'essere umano più somigliante a un robot di cui abbia mai letto, però quando ho finito il libro (per la millesima volta) come sempre ne ho dubitato. Perché? Non so rispondere alla domanda in maniera diretta, ma credo sia la sua "specie di amicizia" con Red che fa crollare il pregiudizio. Red è l'unico (forse l'unico al modo) che in carcere riesce ad andare oltre l'apparenza di Andy, fino a conoscerlo un poco, fino quasi a diventargli amico. Intuisce che Andy ha un carattere particolare ma che questo è solo il guscio esterno, c'è tutto un mondo da esplorare, dentro. E quando trovano il buco nella sua cella, un buco che ha richiesto diciannove pazienti anni per essere completato, Red ne è certo. Andy è molto di più di quello che sembra. Ed è felice di poterlo ritrovare, felice di avere una seppur flebile traccia che può condurlo a quell'uomo furbo e intelligente.
Trovo molto commovente il fatto che Andy si sia fidato di Red al punto da rivelargli il suo segreto, ma questo la dice lunga sul suo vero carattere. E la dice lunga anche la lettera che non ha dimenticato di lasciargli, unitamente ai soldi per attraversare la frontiera, che dimostrano una fiducia ancora più sconfinata. E' questo che mi fa dubitare (o devo dire "che mi convince del tutto"?) che Andy in realtà sia una persona buona, affettuosa e soprattutto bisognosa di calore umano.
Per tutto il libro facciamo il tifo per lui e per fortuna non restiamo delusi.
L'unico confronto che mi viene da fare è con Il miglio verde, altro capolavoro del Re. In quest'ultimo, le guardie carcerarie (a parte Percy, ma lasciamolo stare l'idiota) sono persone più che umane, mentre tutte le guardie dello Shank sono dei bastardi sadici e corrotti e la differenza nella gestione delle due prigioni è tangibile. E' vero che il Miglio è il braccio della morte, ma penso che anche in una prigione di massima sicurezza si debbano unire una certa rigidità di polso a un'umanità di base.
La storia di Andy però non è una storia di Redenzione vera e propria (come invece in parte è Il miglio verde), è la storia di un uomo che pezzetto dopo pezzetto si riprende la sua vita, una vita che gli era stata tolta senza un vero motivo.

The body.
Forse la novella più famosa del libro e forse la più famosa di King, soprattutto grazie al bel film degli anni '80. Una storia di amicizia e di crescita, quattro ragazzi che senza neppure accorgersene passano dall'infanzia all'età pre-adulta nel giro di due giorni. E King dà sempre il meglio di sé quando ci racconta di ragazzi che crescono, ci mette un'attenzione, una passione, un amore, particolari.
Quattro amici decidono di andare a vedere il cadavere di un coetaneo morto pochi giorni prima e ancora non trovato dalle autorità. Due giorni di cammino, una notte fuori nei boschi e poi l'incontro. L'impatto visivo scioccante di un cadavere della loro età.
Nel frattempo i ragazzi chiacchierano, scherzano, raccontano storie. Non lo sanno ma stanno crescendo, stanno entrando nel mondo degli adulti da una porta laterale, poco o niente usata da altri, nascosta. Forse anche pericolosa. E infatti non tutti ce la faranno.
Una volta tornati a casa, dopo quell'avventura di inizio autunno, i quattro non sono più gli stessi e le loro vite si sono in un certo senso divise, in un punto impreciso di quei giorni. Teddy e Vern si metteranno sulla strada che altri avevano già deciso per loro, senza preoccuparsi di dove li avrebbero portati. Gordie stesso, il narratore, il classico bravo ragazzo, va al college e finisce per insegnare. Colui che davvero cerca di cambiare la sua vita, Chris, è il più beffato: ce l'ha quasi fatta, quando viene ucciso senza motivo.
Sarà che la prima volta che ho letto questo libro ero appena quindicenne, sarà che avventure così uno le sogna fin da piccolo, ho amato questa fiaba (perché tale la vedrò sempre), fin nei minimi particolari, le chiacchiere senza capo né coda dei ragazzi, le foglie che brillano al sole, i rumori notturni della foresta, la disavventura con le sanguisughe. Persino il ritrovamento del cadavere è emblematico, ci mette davanti alla morte, che può prendere chiunque, a qualsiasi età, anche alla nostra, anche noi. Nessuno è immune. Nonostante la novella sia pervasa dal fantasma della morte, non è una storia triste (almeno fino alle ultime due pagine), è magica, come sospesa nel tempo. E sospeso è anche il giudizio: giusto o sbagliato, buono o cattivo, non importano più molto.

The apt pupil.
Todd Bowden è un ragazzo sveglio. Il prototipo del ragazzo americano di buona famiglia con tutte le strade spianate avanti a sé. E' intelligente, bello (a tredici anni si capisce già), carismatico.
Ma non tutto quello che si vede in superficie è il riflesso quello che c'è sotto.
Todd ha un pallino: la soluzione finale applicata agli ebrei dai nazisti. E un giorno ne incontra uno che vive sotto falso nome, nascondendosi da tutti.
Dal giorno in cui bussa alla sua porta tutto cambia, tutto quello che poteva essere non esiste più e Todd si ritrova invischiato in una morbosa spirale di violenza e sangue che lo porterà alla pazzia.
La novella è inquietante non tanto per l'argomento trattato e per gli accenni alle mostruosità commesse dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, quanto perché è come uno specchio: non è una cosa così inverosimile da non poter mai accadere. O meglio, forse è inverosimile trovare un criminale nazista nascosto in America (gli anni passano per tutti...), ma che una persona possa "appassionarsi" alla politica di Hitler è perfettamente nell'ambito del possibile. Magari non un ragazzino di tredici anni, ma uno più grande perché no. E non è così inverosimile che qualcosa di malato scatti nel suo cervello e inizi a comportarsi come Todd. E' la perfetta verosimiglianza di questa novella a renderla così disturbante, ancora più di Pet sematary, a mio avviso.
Vite vanno a rotoli per molto meno.

The breathing method.
Di solito questa è la novella più sottovalutata del libro. A me invece piace molto. Ha elementi horror nel vero senso della parola rispetto agli altri e sembra che non c'entri niente. E quando mi si dice così io di solito rispondo: "Perché, cosa c'entrano un'evasione, un mitomane filonazista e un'avventura pre-adolescenziale?". Sembra l'inizio di una barzelletta scadente.
L'ultima novella parla di una ragazza nubile che viene messa incinta e che muore la notte in cui partorisce, anzi, proprio mentre partorisce. Questa storia viene raccontata da un anziano ginecologo in un club abbastanza esclusivo, in presenza degli altri membri (a volerli chiamare così).
La storia è macabra nel finale, in cui il corpo decapitato della ragazza riesce comunque a espellere il bambino, ma la cosa che a me piace più di tutte è il luogo in cui si svolge l'azione: un club apparentemente normale, di vecchi signori con sigaro e brandy, gestito da un uomo che sembra senza tempo in perfetto stile inglese. Ma il club di normale non ha nulla. E' come se non potesse esistere, con i mobili di una marca inesistente, scaffali di libri di autori mai esistiti e case editrici impossibili. Persino il vecchio Stevens, il gestore o qualsiasi cosa sia, sembra non poter esistere o essere sempre esistito. La sede stessa del club sembra scomparire ogni volta che l'ultimo ospite è andato via. Cosa mai ci sarà lì dentro, in quelle stanze in cui nessuno va mai, dove si sentono rumori strani, dove forse qualcuno si è perso e da cui non è più tornato? E se scompare, dove va? E come fa a tornare?
Non è affascinante un posto così? Ma non bisogna chiedere nulla. Possiamo solo godere della sua presenza.

Di solito consiglio questo libro a coloro che mi dicono che non hanno mai letto King perché non sono interessati al genere horror. Credo sia un ottimo esempio di narrativa, senza essere per forza classificato rigidamente. E di solito le persone di cui sopra mi ringraziano, perché hanno scoperto un bel libro. E hanno scoperto che King non scrive solo horror, nonostante sia il genere che l'ha reso famoso.
Quindi se non l'avete ancora letto fatelo, perché è un piccolo gioiello che vi darà emozioni da vendere, alcune piacevoli, altre meno. Ne vale assolutamente la pena.

Anarchic Rain

venerdì 9 giugno 2017

Pet sematary di Stephen King

Quello che ottieni a qualsiasi costo è tuo, e quello che è tuo prima o poi torna da te.

Parlare di King per me è sempre un piacere, specie quando posso farlo raccontando uno dei libri della mia top 5.
Non vi fate ingannare da tutti gli zombie moderni. Pet è speciale.
Come quasi sempre, il libro inizia bene, con una famiglia felice, in una nuova casa, con tutte le possibilità del mondo davanti.
Louis Creed è un medico appena assunto all'università, Rachel è una casalinga, Ellie è la seienne più adorabile del mondo e Gage è un fagottino di delizia. E poi c'è Winston Churchill, Church, il loro gatto adorato, un pelosone giocherellone.
Appena arrivano nella casa nuova, li aspetta una coppia di anziani che più fantastici non si può, pronti a far loro da genitori (visto che con quelli naturali gli è andata male parecchio), specialmente Jud, un ottantenne con la verve di un sessantenne.

È qui che esplode la tragedia.
Ed è qui che entra in scena King, il pittore di anime.

Partiamo con le domande. Cosa faresti se un tuo caro morisse all'improvviso, troppo presto? Le reazioni sarebbero le più disparate, dipendendo dal carattere della persona coinvolta, ma la maggior parte comunque andrebbe sull'autostrada della disperazione.
Qui entra in gioco il primo lampo genio di King: se ne avessi la possibilità, riporteresti in vita il suddetto caro, a qualsiasi condizione? Anche qui, andando per probabilità, la maggior parte di noi probabilmente non lo farebbe, per paura o per religione o per altro. Ma qualcuno invece scommetto che ci proverebbe.
E qui parte il secondo lampo di genio (superiore al primo) del Re: se ti rendessi conto che quella che è tornata indietro non è la persona che ricordavi, saresti disposto a rimediare al tuo errore di giudizio?
In questo romanzo ci sono entrambi i tipi di persone: Jud, che da ragazzino riportò indietro il suo cane grazie al cimitero Micmac, imparò la lezione quando scoprì l'effetto che aveva su persone morte da troppo tempo (qualche giorno) e quando morì sua moglie non ci pensò proprio a tentare l'impossibile. Louis, invece, non avendo sperimentato di persona quell'orrore, non si era mai potuto rendere conto della devastazione che avrebbe causato e tentò l'esperimento prima con il suo gatto, poi con suo figlio. In ultimo con sua moglie.
Purtroppo, in entrambi i casi, ciò che torna non è più quello che era e la sua vita tranquilla subisce un'inversione a 360°.

Ancora una volta siamo al cospetto di un libro-gioiello, che scava nelle profondità dell'animo umano, riuscendo a trasportarci in un tranquillo paese universitario del Maine, nella vita di un medico bravo ma non ambizioso e in quella di tutta la sua famiglia. Quando Church viene investito (fatalità?) soffriamo perché sappiamo che la piccola Ellie ne sarà distrutta e quando Louis tenta l'esperimento avvertiamo il sentore di tragedia, così come lui avverte il puzzo di putrefazione del gatto ritornato.
Quando muore la moglie di Jud ci chiediamo se lui tenterà di riportarla con sé e forse tiriamo un sospiro di sollievo e uno di delusione quando non lo fa.
Ma Louis non è Jud e la morte di Gage lo sconvolge così tanto che tenta l'impossibile. Ed è con un brivido che leggiamo di quella notte passata a scavare nel cimitero Micmac, con i fantasmi che gli turbinano intorno e dentro.
Gage non è più lo stesso e quando la seconda tragedia esplode, pensiamo che ormai Louis ha imparato la lezione. E invece no. C'è quel "se" che è come un tarlo nella sua mente: e se per il suo bambino fosse passato troppo tempo? Forse sua moglie appena morta si risveglierebbe in altre condizioni...forse non tutto ciò che torna è marcio dentro... "E se ci provassi?".
E Louis ci prova di nuovo.
Ma il romanzo si interrompe lì, non sappiamo cosa sia successo subito dopo quelle parole piene di terra.

Il finale lasciato in sospeso è uno dei miei preferiti di sempre. E per una volta non immagino il disastro. Secondo me Louis ci ha visto giusto e col tempo riusciranno ad adattarsi a vivere insieme.
Mi chiedo solo cosa ne pensi Ellie, una bimba intelligente per i suoi sei anni, come tutti i bambini di King.

Anche in questo libro c'è tutto King: il Maine, l'infanzia, il terrore, l'amicizia e l'amore.
Il tutto è soffuso in una luce piuttosto disturbante, perché per tutto il tempo, anche se ti dispiace tantissimo per Louis che in fondo è una bravissima persona, ti rendi conto che le sue scelte sono sbagliate e che se non si ferma succederà qualcosa di orribile. Ma lui non si ferma e qualcosa di orribile succede, ma lui ancora non si ferma. Per questo spero tanto che la mia interpretazione sia quella giusta, che alla fine sia riuscito a farcela. Ma non ne sono sicura al 100%.

Leggete questo libro, anche se non mi sento di consigliarlo a persone troppo sensibili o impressionabili. Non è un libro per tutti, è macabro e colpisce dove fa in genere molto male.
Però è superbamente scritto e penso ne valga la pena.

Come sempre, grazie-sai King, per le tue storie e anche per come le racconti.

Anarchic Rain

giovedì 8 giugno 2017

La trilogia di Cinquanta sfumature di E.L. James

Devo proprio dirvelo, sto gongolando.
Lo so, lasciatemi ai miei effimeri piaceri.
Sto gongolando perché non vedo l'ora di parlare di questa trilogia.
Non vedo l'ora di parlare di questa trilogia perché è tanto che non mi avveleno per qualcosa.
E non mi avvelenavo in questo modo da ancora più tempo.

Ho letto questa trilogia circa quattro anni fa, ovviamente gratis, ci mancherebbe. Ma non ho mai pensato di farne una delle nostre chiacchierate perché, diciamocelo, io in fondo (manco tanto in fondo) sono una snob e 'ste minchiate non le posso proprio soffrire.
Però da un paio di giorni mi ronza in testa l'idea di divertirmici un po' (ossia di fare quello che non ha fatto con me la sua lettura) e allora eccomi qua.
Ormai, complici anche i film, la trama è talmente sdoganata che non ho bisogno nemmeno di fare la mia solita piccola premessina.
Allora parto.

WARNING: chiacchierata non adatta ai minori. Il linguaggio può diventare sboccato e gli argomenti trattati non sono adatti a orecchie innocenti. 

Ora che sento di aver fatto il mio dovere, parto sul serio.

Già le premesse del coso (non fatemelo chiamare libro, please) sono talmente ridicole da rendere incredibile una diffusione così massiccia dello stesso: una fanfiction di Tuailait.
Non fraintendetemi, so benissimo che una ragazzina di dodici-quattordici anni non vuole sempre leggere Anna Karenina o I fratelli Karamazov, ma tra la mxrda e la cioccolata secondo me ci sono molte più di queste ormai famigerate cinquanta sfumature, no? Se proprio vuoi leggere di vampiri ci sono altri autori, anche adatti all'età e se invece vuoi leggere storie d'amore, cribbiolina, c'è sempre la cara Jane Austen, o le sorelle Brontë.
Ma dico io, santoiddio, ma se proprio devi fare una fanfiction almeno falla su un libro serio no? Io so che ci sono "fanfictioners" di libri fighi, ma fighi veramente, che poi ci vuole poco, con un minimo di contenuto, diverso da "Oddio che faccio, mi faccio mordere dal vampiro sbrilluccicoso oppure seguo il lupacchiotto sbavoso?!?!?!", insomma libri.
E invece no.
E pensate, amici, il fondo scavato da Tuailait non era stato esplorato bene, come ha dimostrato la James, che scavando ancora ha tirato fuori quei due capolavori di Christian e Anastasia. Doppiosantocielo.
Vabbè, ormai parto da loro due, ma state tranquilli, passeremo su tutto. TUTTO.
Christian: il personaggio maschile più inverosimile mai creato. Joker e Hulk sono dilettanti al confronto. Chi è Christian Grey? Non è un semplice miliardario, no cari ragazzi miei, Christian Grey è IL miliardario, quello che a ventisette anni non solo è a capo di un'azienda che fattura (cito) trecentomila dollari ALL'ORA, ma anche un filantropo che aiuta i BAMBINI CHE HANNO FAME in tutto il mondo. Poteva bastare tutta questa melassa? No, mica vorrete scherzare. Christian Grey è pure bellissimo, tenebrosissimo, fighissimo, controllatissimo, bastardissimo (anche nel vero senso della parola, perché, diciamocelo, ci mancava anche la TRAGGGGGEDIA familiare personale), simpaticissimo, ironicissimo, oddio-se-vi-viene-in-mente-un-altro-issimo-fermatemi-vi-prego. Insomma è un dio. Sì, un dio, non un semi-dio, perché non sono sicura manco della sua mortalità, visto che si schianta con un aereo nel mezzo di un nulla deserto e SI SALVA! Vabbè, avete capito il tipo.
Vi starete chiedendo (più voi maschietti, che già sarete alla canna del gas, per vari motivi, suppongo) se questo tizio ha pure un difetto, Ma uno eh, anche mezzo andrebbe bene. La risposta è NO. Anche se naturalmente il suo "vizietto" non è del tipo che puoi raccontarlo durante un party (o forse sì? Dopo questa fantastica trilogia, sicuramente sì!), in realtà Christian Grey è L'UOMO SENZA DIFETTI.
Ovviamente questo superlativo non poteva innamorarsi di una sciacquetta qualunque, no? Insomma, va bene il buon samaritano, ma poi si esagera.
E INVECE NO.
Anastasia Steel (che di inossidabile ha solo il cognome) è una cretina totale che stimola la fantasia del suddetto dio, un po' come quando Zeus ingravida ogni mortale che si trova davanti e poi la poraccia le prende da Era, avete presente?
L'unico mezzo che la superba James ha saputo escogitare per renderla interessante (ma solo nelle prime pagine, poi diventa come una traccia fantasma alla fine di un cd) è farla appassionata di letteratura inglese (in quello si laurea all'inizio del primo libro). Sì, vabbè. Un'appassionata di classici (uno su tutti Tess dei D'Uberville, e questo dovrebbe farvi capire il livello di intelligenza -.-) che in mille pagine complessive (più o meno, non le ho contate) non legge nemmeno una striscia umoristica. Insomma quanto sei credibile tu che ti reputi un'accanita lettrice di classici se stai spiaggiata come un'alga su uno yatch a prendere il sole senza mai un libro in mano (nemmeno vicino eh)? Bo, sarà che io senza libro in qualsiasi situazione mi sento nuda. Ah, aspetta, in effetti lei era nuda (in topless, ma vabbè).
Comunque la Cretina (non posso chiamarla come fa Christian, Ana, perché mi viene da ridere, e chiamarla Anastasia è troppo nobile) a ventidue-ventitré anni non ha mai avuto un ragazzo (in America, e non è una mormone, voi ci credereste? Io sì, è troppo stupida in effetti), non ha mai baciato sul serio e non si è nemmeno mai masturbata. Sì, certo, come no. 'na monaca proprio (anzi, no, manco quella).
Una che ha bisogno di creare una "dea interiore" ("inner goddess" in originale, non sto scherzando) per parlare di qualsiasi cosa coinvolga i suoi organi sessuali o il suo orgasmo per me non ha motivo di esistere. O meglio, un conto è se lo fai una volta, o due, magari scherzandoci col partner per creare intimità, va anche bene, è anche simpatico. Un altro è trovarsi tra i piedi sta dea decerebrata (non poteva essere altrimenti) ogni due pagine. A volte anche ogni pagina o più volte in una pagina. EBBASTACAXXO.
E una volta che Christian le rivela il suo vizietto che fa? Si sconvolge? Ha remore di qualche tipo? MA STIAMO SCHERZANDO? Diventa la zoccola più navigata della Salaria. No, dico, da far concorrenza a quelle sulla Pontina, mica bruscolini.
Insomma, una volta che conosciamo i personaggi principali, l'uno con manie di onnipotenza, l'altra con l'unico neurone preso in prestito da un criceto morto, voi penserete che rimangono almeno i personaggi secondari.
BUAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAH!
Ehm, scusate...
No, volevo dire, manco quelli. Ci sono, in ordine: l'amica del cuore della decerebrata, una drittona che la molla alla prima occasione e ciao ciao Cretina; il fratello e la sorella di Christian che sono tutto un "Oh com'è figo il mio fratellone! Ha avuto un'infanzia sfigata, porello, ma guardatelo ora"; i genitori di Christian, che manco a dirlo lo venerano perché quando volevano viziarlo da piccolo lui non si è fatto viziare perché era TROPPOBBRAVO e anche depresso; la madre e il padre della Cretina che praticamente valgono come il due di bastoni quando comanda coppe; l'amico della Cretina che le sbava dietro (ma perché?????) ma viene subito ridimensionato da Christian; il datore di lavoro di Cretina (che ovviamente trova lavoro il giorno dopo la laurea, in una casa editrice, no vabbè, solo a ripensarci mi sale il veleno di duemila vipere, uno schiaffo in faccia a tutte quelle persone che lo meriterebbero davvero, mentre lei passa la giornata a giocare all'anoressica e a messaggiarsi con il superuomo, cristosantissimo), dicevo, il datore di lavoro di Cretina che le sbava dietro (l'avete già sentita?) ma viene (ancora) ridimensionato in tre secondi da Christian (che compra la casa editrice e ci mette A CAPO la Cretina, non me lo sto inventando, ve lo giuro sulla mia gatta); la ex-schiava di Christian che è completamente pazza (ma uno non si chiede come mai???) e vuole uccidere la Cretina ma (PURTROPPISSIMO) non ci riesce (e qui si è aperto un periodo di lutto per tutti i lettori come me); e dulcis in fundo LA DOMINATRICE DI CHRISTIAN, l'unica, fantastica, inimitabile, irraggiungibile, meravigliosa signora Robinson (ok, non si chiama così, ma la Cretina l'ha soprannominata appresso al film Il laureato, piccolo occhiolino della James per farci credere che la decerebrata ha gusto ANCHE per il cinema...sì, vabbè).
Non scherzo, questi sono tutti i personaggi della trilogia. Saranno troppi? Secondo me sì. Semplicemente perché sono tutti carta velina (come i protagonisti, comunque), potevamo farne a meno, non ne avremmo sentito la mancanza.
In fondo ho sentito parlare di TETRALOGIE con UNA protagonista e UN protagonista (diverso per ogni libro, ma sempre uno), quindi qui c'è tanta robbbbba.

Approfondimento personaggi: tralasciamo Christian, che ora non mi regge di parlare di lui. Quella suprema Cretina, il neurone murino singolo, che razza di donna è? Ve lo dico io: la peggior specie. Non solo si finge acculturata perché pensa inconsciamente di risultare più interessante (o meglio, la James l'ha creata così per dare l'illusione di "cultura", porcapuxxana), ma si finge pure ingenua e inesperta, quando le basta sentir pronunciare il suo nome dal superuomo per venire (non sto mica scherzando, mezzo primo libro racconta di lei che viene solo se lui la chiama o la guarda "e se non è amore questo" -semicit.-). Ora, scusatemi, ma quale decerebrata può ammirare una così? La risposta naturale sarebbe "Nessuno è così imbecille", e invece no, credetemi. Conosco persone (che evito comunque accuratamente) a cui questo coso è piaciuto o in potenza potrebbe piacere. Inoltre non si spiegherebbe altrimenti questo "fenomeno mondiale" da casalinghe disperate.
E ora mi rivolgo al Maschio della situazione (italiano o straniero): ma davvero state messi così male? Davvero le vostre femmine (non sono donne) devono "sognare" dietro a robaccia scritta male, da 1984 orwelliano, perché sono insoddisfatte? Minxhia, ragazzi, che pena!
E voi, creature di sesso femminile, davvero pensate di trovare (o che soltanto esista) un superuomo del genere, tutto sesso e buoni sentimenti, oltre che ricco sfondato? Io non ci credo. Le stesse casalinghe disperate a cui sta roba è piaciuta sono le stesse che i mariti tradiscono perché si scandalizzano per una pacca sul cxlo durante il sesso. Vabbè, non voglio generalizzare, ma spesso è così.
"Eh ma la lettura è evasione, voglio sognare!" mi sono sentita rispondere. Al che, tra me e me, ogni speranza ormai perduta, ho pensato: "E questo è un sogno? Una ragazzina (perché la Cretina lo è, età o non età, ricordiamoci che nasce da una Bella diciassettenne che si innamora di uno sbrilluccicoso quasi ottuagenario, mi pare) che si fa soggiogare da (e soggioga a sua volta) un tizio spaccone che pare nascondere il cuore tenebroso/infelice/tenero come un babà, e alla fine vissero tutti felici e contenti con prole?"
E non parliamo di quando tutta l'allegra (e demente) famigliola è in giardino, alla fine del libro, lei ha appena sgravato un altro pargolo e il superuomo si attacca al suo seno decantando la bontà del suo latte. Ora scusatemi, mi assento per vomitare. Torno subito eh.

Tornata.
Ok, lasciamo perdere i personaggi.
Parliamo dello stile. Che stile? diranno i più accorti tra voi. Esattamente. Avete pure ragione. Non so in che altro modo riferirmici...dai, passatemi la parola, solo stavolta.
Lo stile, oltre a essere inesistente (secondo me la James non sa di cosa si tratta, forse pensa sia una di quelle caramelle che la segretaria del dentista ti fa prendere quando vai a pagare con la faccia gonfia), è pure scorretto (dove si riesce a intravedere, almeno). Insomma, io capisco che una fanfiction non abbia un editore, un correttore di bozze o un qualsiasi fattorino che si accorga degli errori di sintassi, ma mi aspetto che un libro PUBBLICATO e accolto come fenomeno mondiale sia passato per una caxxo di casa editrice. Ovviamente l'ho letto in italiano, quindi non posso effettivamente dare la colpa alla James, magari è solo un errore di traduzione mai corretto, ma insomma, io giudico quello che leggo.

Ok, lasciamo stare anche lo stile.
La storia? Se poteste vedere la mia espressione adesso, è esattamente quella dell'emoticon di whatsapp con gli occhi che guardano in cagnesco da una parte (questa: 😒). La storia è talmente banale da non aver bisogno di essere raccontata (e poi la sapete). In pratica è allo stesso livello di 100 colpi di spazzola (ossia, per chi non lo ha letto, Cenerentola in chiave porno).
Che poi, vi assicuro, è molto più porno 100 colpi di 50 sfumature (sarà perché è un numero doppio, non so), che promette, promette e poi giusto un paio di sculacciate e due manette. Insomma roba da principianti.
Se davvero volete leggere roba HARD, di quella seria, di quella che magari vi disgusta anche un po' (perché il BDSM NON E' PER TUTTI, come questo coso vuole farci credere), allora vi consiglio altri autori, di tanti anni fa, italiani, francesi e inglesi. A partire dal capostipite, il marchese De Sade, da cui tutto prende il nome. Io personalmente ammetto di non essere riuscita a leggere uno che sia uno dei suoi libri dall'inizio alla fine, li trovo inutilmente disgustosi e anche un po' forzati (cosa che certamente è fatta apposta, ma non è nelle mie corde). Oppure, guarda, anche 9 settimane e mezzo fa la sua porca figura, come esempio di dominazione "mentale" più che fisica.

Una parola sulla James (qualcuno ha notato che non riesco a definirla autrice?).
Secondo me quella donna è un genio.
Non è da tutti scrivere un coso, spacciarlo per un libro e vendere milioni (miliardi?) di copie, essere pagata dall'editore e persino da Hollywood che lo ha trasformato in un film (tra l'altro di discreto successo di pubblico, visto le ragazzine e le casalinghe che si sono fiondate a vederlo, giuro ho visto gente piangere di gioia -?- all'uscita). Io ho visto i primi dieci minuti poi ho smesso perché onestamente una mxrda così è troppo puzzona per vederla davvero fino in fondo.
Ciononostante quella donna è un genio perché da una roba inconsistente ha tratto milioni. Non è da tutti.
Per fortuna.

Anarchic Rain.

La Trilogia della Frontiera di Cormac McCarthy

Il Grande Romanzo Americano post-anni '50.
In tanti ci hanno provato, ma solo uno (a mio parere ovviamente) c'è riuscito in pieno, come meglio non si poteva. McCarthy. E non poteva essere altrimenti, visto che (sempre a mio parere) è il miglior scrittore americano di western in circolazione.
La trilogia si compone di tre (ovviamente) libri: Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura. I primi due fanno da proemio al terzo, raccontando ognuno la storia dei due protagonisti, nel territorio americano al confine con il Messico.

Cavalli selvaggi.
L'adolescenza di John Grady Cole, passata a cavallo, lontano da casa, con la consapevolezza di non poter/voler più farci ritorno, è dura, segnata dal caldo intenso, dal freddo intenso, dalla prigione e dall'incontro con un ragazzino innamorato del mito americano più di lui stesso. John Grady ha un sogno, però, e a differenza di molti, farà qualsiasi cosa per realizzarlo. E ha anche un dono: sa come prendere i cavalli. Sono quelli selvaggi che gli interessano, quelli che rappresentano una sfida soprattutto contro se stesso e il suo essere solo un uomo.

Oltre il confine.
E' un libro più cupo, più doloroso, questo sull'adolescenza di Billy Parham, un ragazzo a cui capita un incontro incredibile. Non per l'incontro in sé, ma per le sue conseguenze. Sui monti intorno alla fattoria dei suoi genitori incontra una lupa che ha perso il suo branco; in quel momento sente quasi di essere un tutt'uno con lei, chissà perché, nemmeno lui se lo spiega, non ci prova nemmeno, perché non ha senso. Decide di riportarla tra i suoi compagni. Ma prima deve convincerla a seguirlo e convincere il suo cavallo a sopportarla. Tutto quello che gli accade dopo si può considerare come una diretta conseguenza di quella sua azione. La morte dei genitori, il viaggio con suo fratello minore che poi scompare, poi riappare e poi scompare di nuovo dietro a una ragazza, la lotta per i suoi cavalli, le sparatorie.
Di nuovo una storia di formazione, ma su basi diverse rispetto alla prima.
Non saprei dire se più affascinante, ma di sicuro più triste.

Città della pianura.
John Grady e Billy lavorano in un ranch, sono amici, e stavolta è John Grady a essere sconvolto da un incontro, forse più prosaico di quello del suo amico, ma sempre comunque potente come un tornado: una puttana, Magdalena, diventa la sua ossessione. Billy cerca di riportarlo alla ragione ma ovviamente non può riuscirci, John Grady è sempre stato uno che sapeva bene quello che voleva e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per ottenerlo. Purtroppo, tra le cose che vogliamo e quelle che possiamo avere a volte la distanza è incolmabile.

McCarthy si conferma un genio: la sua scrittura è sempre ipnotica e graffiante, i suoi paesaggi sono scarni ma in qualche modo frementi, come se sotto la cenere covassero ancora le braci, pronte a diventare fiamme non appena possibile. Lui le cose le dice nude e crude, perché sono talmente vere e radicate nella terra che non hanno bisogno di fronzoli. Racconta storie di uomini, semplici, senza stranezze in testa, con i piedi dove devono essere, immersi in paesaggi che sono sicuramente più grandi di loro, più magici e soprattutto più longevi.
McCarthy secondo me ha colto la grandezza vera dell'America. Non le persone, non le idee, non le cose materiali. La terra, i paesaggi, una certa gradazione del sole al tramonto. Ma non te le racconta in maniera poetica, o meglio, non con una poesia canonica. Te le sbatte nero su bianco come se non importasse; e in effetti non importa alla Natura di accadere. Accade e basta.

Parliamo un po' del libro. Attenzione SPOILER.
Il mio personaggio preferito è John Grady Cole e, come nella tradizione (triste), alla fine muore.
Io mi sono un po' rotta le balle di preferire sempre qualcuno che alla fine muore, però. Eccheccavolo. Mainaggioia.
Mi piace perché è uno di poche parole e molti fatti. Capisce il valore del silenzio, è un ottimo ascoltatore e decide per sé della sua vita, nonostante ascolti i consigli degli amici (in particolare di Mac e di Billy, le uniche persone a cui penso affiderebbe la sua vita). Quando parla è solo dopo aver riflettuto a lungo e mai una parola di troppo. Purtroppo l'unica cosa che poteva perderlo lo ha perduto. L'amore. Una cosa che non ha niente a che fare con la riflessione, con la ragione e con i consigli.
Devo ammettere che ho storto la bocca quando è entrata in scena Magdalena...però mi sono ricreduta. In fondo il mito americano in un romanzo che è il Grande Romanzo Americano va vissuto fino in fondo, e un cowboy ha bisogno di una moglie e di una casa con la staccionata, alla fine. Se questa moglie è anche qualcuno che il cowboy ama da morire è un valore aggiunto.
Però la vita non va mai come uno se lo aspetta e a volte ti dice bene, a volte no.
John Grady è morto e Billy ha lasciato il ranch con gli occhi gonfi di pianto e la morte nel cuore, diventando un saggio vagabondo. La morte dell'amico lo ha sconvolto con la forza di un terremoto, non avrebbe più potuto essere come prima.
E' strano come la loro amicizia non sia mai discussa nel libro, lo capiamo da poche parole, da gesti e momenti di silenzio tra loro. E' tangibile ma taciuta. Almeno finché John Grady non si spegne nelle braccia di Billy.
Se mi sono commossa? Potete scommetterci...

Non saprei a chi consigliare questo libro. A voi maschietti penso che potrebbero appassionare le storie di cavalli e terre selvagge e uomini-che-non-devono-chiedere-mai.
Alle donne non saprei, suppongo che dipenda dai gusti. La scrittura di McCarthy non è una passeggiata e se non vi piace l'atmosfera prevedo nero.
Secondo me, al di là del genere (western), è un libro che merita, sospeso nel tempo come un pendolo rotto. Da leggere e rileggere.

Anarchic Rain

giovedì 13 aprile 2017

Le Rose di Versailles di Riyoko Ikeda

Per la prima volta, su questo blog, parliamo di manga in maniera esclusiva.
E non posso non dare la precedenza al mio preferito.
Vi avverto che sarà una lunghissima chiacchierata, quindi preparatevi psicologicamente!

In genere, quando a un lettore viene rivolta la fatidica (tragica) domanda "Qual è il tuo libro preferito?", tutto quello che tale lettore vorrebbe fare sarebbe scappare e andare a nascondersi in un posto buio, magari sbattendo la testa contro il muro (non è detto che la testa sia la sua e non di chi gli ha fatto la domanda).
Per me, è lo stesso, ma rispondere alla domanda "Qual è il tuo manga preferito?" non è mai stato un problema.
Fin dalla prima volta che ho messo gli occhi su Oscar, ho saputo chi fosse il più bel personaggio in 2D di sempre, parlando anche per quelli non ancora inventati.

Perché questa lunga premessa? Perché ho una specie di timore reverenziale a parlare di lei, della sua storia e di quanto ha sempre significato per me, perché non so se ne sarò in grado.
Cosa possono dire semplici parole per descrivere una cosa tanto grande?

Pensate che stia esagerando?
Forse, perché no?
Ma se lo pensate, mi dispiace un po' per voi, perché allora non conoscete quella sensazione profonda e intensa che io provo sempre quando leggo di Oscar Francois de Jarjayes.

Essendo nata agli inizi degli anni 80, la prima volta che ho visto Oscar è stata grazie al cartone animato. L'ho visto, rivisto e rivisto, ogni volta che lo replicavano, sempre con la stessa emozione.
Poi, nel 2001, finalmente, dopo aver trovato la mia fumetteria di fiducia, una volta trasferitami per l'università, la notizia: il manga (quasi introvabile nelle edizioni precedenti) sarebbe stato ristampato, rivisto e corretto, per fortuna, e serializzato.
L'ho comprato, e poi ho comprato tutte le edizioni successive, compresa quella che sta uscendo adesso (con i nuovi gaiden), e quando sono stata in Giappone ho comprato anche l'edizione deluxe in lingua originale (che per fortuna so leggere) in tre magnifici volumi.

Ci sono molte differenze tra manga e anime, cercherò di prenderle tutte in considerazione (almeno quelle fondamentali).

E adesso, bando alle ciance. Devo iniziare.
La storia la conosciamo tutti. Oscar è una donna cresciuta da uomo da un padre che aveva già sei figlie femmine e nessun erede, e per le sue dimostrate straordinarie capacità è messa subito al servizio della futura regina di Francia, Maria Antonietta d'Austria. Le sue avventure sono incentrate su quello che accade alla Corte di Versailles, con i suoi intrighi, le gelosie e gli amori che sbocciano in tutto quel lusso. E anche per lei sembra arrivare l'amore, anche se a senso unico, grazie al conte Fersen, a sua volta innamorato di, e ricambiato da, Maria Antonietta. Oscar però è l'oggetto dell'amore di André, il suo scudiero e amico d'infanzia, che soffre per lei ma non smette mai di amarla. Finché, alla vigilia della Rivoluzione, finalmente Oscar si accorge di lui e iniziano una relazione.
Purtroppo non hanno molto tempo per stare insieme, a causa degli stravolgimenti che impazzano a Parigi e a causa dei quali Oscar rompe definitivamente la sua amicizia con Maria Antonietta (durata ormai più di venti anni). Lottando al fianco del popolo durante la Rivoluzione, sia Oscar che André muoiono, almeno con la consapevolezza di aver vissuto brevemente il loro amore.

La prima cosa che salta all'occhio del manga è lo straordinario lavoro di ricostruzione storica che la Ikeda ha compiuto, non solo nella narrazione dei fatti, ma proprio come immagini: la reggia di Versailles, l'abbigliamento dell'epoca, usi e costumi di società.
La scintilla che ha dato fuoco alla sua immaginazione è stato il libro di Zweig su Maria Antonietta e posso ben capirla, lui è un maestro quando si tratta di biografie.
Alla fine rimane il dubbio sulla Regina più sfortunata del mondo: se l'è cercata e meritata oppure si poteva evitare? Troppe variabili sono in gioco e non credo che qualcuno possa rispondere con certezza.

Però la Ikeda ha aggiunto un elemento fondamentale alla vita della Regina: le ha messo al fianco Oscar.
Oscar è l'esatto opposto della giovane principessa e futura regina: è seria, leale, forte e coraggiosa. Ma ammira la giovane che ha la sua stessa età, proprio per quella spensieratezza che a lei manca.
Senza temere di sbagliare troppo, mi piace pensare che il primo vero amore di Oscar sia stata proprio la principessa austriaca.
La storia si apre con la nascita dei tre grandi protagonisti: Fersen, Oscar e Maria Antonietta.

Devo dire che in generale preferisco di gran lunga il manga, rispetto alla serie animata, ma ci sono dei particolari discordanti che invece adoro di più nella serie: per esempio, all'inizio il generale Jarjayes dice ad Oscar di prepararsi all'arrivo della principessa dall'Austria perché sarebbe stata la sua guardia personale (come capitano delle guardie di Sua maestà). Nel manga Oscar risponde subito "Sì, padre" senza discussione, con un bellissimo sorriso di orgoglio sul viso. Invece nell'anime, per la prima volta da quando è nata, per un attimo ha un'esitazione, comprende che è in quel momento che la sua vita prenderà una via definita, senza possibilità di ritorno, ed è combattuta: essere un uomo o una donna? Cosa vuole veramente? Ovviamente alla fine sceglierà la stessa cosa, ma mi piace come è stata resa più umana e profonda.
In un secondo tempo, quando Oscar si trova a dover presentarsi a un duello, nel manga ciò non avviene mai, perché la regina, preoccupata per Oscar, la condanna a un mese di arresti domiciliari, mentre nell'anime il duello avviene e Oscar vince, ma la regina arriva proprio in quel momento e le comunica la stessa pena.
Nel manga c'è una scena che è stata omessa dall'anime, probabilmente perché ritenuta inadatta a un pubblico giovane: a un certo punto André decide di avvelenare Oscar per poterla avere almeno nella morte. Questo dopo aver saputo che il generale vorrebbe darla in sposa a Girodelle (o chi per lui) per salvarle la vita (visto che a Parigi tira una brutta aria e conoscendo il carattere di Oscar sa che andrebbe di filato nell'occhio del ciclone). L'ho sempre trovata una scena ad alto pathos, specialmente quando rendendosi conto di quello che vorrebbe dire il suo gesto André si getta su Oscar per impedirle di bere il vino avvelenato.
Invece, quello che ho sempre trovato disgustoso e fuorviante, è come l'anime abbia cambiato l'appellativo di Oscar da "monsier" a "madamigella". Le uniche nel manga che la chiamano col prefisso femminile sono la nonna e Rosalie.
Rosalie è scema come al solito, è bello vedere che alcune cose sono invariate -.-.

In generale il manga è più leggero dell'anime, ci sono alcune vignette chiaramente caricaturali e battute divertenti, l'atmosfera della serie animata è più austera, forse.
A molti questi cambi di registro non piacciono, io invece trovo che siano "rinfrescanti", considerato che la storia non è delle più allegre.

Il personaggio di Oscar spicca tra gli altri in molti modi diversi. Per carattere, bellezza e integrità. Non viene mai meno al suo dovere, cerca sempre la soluzione più onorevole per ogni problema. E' piena di ammirazione per la regina, così allegra e spensierata, e quando inizia la sua relazione clandestina con Fersen, Oscar non la giudica, ma la vede per quello che è: una donna che troppo presto è stata obbligata a doveri più grandi di lei, di cui non solo non sapeva niente, ma nemmeno voleva saperne. Maria Antonietta non era fatta per essere Regina. Oscar cerca di proteggerla in ogni modo, finché si rende conto che ormai la Regina ha cambiato rotta e non si rende più conto dei suoi madornali errori.
La forza d'animo di Oscar e la sua onestà sono esemplari, anche quando deve dire addio a Maria Antonietta, mettendo fine a un rapporto durato più di venti anni. Ma lo fa con rispetto e con dolore, conscia del significato che ha la sua scelta.
Certamente c'entra anche il suo rapporto con André, che nel frattempo si è fatto profondo e immenso: nell'anime gli dedicano solo una scena, quella sulla riva del fiume. In realtà, nel manga quella scena (fortunatamente) non esiste, mentre invece i nostri riescono a vivere anche se poco la loro storia: Oscar finalmente si rende conto di amare André, glielo dice e i due si scambiano un bacio dolce e appassionato. Col passare dei giorni, vediamo Oscar sempre più attaccata a lui, a cui si affida per prendere qualsiasi decisione importante. Finalmente, quando arriviamo alle porte della rivoluzione, Oscar lo chiama in camera sua e gli dice di voler diventare sua moglie quella notte. Fanno l'amore (nel letto) e si giurano ancora amore eterno.
Poi succede quello che sappiamo, ma almeno abbiamo avuto la soddisfazione di vederli felici e appagati più a lungo che non una notte misera.

Le altre "rose" di Versailles, oltre a Oscar e Maria Antonietta, sono ovviamente tutti i personaggi femminili di cui il manga abbonda, ossia la contessa DuBarry, la contessa di Polignac, Rosalie (santo cielo), Jeanne (questa sì che è stata una figura interessante), tutte con un carattere ben definito e ambizioni concrete. Donne con D maiuscola, insomma. Donne che in un mondo di uomini sono riuscite a sopravvivere (anche bene) almeno per qualche tempo.

Una delle tematiche ricorrenti del manga più che dell'anime è l'omosessualità. Non ci sono coppie gay, ma continui rimandi a sessualità "confuse". Jeanne per esempio, durante il processo, accusa la Regina di intrattenere rapporti "indecenti" con le donne di cui si circonda, tra cui Oscar, che addirittura è una donna vestita da uomo.
Rosalie, poi, povera scema, si innamora di Oscar al punto da sognare di sposarla (come fa anche la sua sorellastra Charlotte), al punto da piangere quando Oscar le dice che deve trovarsi un uomo ed essere felice lontano da lei.

Cosa mi ha colpita da bambina? Lasciando da parte la mia iniziale perplessità sul sesso di Oscar (quando nella prima o seconda puntata dell'anime Maria Antonietta chiede a Madame Noailles chi è quel giovane bellissimo e lei risponde che è una donna, mi confusi da matti, perché anch'io pensavo fosse un uomo), ho adorato la sua forza e il suo altissimo senso di giustizia.
Sono stata colpita dal modo in cui ha affrontato il suo primo amore, Fersen, augurandogli solo ogni felicità, una volta resasi conto dell'amore tra lui e la Regina.
Cosa mi colpisce ancora dopo tanti anni? Come può la mia ammirazione essere tanto sconfinata? In fondo, è solo un personaggio inventato. Vero, innegabile. Però Oscar è qualcosa di più, è un simbolo. Lei è la persona che io avrei tanto voluto diventare (e non so se ci sono riuscita), così onesta, così capace, così testarda. Una persona che sa quello che vuole, ma che vuole ottenerlo solo con giustizia. Una persona che si impegna per sé e per gli altri e che tenta di costruire un mondo migliore.
Eroica, ecco un aggettivo calzante in tutto e per tutto. Peccato che la Ikeda l'abbia utilizzato come titolo del suo lavoro successivo, sulla storia di Napoleone, altrimenti sarebbe stato perfetto per descrivere Oscar.

Se non avete mai visto l'anime, cosa che reputo incredibile, fatelo. Se non avete mai letto il manga, lo trovate agevolmente anche su internet, quindi fate anche questo.
Non ho molto altro da aggiungere, se non un grazie infinito alla sensei Ikeda per averci regalato uno splendido personaggio, moderno e completo, che va ben al di là del 2D.

Anarchic Rain

domenica 12 marzo 2017

Tutto Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle

Non avendo mai letto niente del grande detective inglese, ma avendone (ovviamente) sentito sempre parlare, ho deciso di colmare la mia ignoranza leggendo finalmente questo massiccio tomo mammuthiano, che giaceva da diverso tempo nel mio kindle.
In queste migliaia di pagine, c'è tutto lo scibile del Sir sulla sua creatura più famosa e amata, dai romanzi alle avventure.
Insomma, una full immersion davvero efficace per chi volesse appassionarsi (o sia già appassionato) al genere.

Non darò un riassunto di ciascun racconto, mi sembra dispersivo e inutile, tanto più che di un giallo non si può parlare della trama, per non fare spoiler, ma posso spiegare perché mi sia piaciuto così tanto, nonostante il genere non sia tra i miei preferiti.
Darò una panoramica sulle varie sezioni, fermandomi sui racconti che ho preferito.

Uno studio in rosso: mi è piaciuto molto, è stato davvero un ottimo approccio iniziale ai personaggi e al tema. Conosciamo il dottor Watson e insieme a lui incontriamo per la prima volta quell'uomo straordinariamente peculiare che è Sherlock Holmes. Un uomo che non sa assolutamente tutto di tutto, ma che sa tutto su determinati argomenti, quelli che lo aiutano maggiormente nelle sue indagini. Veniamo a conoscenza del suo metodo deduttivo (un metodo che sembra magia finché non viene spiegato) e di come lui ne vada oltremodo orgoglioso.
Il bello è che il suo orgoglio non lo sfoggia con chiunque; non ci tiene affatto a comparire sui giornali e a farsi notare per i suoi successi. Gli basta sapere che alcuni sappiano che c'è lui dietro i casi più difficili di Scotland Yard e non solo.
Secondo me è proprio per questo che sceglie Watson come compagno: capisce perfettamente che in lui ha trovato un adoratore assolutamente privo di ambizioni proprie, che non chiede di meglio che seguirlo e tesserne le lodi. E quanto si bea di quelle lodi!
Se Watson non si fosse trovato subito una moglie, avrei scommesso che sotto sotto quei due se la intendevano e non poco...ma vabbè, ogni mia fantasia yaoi è andata a farsi benedire molto presto, ossia nel secondo racconto, Il segno dei quattro.
Meno appassionante del primo (davvero scritto con maestria rara) ma sempre molto divertente (i siparietti di Holmes e la sua ironia e autoironia sono davvero acqua fresca!), anche se non mi è piaciuto molto sapere che il nostro eroe/antieroe fa uso di cocaina ed eroina come se piovesse...mi ha lasciato perplessa.

Con l'inizio delle Avventure di SH (Uno scandalo in Boemia), conosciamo una donna, anzi LA donna, che fa battere il cuore dell'inossidabile detective. Peccato che scompaia subito (dopo avergliela fatta sotto il naso!), ma ho come l'impressione che la rivedremo!
Le altre Avventure procedono tra alti (La lega dei capelli rossi, esilarante, Il mistero di Boscombe Valley, molto carino, mi sarebbe piaciuto fosse più lungo, L'avventura del carbonchio azzurro, L'avventura del diadema di berilli) e bassi ma non troppo (Un caso d'identità, Cinque semi d'arancio, L'avventura dei faggi rossi); quello che delle avventure mi è piaciuto meno è stato che quelle più interessanti mi sono sembrate troppo corte, avrei approfondito molto di più i personaggi e le situazioni, mentre quelle più sciocche mi chiedo perché mai siano state scritte!

Si prosegue con Le memorie di SH: alcune davvero bellissime, tipo La faccia gialla (una scena finale tra le più commoventi di sempre, mi sono venuti i lucciconi!), Il mistero della Gloria Scott, L'enigma di Reigate e Il trattato navale, altre decisamente meno (tipo, L'impiegato dell'agenzia di cambio, Il rituale dei Musgrave e Il paziente interno). Però due sono state sopra la media: ne L'interprete greco conosciamo il fratello di Sherlock Holmes, che ha un nome ancora peggio di lui (Mycroft); ne L'ultima avventura invece conosciamo il più acerrimo nemico di Holmes, Moriarty, ma il titolo ci fa uno spoiler grosso come una casa. Comunque si sa che non sarà l'ultima, anche perché fin lì siamo a tipo il 40% del libro, hai voglia a finire...

Subito dopo c'è Il mastino dei Baskerville: mi sento di definirlo (almeno fin qui) uno dei più bei gialli che ho letto, e sicuramente il più bello con il nostro protagonista.

Passiamo al capitolo del Ritorno di SH: non poteva mica morire così, quasi in sordina (e senza averci parlato un po' di più della sua nemesi); le avventure contenute in questa sezione sono altrettanto belle quanto le prime che ho letto. Per citare quelle che mi sono piaciute di più direi L'avventura della casa vuota, perché la reazione di Watson all'apparizione di Holmes vivo e vegeto mi fa troppo tenerezza, L'avventura degli omini danzanti, perché adoro gli enigmi cifrati anche se non ho mai idea di come risolverli, e L'avventura di Abbey Grange, anche questa ingarbugliata e piacevole da leggere.

La valle della paura: altro bellissimo romanzo a se stante del nostro incredibile detective, narrato nello stile del primo Studio in rosso, ossia con il caso recente in primo piano e una seconda parte digressiva. Molto bello davvero, appassionante e triste.

L'ultimo saluto: altre otto avventure per la coppia dilettante, ma a parte un paio di casi carini, gli altri iniziano ad annoiare. Non me ne vogliano gli estimatori, ma dopo un po' non sorprendono più, anche se forse la colpa è mia che li ho letti tutti di seguito. Magari li avrei apprezzati di più se ne avessi letto uno qua e uno là, spalmati magari su tutto l'anno. Ma vabbè, ormai.

Il taccuino di SH: se l'aggettivo della precedente sezione ci ha tratto in inganno per un po', abbiamo dovuto ricrederci subito; non era un ultimo saluto, ma un penultimo.
Le avventure complete di SH si concludono con quest'ultima serie di dodici avventure. Quella del cliente illustre e quella sul vampiro del Sussex mi sono piaciute più di tutte le ultime.

Adesso, bando ai convenevoli e a tutte le ciance. Sono sicura che anche ad altri è venuto in mente quello a cui ho già accennato, ma non sono andata a curiosare in rete per verificarlo. Quindi me ne assumo la completa responsabilità (sembra chissà che).
Avete mai pensato che Sherlock Holmes sia gay? Non è pettegolezzo sterile, giuro.
Mi domando se Conan Doyle non precorresse i tempi in più modi del previsto.
Tutta la manifesta misoginia di Holmes, il suo umore altalenante, il suo tenersi stretto Watson (etero, però, e anche convinto) e due o tre frasi lasciate cadere qua e là, mi hanno insospettita non poco. Inoltre quando è ormai sulla sessantina è "amico" di un ex-canottiere (mica scemo) e nessuno dei due si fa problemi ad andare a casa dell'altro anche se non invitato...
Ovviamente una volta che l'idea è venuta, non è stato facile mandarla via. In effetti non ci sono riuscita. E me ne sono convinta.

Comunque il suo sottile umorismo, la sua intelligenza e almeno alcune delle sue mille avventure, le porterò con me per un bel pezzo!

Anarchic Rain