domenica 26 novembre 2017

Una favola dark tra maghi, re e principi in cerca della loro strada

TITOLO: The Eyes of the Dragon
AUTORE: Stephen King
EDIZIONE: Signet Book
PAGINE: 380
VERSIONE LETTA: kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 8 e mezzo

Della serie "Perché non l'ho letto prima?!".
Lo so perché...a volte so essere una piccola snob con la puzza sotto il naso. Sapevo che questo romanzo era una favola fantasy e l'ho snobbato per tutti questi anni.
Ho già fatto i miei cinque (dieci) minuti di vergogna all'angoletto, per questo.
Questo è il libro che lo zio ha scritto per sua figlia, Naomi, quando era piccola, per ribadirle un concetto già espresso nella dedica di It (Magic exists) e per ampliarlo (Real magic is never easy).
E' una favola a tutti gli effetti: c'è un re, un drago, due principi, un mago cattivo ed è ambientata in un regno lontano lontano, in un'epoca lontana lontana.
La cosa dolce è che lo zio strizza l'occhio alla Torre Nera per tutto il libro, pur non nominandola mai, solo avendo ripreso alcuni nomi importanti dalla saga (Roland, Flagg e altri).



Diciamo subito che ho adorato questo libro, non credevo mi sarebbe piaciuto così tanto, ma proprio non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine! E ancora adesso, nonostante l'abbia finito da un po' e abbia letto anche altro, non riesco ancora a passare oltre. Perché? Non credo di saperlo bene.

La storia è molto lineare: Roland ha due figli, Peter che adora e Thomas che per lui è invisibile, e un consigliere mago, Flagg, che lavora nell'ombra. King ci mette subito sull'attenti: non dobbiamo farci ingannare dai sentimenti del Re, anche se adora Peter (che è effettivamente un ottimo ragazzo) non dobbiamo credere che Thomas sia cattivo. Mette un accento particolarmente forte in questo: Thomas non è cattivo, è solo un ragazzo triste. Solo e debole anche, ma principalmente triste, che si aggrappa all'unica persona che gli concede un minimo appiglio in quel mare di indifferenza, Flagg. Ma Flagg non lo fa per bontà d'animo ovviamente, non c'è una minima traccia di bontà in lui, questo anche ci viene precisato e sottolineato. E il malvagio mago se ne approfitta in tutti i modi. Fa imprigionare Peter per l'assassinio di Re Roland (che ha commesso in realtà lui stesso) e mette sul trono Thomas che ha dodici o tredici anni ed è alla sua mercé. Peter però è un ragazzo intelligente e paziente e riesce ad escogitare un modo per fuggire.
Lo scontro tra Flagg e Peter è stato emozionante e mi è piaciuto tantissimo che sia stato Thomas a risolvere tutto, è stata la perfetta chiusura del cerchio.

Mi è piaciuto tanto Peter: un bellissimo personaggio ben delineato, forse un po' troppo perfetto per essere vero, ma ricordiamoci che è una favola...
Peter è un Giusto, cerca sempre di fare la cosa opportuna e ama suo fratello ancora di più quando vede che il padre lo ignora (Roland non è cattivo, ma è un sempliciotto e gli riesce più facile amare Peter che è così diverso da lui invece di Thomas, al quale è in realtà profondamente affine). Ma Thomas, anche se ama a sua volta suo fratello, si fa sviare da Flagg, che gli mette sempre la pulce sbagliata nell'orecchio: fa tutto parte del suo piano.
Qual è questo piano e perché vuole che sul trono ci sia Thomas invece di Peter?
E' molto semplice: Flagg esiste per distruggere e il regno di Delain è il suo terreno di caccia preferito. Flagg è immortale o quantomeno ha vissuto molto, molto a lungo, ed è sempre stato in quella parte di mondo. Lui odia e cerca in ogni modo di distruggere quello che gli uomini buoni creano con fatica. Con Roland ha iniziato il suo lavoro, ma sa benissimo che Peter non gli permetterebbe nulla, anzi, lo farebbe scacciare come prima azione da Re. Mentre con Thomas...quindi per togliere di mezzo con un solo colpo Roland e Peter, uccide l'uno facendo ricadere la colpa sull'altro. Un piano perfetto.
Ogni piano malvagio, per quanto sembri perfetto, però, ha una piccola incrinatura. E in questo caso, la piccola incrinatura si chiama Thomas: il principe ha inconsapevolmente visto Flagg che uccideva il padre, anche se sembra scordarsene subito.
Passano quattro o cinque anni, Peter riesce nel suo piano di fuga anche grazie a due amici fidati (mi piace che King abbia affidato la sorte del futuro Re a un contadino e un maggiordomo, come a dire che tutti sono necessari e non è la classe sociale che decide il valore di una persona) e finalmente può affrontare Flagg: un incontro nella stanza dove il Re è stato avvelenato e dove tutti i nodi verranno finalmente al pettine.
Un happy ending, dunque? Ni.
Lo zio ci avverte che anche se il male è stato sconfitto, non significa che ora siano tutti felici per sempre. Nella vita ci sono molte prove che bisogna affrontare, ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, e ognuno deve affrontarli come meglio può, con tutte le armi a sua disposizione.

Il personaggio che ho preferito è sicuramente Thomas. E' a lui che King (guarda un po', secondogenito anche lui) dedica le descrizioni più belle, è lui che sembra "proteggere" di più. Innanzitutto all'inizio impiega molto tempo per spiegarci che Thomas non è cattivo, ma solo triste (a volte anche confuso e geloso delle attenzioni che il padre dedica a Peter) e per questo non dobbiamo addossargli alcuna colpa per quello che succede. E' Flagg che manovra tutti i fili e, se è vero che Thomas glielo lascia fare, è anche vero che il mago è l'unico che in vita sua gli ha dato quello che più desiderava: attenzione. Non si può biasimarlo troppo.
King ci tiene a sottolineare che una vita passata all'ombra del fratello non deve essere stata una vita facile, specialmente per un ragazzino sensibile come lui e la descrizione della sua anima è talmente bella che ve la riporto pari pari (in inglese però, visto che è così che l'ho letta io):

People's mind, particularly the minds of children, are like wells - deep wells full of sweet water. And sometimes, when a particular thought is too unpleasant to bear, the person who has that thought will lock it into a heavy box and throw it into that well. He listens for the splash and then the box is gone. Except it is not, of course. Not really. [...] The casket those evil, frightening ideas are buried in may rot, and the nastiness inside may leak out after a while and poison the water and when the well of the mind is badly poisoned, we call the result insanity.

Trovo questo passaggio di una bellezza incredibile: King ancora una volta ci ha inchiodato alla pagina, ci ha mostrato la vera faccia dell'anima di un piccolo principe solitario e ci ha fatto male (perlomeno a me sì). Come si può biasimare Thomas dopo queste parole? E come si può farlo dopo l'atto di coraggio che compie alla fine? Non si può, e infatti Peter gli perdona tutto e lo accoglie a braccia aperte. Ma Thomas sa che quello non è il suo posto, non lo è mai stato, deve andarsene per trovare il suo vero io e per non farsi soffocare dal veleno che è stato dentro di lui così tanto tempo. Flagg è scomparso, ma gli effetti del suo passaggio sono ancora troppo vividi.
E' struggente vederlo allontanarsi, anche se sappiamo che è meglio per lui.

Leggete questo libro e leggetelo ai vostri figli. Ci sono cose che non si riescono a spiegare, ma questa favola racchiude tutto ciò che un ragazzo dovrebbe sapere prima di crescere, così da farlo per bene.

Real friendship always makes us feel such sweet gratitude, because the world almost always seems like a very hard desert, and the flowers that grow there seem to grow against such high odds.

Anarchic Rain

venerdì 3 novembre 2017

Il Club dei perdenti e non solo (ovvero IT parte III)

Immagine presa da Iousushi - DeviantArt


Sono stata velatamente "accusata" di aver fatto una recensione solo parziale e superficiale dei Perdenti e degli altri personaggi di King (e anche di aver voluto 'fare scena' per le frasi in inglese, ma vabbè, una punta di invidia fa anche piacere, ogni tanto XD). Non posso assolutamente ribattere a questa osservazione, perché è vera. Purtroppo, quando un libro dura 1000+ pagine e capita inoltre che è il libro della tua vita, devi decidere di cosa parlare e se non vuoi trascurare nulla o quasi e vuoi includere la maggior parte delle tue impressioni qualcosa devi per forza trattarlo en passant, altrimenti altro che enciclopedia (e poi il lettore si rompe!). Quindi stavo per lasciar cadere nel vuoto il commento di una lettrice.
Poi mi sono bacchettata da sola: ma come? Ho sempre detto che avrei ascoltato i consigli di tutti, e ora che me ne arriva uno lo ignoro? Nonsiamaidetto!

In definitiva, visto che il post precedente era già abbastanza "pregno", ne faccio un altro e spero non vi annoierete.
Ci tengo a precisare (forse per la milionesima volta) che questi miei post non sono assolutamente recensioni (io non le ho mai chiamate così), e che io non ho nessuno strumento per essere un critico letterario (ci mancherebbe altro, già fare il medico è impegnativo, il poco tempo che mi rimane vorrei passarlo a leggere per divertimento!). E infatti, ripetiamolo, non mi paga nessuno per dire quello che dico e infatti dico sempre il caxxo che mi pare, stronco i libri che mi pare e osanno quelli che mi pare XD

Quindi questa sarà una carrellata sui personaggi del libro IT di Stephen King.
Pronti? Via!

-George Denbrough: non potevo ignorare il fratellino di Bill, anche se compare davvero pochissimo, appena le prime pagine (ma aleggia fino alla fine), perché è con lui che inizia tutto, ce lo fa presente anche lo zio. Georgie è un ragazzino di 5 anni, con tre frasi già lo immaginiamo innamorato del fratellone che è il suo eroe, sgambettante per casa e con il sacrosanto terrore della cantina (alzi la mano chi di voi non ce l'aveva!!), ché chissà quali mostri stanno nascosti lì sotto ad aspettarti. Purtroppo Georgie lo incontra davvero, il mostro, ma all'inizio non capisce. Perché? Perché IT è furbo e sa cosa piace ai bambini, allo stesso modo in cui sa cosa li spaventa. Un clown non fa paura a nessuno (almeno finora, per quanto mi riguarda). Georgie si fida, non si chiede cosa ci fa un clown in un tombino, è un bambino e accetta tutto quello che vede per vero. King ha descritto IL bambino, quello che tutti siamo stati, bene o male. Un bambino per crescere non deve solo affrontare i suoi draghi, deve prima sapere che esistono. Forse lui era troppo piccolo ancora o forse It era troppo grande per lui. Comunque sia, per me rimane un inizio folgorante.
-Bill Denbrough: l'eroe del romanzo. Il leader del Club dei Perdenti. Sono cosciente del fatto che non è l'unico protagonista e che i Perdenti per funzionare devono essere uniti, ma Bill è il loro leader. E a ragione. Il primo ad accorgersene è Eddie, ma in maniera inconscia. Per lui è l'amico dietro cui rifugiarsi, quello che ha sempre idee per giochi nuovi, che lo difende (quando può) da Henry e la sua banda di bulli. Ma colui che dà per primo una forma coerente a queste sensazioni è sicuramente Richie. Bill è semplicemente il capo tra loro perché ha quello che a loro difetta: carisma. Se dice una cosa, tutti lo seguono, non per paura o per noia, ma perché sanno di potersi fidare. La fiducia è un concetto aleatorio per un bambino, eppure loro inconsapevolmente ne hanno in Bill e Beverly, a un certo punto del libro, addirittura pensa che sarebbe disposta a morire per lui (a turno, poi lo pensano tutti). Certamente lei prova anche dell'amore per Bill, ma senza saperlo il suo pensiero è condiviso anche dagli altri. Se i perdenti fossero una sola persona Bill sarebbe il cervello.
-Ben Hanscom: è il perdente che di solito si preferisce quando si è piccoli. E' quello che fa il cambiamento più profondo, che dimostra di avere in sé tutta la magia che altri non si aspettano. Ben è intelligente, creativo, simpatico, dolce. Non ha l'apparenza perfetta, è vero, ma questo gli permette di scoprire chi sono i suoi veri amici. King ci mette sempre in guardia contro la superficialità, in qualsiasi campo: è come se volesse dirci "questo ragazzo è grasso, ma non è solo questo, andate oltre, scopritelo, seguitelo!". E' così che si trovano tesori, solo andandoli a cercare, non ci piovono addosso. Inoltre Ben è colui del gruppo che ama per primo, e parlo di "amore" nel vero senso della parola. Non solo quello verso Beverly (che è tanto profondo quanto sembra senza speranza, almeno all'inizio), ma verso Bill e Eddie (iniziato quasi improvvisamente quel primo giorno di vacanza nei Barren, dopo essere sfuggito per un pelo a Henry) e poi tutti gli altri. Amavo Ben, se non altro perché condividevamo il piacere per la lettura e per la poesia. Se i perdenti fossero una sola persona Ben sarebbe il cuore.
-Richie Tozier: Trashmouth è il mio perdente preferito (se proprio fossi costretta a scegliere). E' il più fragile di tutti, ma riesce a nascondersi abbastanza bene dietro la sua trascinante ironia. Richie ha sempre voglia di scherzare, di giocare con i doppi sensi e di sdrammatizzare qualsiasi situazione, anche la peggiore. Non riesce a chiudere la bocca neppure davanti a Henry, proprio non ce la fa e finisce in più guai per questo che per altro. Inoltre ha più paura di It rispetto agli altri e infatti lui è l'unico che non riesce a raccontare a nessuno del suo primo incontro con It (la statua nel centro della città). Nella mia mente è il perdente che dice "se proprio dobbiamo, facciamolo, ma non chiudetemi la bocca": non si tira mai indietro, non ha mai abbandonato Bill o qualcun altro dei perdenti, ed è lui alla fine che, oltre che portare a termine la prova del fumo, insieme a Mike, aiuta Bill durante il Rito di Chud. Perché proprio lui? Perché non è nella sua indole abbandonare qualcosa o qualcuno, nonostante la paura, anzi proprio per vincerla una volta per tutte. Richie è l'incarnazione della frase di King "Si può uccidere il male seppellendolo di risate". Se i perdenti fossero una sola persona Richie sarebbe l'ironia.
-Bev Marsh: permettetemi un paragone che a prima vista può sembrare blasfemo, ma io penso che Beverly sia a metà tra Oscar (sì, quella di Lady Oscar) e Jo March di Piccole Donne. Nonostante sia una femmina, si comporta come un maschiaccio, le riesce bene tirare di fionda e giocare nei Barrens a guardia e ladri senza preoccuparsi dei vestiti, andare al cinema a vedere film dell'orrore e fumare in barba alle regole. Beverly è forse quella tra i perdenti con la peggiore situazione familiare: se Bill e Richie hanno genitori assenteisti, Bev deve fare i conti con una madre che lavora sempre e un padre che è un avanzo di galera violento e ubriacone. Ma lei non è una che si perde d'animo, né che frigna come una donnetta che vuole essere salvata dagli altri. Lei si salva da sola, sempre. E salva anche gli altri nel frattempo. Quando sono nelle fogne e all'improvviso capiscono di essersi persi, lei sa perfettamente cosa fare per ritrovare la strada, per riportarli tutti insieme. Attraverso di lei, attraverso il magico atto dell'unione fisica, riesce a ristabilire il profondo legame spirituale che si stava dissolvendo, permettendole di salvarli tutti. Non scegliamo il momento in cui diventiamo grandi, ma Bev non si è mai fatta cogliere impreparata. Purtroppo andandosene da Derry, per ventisette anni aveva dimenticato questa grande lezione, e si era lasciata abbindolare da Tom (che sicuramente le ricordava suo padre), ma una volta tornata non poteva avere più scuse: infatti se ne va con Ben. Se i perdenti fossero una sola persona Bev sarebbe il coraggio.
-Eddie Kaspbrak: lui è stata la mia riscoperta di questa quinta lettura. Di Eddie non ricordavo molto, onestamente, e credevo fosse più una figura sullo sfondo, come Stan, ma per fortuna ho avuto modo di ricredermi: alcune delle pagine più tenere di questo meraviglioso libro, sono dedicate a lui. Eddie è il primo socio del club dei Perdenti insieme a Bill, che è il suo idolo. E' un ragazzino riflessivo, timido, con un insospettabile lato forte come l'acciaio: quando il dott. Keene gli rivela che le sue medicine sono tutte placebo e che sua madre se ne serve per controllarlo, non crolla miseramente (come era anche giusto fare), non piange né comincia a comportarsi male (come fanno molti bambini). Lui aspetta. Cosa? L'occasione giusta. Perché sa, con il suo fine intuito, che quell'occasione arriverà. E infatti si presenta poco dopo, quando Henry gli rompe un braccio e sua madre lo usa come scusa per impedirgli di vedere i suoi amici perdenti. E anche qui, non è che si fa prendere dalle crisi isteriche. Con molta calma, senza nemmeno che Sonia se ne accorga, porta il discorso dove vuole lui e le dà la stoccata finale: le permetterà di continuare a controllarlo con le finte medicine, solo se lei lo lascerà frequentare i suoi amici. Che è come dire "non potrai mai più controllarmi". Se i perdenti fossero una sola persona Eddie sarebbe l'infanzia.
-Stan Uris: ho sempre avuto un debole per Stan da piccolo, mi sembrava come se avesse bisogno di conforto e protezione, molto più degli altri, persino più di Eddie. Perché in Stan la paura, anzi la Paura, non era tanto per It, quanto per il disordine a lui conseguente. Stan così ordinato, così inquadrato, un ragazzino che poteva stare anche ore nella stessa posizione ad aspettare che arrivasse l'esemplare giusto, da segnare ordinatamente sul quaderno, ma solo dopo essersene accertati al 100%. Non al 99%. King ci dipinge Stan all'inizio come un borghese felice della propria vita, con sua moglie e ancora in attesa di figli (come tutti i Perdenti). La sua vita procede su binari sicuri, come se It non fosse mai accaduto (e in effetti lui non se lo ricorda). Ma la telefonata di Mike gli fa tornare alla mente la sua infanzia, tutta insieme, e lui non può sopportarlo. It agisce su questa paura e fa in modo che lui si uccida. A volte la Paura serve per farci stare più attenti, ma a volte ci frega e basta. Quando Stan aveva undici anni e aveva i migliori amici del mondo, poteva gestirla e sconfiggerla. Ma quando sei grande e non ricordi più cosa potevi fare da ragazzino, ti uccide. Se i perdenti fossero una sola persona Stan sarebbe la cautela.
-Mike Hanlon: è il perdente che ha avuto la vita più difficile, perché ha avuto la sfortuna di essere nero e di essere nato nel dopoguerra in un paesino nordamericano abbastanza sperduto. I suoi genitori avevano già sopportato il Ku Ku Klan del Nord quando erano giovani, ora che Mike è abbastanza grande da capire la sua situazione razziale deve sopportare il suo fardello. E questo fardello ha il nome di Henry Bowers. Henry odia Mike più di tutti gli altri perdenti, come ci tiene a sottolineare lo zio. L'odio culmina nell'uccisione del cane di Mike (dopo aver guadagnato la fiducia della povera bestia, ecco quanto è stronxo Henry) e prosegue con il tormento perenne del ragazzino. Fortunatamente, per così dire, Henry uccide il padre e offre alla polizia di Derry il capro espiatorio che cercavano per gli omicidi di It. Così Mike ha un po' di respiro. Per ventisette anni. Lui è l'unico rimasto in paese, l'unico che ricorda tutto, il guardiano di Derry. E' la persona giusta per stare a guardare e registrare gli eventi, cosa che fa sin dal rito indiano del fumo del loro rifugio segreto, quando resta a guardare Richie che scopre cos'è It. Se i perdenti fossero una sola persona Mike sarebbe la coscienza.
-Henry Bowers: Henry è uno dei cattivi più riusciti di King e lo dico con un brivido, perché tra molti mostri che lo zio ha creato, Henry è umano. Anche lui, come tutti, è segnato dalla famiglia: sua madre se n'è andata lasciandolo con suo padre, un ottimo esemplare di uomo-che-non-avrebbe-mai-dovuto-avere-figli, uno che gli insegna tutte le cose più sbagliate che possano venire in mente. Soprattutto gli insegna l'odio. Henry odia tutti, tranne suo padre. Odia la scuola e gli insegnanti, odia i suoi "amici" (anche se ne ha bisogno per esserne il capo), odia i perdenti (non è solo bullismo fine a se stesso, li odia proprio), odia sua madre. Insomma proprio tutti. La preda perfetta per Pennywise. A un certo punto si è quasi tentati di provare pietà per lui, se non altro in contrapposizione a Patrick, ma per me non c'è pietà né redenzione: nonostante suo padre, Henry avrebbe potuto scegliere una strada diversa e non l'ha fatto, vuoi per debolezza, vuoi per superficialità. Nessuna giustificazione, per me. Ha vissuto una vita (almeno fino ai quindici anni) sregolata e crudele e quello che gli capita dopo l'assassinio del padre a sangue freddo è quanto di più meritato ci sia. Marcisce in galera prima, poi in istituto. Purtroppo It ha raschiato il fondo del barile coi perdenti e ha bisogno anche di lui, quindi gli permette di uscire per tentare di fermarli. E quasi ci riesce. Manda Mike all'ospedale e quasi uccide Eddie. Quanto odio in lui, quanto rancore. Non posso proprio dargli attenuanti. Forse, se si fosse fermato poco prima di uccidere suo padre, avrei potuto riconsiderarlo, ma da allora in poi la sua strada è stata segnata. La cosa che mi ha colpita di più è stata la bravura immensa dello zio nell'immedesimarsi in lui e nei suoi sentimenti e mi riferisco in particolare ad una scena in cui Henry pensa tra sé e sé a come vorrebbe togliere di mezzo i perdenti perché secondo lui hanno la colpa di rovinargli la vita. Non so come faccia a entrare nella mente anche dei cattivi, ma quello che penso è che lui abbia provato su di sé tutte queste sensazioni (per carità non sto dicendo che ha ucciso qualcuno, ma quando parla di "ordine delle cose" dal punto di vista di Henry, penso fosse lui stesso quando era sotto effetto di droghe/alcol). Parafrasando quello che lui stesso ha detto in On writing, si deve scrivere solo quello di cui si ha esperienza.
-Patrick Hockstetter: un pazzo furioso. Lui è il vero folle della situazione. Patrick ha qualcosa che non va a livello patologico. Viene da una famiglia normale ma normale non è mai stato. Quando nasce il suo fratellino, la sua follia si slatentizza e lui inizia a discendere la china. Uccidere il fratellino per riacquistare l'attenzione dei genitori è solo il primo passo. Poi c'è il frigo abbandonato dove rinchiude gli animali. Quello che facevano i nazisti, in pratica. Non fa propriamente parte della banda di Henry, perché anche lui segretamente lo teme, ma saltuariamente li aiuta a tormentare i più piccoli. E la fine che fa è più che meritata (oltre ad essere una delle scene più gore del libro).
-Padre di Mike: è raro incontrare un buon genitore in questo libro, ma lui lo è. Si preoccupa per suo figlio, gli insegna la differenza tra giusto e sbagliato ma nello stesso tempo gli insegna anche a combattere per le cause davvero importanti, lasciando sullo sfondo tutte le altre. Inoltre il suo doloroso passato è più simile a quello che Mike e i perdenti stanno vivendo ora di quanto non sappia, e Mike lo comprende appieno quando gli racconta del Black Spot e di cosa è accaduto dopo l'incendio, mentre scappava dalla baracca in fiamme.
-I genitori di Bill e Georgie: non pervenuti. Avrebbero potuto essere buoni genitori, ma la morte prematura di Georgie li ha bloccati, congelati, con una forza tale da non riuscire a uscirne neppure per amore dell'unico figlio rimasto.
-Sonia Kaspbrak: la madre di Eddie è tra i personaggi più spaventosi del libro. Ma a livelli di Henry Bowers eh...il troppo amore non è mai giusto o apprezzabile, si possono soffocare i bambini in più modi che non premendogli un cuscino sulla faccia. Se un abbraccio è troppo forte, si spezzano le ossa. Sonia è una madre che crede di dare tutto per suo figlio, mentre invece non si accorge del profondo egoismo che c'è nel suo comportamento soffocante. Eddie non farebbe nulla, se fosse per lei, tranne stare dentro casa a guardare la tv a fianco a lei. Lo controlla con false medicine e ancora più false malattie, addirittura coinvolgendo il farmacista. Sono stata crudelmente contenta quando Eddie le ha detto finalmente qual è il suo posto.
-Al Marsh: il contrario di Sonia è Al. Padre di Bev, è un violento, sostanzialmente vede Bev come una schiava e non come sua figlia e ora che sta crescendo lo zio ci fa quasi capire che inizia a vederla come una donna. E questo va ben oltre l'orrore.
-Tom Rogan: marito di Bev, accomunabile a suo padre. Tom è uno che vuole avere il controllo di tutto, ma soprattutto della vita di Bev, che è la sua "gallina dalle uova d'oro". Non è stupido, purtroppo, sa benissimo come ottenere quello che vuole, ha capito al volo cosa si cela dietro la maschera che Bev indossa: fragilità. E lui ne approfitta come una sanguisuga. Bev glielo lascia fare perché dopo aver vissuto per anni con Al non sa cosa sia l'amore vero (o meglio, l'ha dimenticato) e, addirittura, pensa di meritarselo per qualche oscura ragione. Tom sarebbe potuto essere la migliore risorsa di It, fortunatamente lo usa solo per imprigionare Audra.
-Pennywise the dancing clown/It: il capolavoro di King. Pur non essendo il mio cattivo kinghiano preferito, è sicuramente il meglio caratterizzato. It (che in realtà è una she) è il male primordiale, alieno, che si è insinuato miliardi di anni fa nel sottosuolo di quella che sarebbe poi diventata Derry. It controlla gli abitanti della cittadina, pur svegliandosi ogni ventisette anni. Si nutre delle paure della gente e quale miglior ricettacolo di paure che la mente di un bambino? Prima li avvicina camuffandosi da clown, una maschera che di solito piace ai bambini, che li fa ridere, poi si rivela per quello che è: la loro peggiore paura, un mostro affamato. Il suo unico errore è stato sottovalutare i perdenti e il loro legame. L'amicizia e l'amore sono due legami che, quando sinceri, sono indissolubili e molto potenti, forse i più potenti al mondo. E in teoria avrebbe dovuto saperlo, visto che stava per diventare "madre". Ma evidentemente il Male non riconosce altro da sé e non si ferma davanti a nulla.
-Tartaruga (Maturin): rappresenta il Bene. Un bene che quando è in buona è sonnacchioso, quando è catastrofico è morto. Non so se sia la visione di King di Dio o chi per lui, ma so benissimo che è la mia: quando il Male è libero di scorrazzare senza freni (anche ogni ventisette anni), vuol dire che il Bene non è molto interessato a quello che succede. Il Male ha bisogno degli esseri umani per prosperare, il Bene ha bisogno solo di sé. Eccetto poi morire soffocato nel momento di maggior bisogno. Ma evidentemente qualcosa rimane, se poi Bill (e Richie) riescono comunque a sconfiggere It nel rito di Chud. Quindi, alla fine, cos'è il Bene? Una Tartaruga lenta, morente, che se ne sta per i fatti suoi e ogni millennio parla per enigmi, oppure qualcosa che è insito in ognuno di noi, che non ha bisogno di un nome o una rappresentazione fisica, che pur morendo non muore mai? Onestamente non so dare una risposta, né so cosa King abbia voluto dire. Forse non c'è una risposta giusta, forse ognuno di noi può scegliere, senza temere di sbagliare.
-The Other: nella cosmogonia di King, l'Altro è Colui che ha creato tutto, compresi It e Maturin. Non si manifesta mai, se non in fugaci sensazioni e in un lieve senso di gratitudine quando It è finalmente sconfitto.

Spero di aver in qualche modo colmato le lacune del mio precedente post.
Parlare dei perdenti e degli altri personaggi  non è facile, almeno per me. Sono i miei amici da sempre, mi hanno accompagnata durante l'adolescenza, che notoriamente è il periodo più burrascoso dell'essere umano. Mi hanno insegnato che è importante ricordare sempre chi siamo e da dove veniamo e che gli amici che abbiamo a dodici anni non li avremo mai più (concetto più che caro allo zio, espresso magnificamente anche in Stagioni Diverse, altro piccolo gioiello della sua produzione).

Anarchic Rain